Orlando Pizzolato
the official blog

New York 1984

Tag

Ultimi commenti

Ultimi post

Diffondi contenuti

Condividi contenuti

De.licio.us

Clima impossibile

di Orlando (22/06/2009)

Ci sono cose che ancora oggi non mi so spiegare e tra queste non ho capito se con il caldo corro bene o male. O meglio, il clima estivo caratterizzato da elevate temperature associate ad un alto tasso di umidità mi fa correre con forte disagio ed ovviamente con un rendimento condizionato, ma il rendimento agonistico è invece spesso buono.

La scorsa settimana, mentre ero a Vieste per lo stage di allenamento, mi sono allenato con disagio pur svolgendo sedute tutto sommato positive. Anche nel pieno della mia carriera di corridore professionista il caldo mi condizionava: in allenamento mi sentivo vuoto, senza energia e fiato, e con le gambe pesanti. Le sedute le svolgevo come da programma, seppure condizionate nei ritmi di corsa, con un peggioramento che arrivava anche a 10 secondi al chilometro. Ricordo una seduta di corsa media svolta mentre ero in vacanza al mare con la mia fidanzata (allora) a Rosolina, vicino a Chioggia: pur uscendo prima delle 6 del mattino per evitare il caldo, avevo corso 15 chilometri a 3’20” (avrei dovuto correre a 3’10/15”) e quando ho terminato la seduta ero piuttosto provato, non come una gara ma quasi. Quella mattina avevo sudato tantissimo in allenamento perché era molto umido, ed una volta finita la seduta non smettevo di sudare tanto era attivato il meccanismo della termoregolazione. Ricordo che prima di colazione avevo bevuto già un paio di litri di acqua, arrivati poi a sette prima di pranzo. Non c’era verso di placare la mia sete. Bevevo e sudavo. Sudavo e mi lavavo. Andavo al sole e sudavo. Un circolo vizioso che non trovava mai una fine.

E la tortura peggiore era passare la giornata in spiaggia. Tanta era la mia insopportabilità al sole e al caldo che me ne stavo sempre sotto l’ombrellone per recuperare lo sforzo della mattina ed in attesa di quello della sera. Passavo il tempo a leggere, fare giochi di enigmistica e riposare. Come si sa, al mare la notte non si dorme bene, per effetto del caldo e dei rumori, e quindi cedevo al sonno durante la giornata.

Ricordo una mattina di aver dormito molto, troppo, tanto da essermi dimenticato di svegliare Ilaria. Eravamo in vacanza alle Everglades, in Florida, ed anche allora mi ero alzato presto per l’allenamento e dopo colazione ci eravamo spostati in auto verso Key West. Tra un’isola ed un'altra, tra un lungo ponte ed il successivo, avevamo trovato una piacevole spiaggia tranquilla. La giornata non era soleggiata perché il cielo era velato da una leggera nuvolaglia e non faceva neppure tanto caldo perché dal mare spirava una piacevole brezza, ma sempre per effetto della stanchezza e del disagio avvertiti in allenamento, mi ero messo all’ombra a recuperare, e mentre leggevo mi sono appisolato. Avevo l’impegno di avvisare Ilaria nel caso ci fosse stato troppo sole ma non riuscii a farlo... in tempo. All’indomani, pur non essendo bruciata, era gonfia come un materassino da spiaggia.

Nonostante la mia avversione al caldo, e nonostante sia nato in piena estate, in gara rendevo molto bene, tanto che le vittorie più significative le ho conseguite con condizioni climatiche tipiche dell’estate. La maratona di NY del 1984 l’ho vinta con un clima estivo (26° la temperatura massima e 92% il tasso di umidità), e così è stato per la maratona delle Universiadi a Kobe. E con il forte caldo ho vinto una mezza maratona in Martinica, nei Caraibi, mentre in Italia ho vinto numerose gare estive: Castelbuono, Amatrice, Crotone, Leonessa, Miglianico e molte altre.

Insomma, ancora adesso con il caldo ho un rapporto ambiguo: accetto di andare al mare, ma se si tratta di correre, preferisco la montagna.

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#

Difficile andare d’accordo

di Orlando (14/06/2009)

Le mattine in cui devo svolgere una seduta di rigenerazione non mi preoccupo di come sto; dopo tutto devo correre tranquillo e rilassato, per non aggiungere altro affaticamento a quello che già le mie gambe avvertono. Quasi sempre i muscoli sono indolenziti e stanchi per la tirata del giorno prima. Le mattine in cui invece ho in programma di tirare sono maggiormente attento alle sensazioni del mio corpo, seppur senza enfatizzarle perché se è vero che ci tengo a correre bene, tutto sommato mi accontento di ciò che viene.

Rispetto a quando mi allenavo regolarmente al pomeriggio, oppure a metà giornata, non ho l’opportunità per pensare a come mi sento e a come mi approccio alla seduta: l’affronto e basta. Era molto peggio invece quando avevo molto tempo a disposizione prima di affrontare la seduta specifica: il mio pensiero scappava spesso all’allenamento che dovevo sostenere, tanto che spesso ne subivo i condizionamenti. Andrà bene? Sarà difficile? Ce la farò? E man mano che mi avvicinavo al momento di schiacciare il cronometro questi dubbi assumevano dimensioni sempre maggiori, tanto che quando affrontavo la seduta qualche volte ero mentalmente già stanco.

Adesso invece, da quando mi alzo dal letto a quando premo il cronometro passano 20 minuti circa, un lasso di tempo durante il quale penso poco. La mia testa ha tanti spazi liberi e i dubbi si devono ancora diffondere tra i neuroni. Una cosa è invece certa: decido strada facendo come gestire la seduta ed attendo un po’ di tempo prima di esprimere un qualsiasi giudizio. Siccome ogni allenamento tirato lo affronto con un riscaldamento inadeguato, ma non ho il tempo per fare ogni cosa come da “manuale”, devo aspettare l’ottimizzazione della messa a punto dell’organismo prima di spingere di più sull’acceleratore.

Se si tratta di una seduta di corsa media, il primo chilometro cerco di farlo un po’ sotto ritmo (più piano), ma lo stesso faccio in caso di un allenamento intervallato. Non voglio farmi condizionare dalla situazione, di solito positiva perché le gambe andrebbero più veloci ma la respirazione non è ancora pronta per adeguarsi alla sollecitazione.

A volte succede invece l’opposto. A chi dare ragione in questi casi? Ovviamente è sempre l’aspetto “più debole” ad essere preso in maggiore considerazione ed attenzione. Non avrebbe senso spingere se le gambe per esempio non fossero in grado di seguire il fiato, ma neppure forzare quando sembra che nei polmoni non entri l’aria di cui ci sarebbe tanto bisogno. Ma di solito sono le gambe ad essere in difetto: pesanti, gonfie, legate, grosse e sembrano trovare a fatica quell’agilità necessaria per correre bene.

Qualche volta sono invece i muscoli a dover aspettare il fiato. “Piano” sembrano dire i polmoni alle gambe ed è questa, forse, la sensazione migliore, meno gravosa da accettare perché si corre non al massimo impegno. Sentire di aver le gambe che hanno margini d’incremento dello sforzo è tutto sommato piacevole.

Durante gli allenamenti poche molte mi trovo in una situazione di equilibrio, di bipartitismo bilanciato. Per arrivare a tale favorevole e positiva situazione, è il “moderatore” che deve agire con particolare diplomazia. Equilibrare le forze in gioco non è facile perché, se il coordinatore è attratto, o meglio distratto da stimoli esterni, l’equilibrio non si trova. Se il cervello è smanioso di verificare l’esito del cronometro, non si troverà mai una situazione equilibrata. Deve essere proprio una di quelle splendide giornate quando si è davvero in gran forma, nelle quali gambe e polmoni lavorano in perfetta sincronia e all’unisono perché il coordinatore sia soddisfatto della collaborazione di muscoli e fiato. In allenamento c’è sempre da moderare la supremazia dell’uno sulla debolezza dell’altro. “Resisti; vedrai che passa” è il suggerimento che il cervello passa ai muscoli. “Dai, ancora qualche minuto e poi è finita” è il messaggio che invece arriva ai polmoni.

Badare a tutto ciò che avviene in un corpo sotto sforzo non è affatto poca cosa. Si deve anche agire per non peggiorare eventuali situazioni critiche, evitando di perdere il controllo dell’assetto di corsa. Devo ricercare e mantenere un assetto di corsa che sia economico, efficace, anche quando le circostanze non sono ottimali. Allo stesso tempo è necessario che il comandante deputato al controllo di tante situazioni non sia vittima di un ammutinamento, come in quelle giornate in  cui le cose sembra non vogliano andare proprio bene.

E spero sempre che non si metta di mezzo il piede a indicarmi che c’è una vescica che si sta formando, oppure il fegato che sta soffrendo, o la milza che ha degli spasmi. Oppure che bisogna bere perché le cellule sono assetate, o le fibre muscolari che necessitano di glicogeno. O un ginocchio che fa i capricci.

E c’è chi dice che correre sia noioso…

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#

Tehachapi

di Orlando (10/06/2009)

Quella mattina ero salito in macchina lasciando il mio sguardo attaccato ad uno di quei panorami che ti ricordi per tutta la vita. Ed era un paesaggio così suggestivo che una parte di questo lo uso ancora quando faccio il rilassamento mentale e voglio visualizzare un posto tranquillo e sereno. Sullo sfondo si stagliavano le imponenti montagne della Sierra Nevada, in California, mentre in primo piano, appena fuori dal motel nel quale gli unici ospiti per quella notte eravamo stati noi, c’era un laghetto che mi verrebbe da indicare come alpino, ma eravamo appunto in California. Ad ogni modo, era un piccolo specchio azzurro di un’intensa tonalità, come quella del cielo che trovi solo nelle giornate fresche del primo autunno e che è così limpida da sembrare non aver un fondo.

Prima di percorrere, con la Toyota Corolla che avevo noleggiato a Phoenix, la sinuosa strada dell’Owen Valley, avevo fatto un giro tra quelle montagne, certamente alte ma che sembravano un po’ sproporzionate dopo che per un paio di giorni avevo visto tante piante, tutte così alte che un palazzo di 10 piani poteva essere considerato basso in loro confronto. Come un pollicino perso tra i boschi in quei giorni avevo raccolto delle pigne enormi, che consideravo cadute dalle sequoie, così grandi che con un paio avevo riempito un lato della valigia. L’altro era invece pieno di fossili e così il leggero peso delle une equilibrava la pesantezza degli altri. Le cose da vestire? Non sarebbero tornate a casa. In questi viaggi di fine stagione podistica, che quasi sempre facevo a metà autunno, portavamo abiti sportivi, soprattutto tute usurate che abbandonavamo di motel in motel.

Riguardo le pigne, avevo chiesto informazioni ad un ranger che mi aveva riferito che quelle enormi non erano affatto delle sequoie, ma dei cosiddetti “sugar pine”. Mi fece poi vedere le pigne delle sequoie: erano grandi come due… olive, anche se mi veniva da indicare qualcos’altro! Insomma, le proporzioni non era affatto rispettate.

Nel pomeriggio ero sceso verso la piana di Bakersfield ma senza alcun progetto di dove saremmo andati e, sotto un semaforo appeso in cielo con chissà quali fili, che in quel momento ci faceva l’occhiolino rosso, ci siamo chiesti: “Si va a destra o a sinistra?”

A destra ci si sarebbe inondati del verde della piana di Santa Clara. A sinistra ci si sarebbe insabbiati nel deserto del Mojave. La risposta non chiarì la situazione perché io optai per la prima scelta, mentre Ilaria per la seconda. E mentre l’occhio rosso era diventato verde decisi di andare a sinistra. M’intrigava ciò che stava scritto su un cartello segnaletico:  Fig Orchard.

Per questo posto però non ci passai; avrei dovuto fare una deviazione dalla strada principale e non potevo concedermi divagazioni. Non pensate che il limite me lo avesse imposto Ilaria, sebbene mi avesse lanciato uno sguardo che diceva tante cose e che solo le donne sanno esprimere in certe circostanze. Non potevo girare verso il curioso paese perché sul cruscotto della Toyota ammiccava da tempo una lucina arancio che, più passava il tempo, più mi sembrava diventasse grande. La benzina era veramente poca e quando si scorazza tra i deserti americani si deve essere molto parsimoniosi sull’acceleratore perché non si sa mai quando si può fare benzina.

Intanto il cielo si era arricchito di quei caldi colori che ti fanno sentire un romantico anche quando non lo sei, ma io più che guardare il bel tramonto buttavo spesso l’occhio sulla lancetta del serbatoio e con insistenza chiedevo ad Ilaria, che controllava la cartina geografica, quanto mancava per poter sperare di trovare un distributore. Con il dito indice seguiva lentamente una striscia nera in mezzo a tanto color giallo che si stendeva sul foglio di carta che teneva sulle ginocchia. “Fra un po’ dovremmo trovare un centro abitato. Sulla cartina sono segnate due case” e come altre volte era successo, le due case segnate sul foglio erano proprio due, ed anche ben ripartite: una a destra e l’altra a sinistra della strada. Ma niente distributore e così l’incontro dei nostri sguardi esprimeva il disagio di una situazione incerta.

“E se finisce la benzina?”

“Metterò le scarpe da corsa e farò qualche chilometro (ormai però si ragionava in miglia).”

“Forse c’è un’altra possibilità” disse Ilaria. “Sulla cartina sono disegnate ancora due case.”

“Fra quanto?”

“Dieci miglia circa.”

“C.… Speriamo duri (la benzina ovviamente).”

Ed intanto procedevo ad una velocità così contenuta che se fosse passato un ciclista impegnato in una cronometro, mi avrebbe superato e distaccato. Nelle discese toglievo ovviamente la marcia per far scendere i giri del motore e risparmiare carburante.

Arriviamo al “paese” e le prime due case, sulla destra, erano abitazioni. In fondo all’ampia curva che piegava verso sinistra c’era una luce più diffusa delle altre, e quando mancano alcune decine di metri scorgo che è un bar. Ma non è sufficiente. Ad ogni modo decido di fermarmi. Alla mia richiesta di dove fosse il distributore più vicino, l’anziano baffuto signore che indossava la classica camicia a quadratoni infilata dentro dei jeans a salopette, apre due ampie porte di legno di una costruzione scura. A scuola avevo imparato che quella era una “barn” (fattoria), ma invece dietro quelle due vecchie grandi ante, in mezzo allo stanzone, c’era una pompa di benzina. Non potevo proprio definirlo un distributore. Sembrava invece più una di quelle pompe per l’acqua che si azionano con una leva laterale a stantuffo. Poco importava. Avevo riempito il distributore e ciò era quello che contava di più per quel momento. Adesso si doveva trovare anche un posto dove dormire e mangiare, in ordine di importanza ovviamente perché in macchina qualche cosa da sgranocchiare c’era sempre.

Si era fatta notte. Il cielo era tanto scuro e li attorno si vedeva solo tanto buio, ma il vecchietto rivolto ad Ilaria aveva detto che non lontano da lì c’era…

“C’è cosa?”

“Hai capito cosa ha detto?”

“Io no. E tu?”

“Ha masticato una parola o due, che sembrava il nome di un chewingum.”

“Pensavo capissi l’americano.”

E mentre discutevamo su cosa avesse detto, a fianco della strada, immerso nel buio pesto, era passato un treno. Forse due. Magari anche tre. Caspita non finiva più.

“Ma quanti vagoni erano?”

”Boh. Tanti.”

“Contali.”

“Come faccio, non si vede niente.”

“Ma sono tanti.”

“Di più.”

“Eccolo là il paese.”

“Sembra grande.”

“Si.”

“Ecco il cartello.”

“Cosa c’è scritto?”

“Tehachapi.”

“Come?”

“Hai capito bene.”

“In che senso?”

“Guarda che non è veneto, imbecille!”

Al primo motel, un Best Western, c’era la scritta in rosso fosforescente “No vacancy”. E così anche al secondo motel (ci siamo chiesti chi poteva fermarsi in quel posto sperduto…) Al terzo invece, appena oltre il binario del treno c’era posto. Non era un gran ché, ma per una notte ci si poteva adattare.

“Chiedi come si pronuncia “Tehachapi.”

“te à cia pi” dice il vecchietto che ci da le chiavi della stanza.

“Sembra un padovano.”

“E’ una parola indiana” ed aggiunge che il paese è ben conosciuto in California.

“E’ che si trova lontano dal Veneto, altrimenti sai quanta gente verrebbe qua. Altro che ““”A”corsa all’oro”. Sarebbe pieno di veneti convinti che sia la terra …”.

Ci racconta che il paese è famoso per la ferrovia perché quei treni lunghi, per arrivare alla quota del paese, devono compiere dei grandi giri, ed uno di questi è proprio fuori il paese. E’ famosa anche per gli impianti eolici. E poi c’è la prigione della California.

Non sto a tirarla lunga, ma abbiamo mangiato al ristorante del bowling, dove mi sono sentito osservato come in pochi altri posti.

Il dramma è stato la notte. Dal sonno venivamo richiamati dallo scampanellio che anticipava l’arrivo del treno. E che treno! Quando passava vicino al motel, a non più di 50 metri dalla nostra stanza, tremava tutto per qualche decina di secondi. La faglia di Sant’Andrea non era poi lontana da lì, ma in camera sembrava di esserci proprio in mezzo e nel momento di una scossa di terremoto.

La mattina presto, molto presto perché decisi di lasciare quell’infernale posto dove avevamo dormito davvero poco, ho avuto la forte impressione che il letto non fosse dove l’avevo visto quando sono andato sotto le lenzuola. E giuro che di notte non ho fatto niente. Avrei anche potuto approfittare con tutte quelle … vibrazioni.

Anche il mobiletto del frigobar era fuori posto.

E mentre in auto lasciavamo l’indimenticabile Tehachapi, incrociamo un altro treno. Un Santa Fe.

“Conta i vagoni.”

“Trentasei, trentasette, trentotto…

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#