Aspettavo la cioccolata…
La mia presenza alle maratone inizia sempre dall’expo. Confusione, rumore, foto di rito, il tanto parlare mi lasciano sempre frastornato. Ma c’è stato anche l’incontro con gli amici blogtrotters, e la foto fatta con loro (a proposito, mandatemene una copia!)... Sono questi e tanti altri i pensieri e i ricordi che rimbalzano nella mia testa mentre rientro in hotel percorrendo di corsa i viali del lungarno. Sono uscito a correre molto presto, e man mano che si fa giorno vedo che all’orizzonte tenta di farsi spazio una piccola zona di pallido azzurro, che cerca di rubare un po’ di posto ad un cielo cupo e nuvoloso che durante la notte ha riversato sulla città violenti scrosci di pioggia. Quella macchia di cielo sereno mi mette ottimismo per la pedalata che mi aspetta, ma prima di lasciare definitivamente l’hotel esco a sbirciare ancora il cielo. Come davano le previsioni, le nuvole si sono addensate e quella cellula di azzurro è stata completamente fagocitata da un grigiore plumbeo.
Decido quindi definitivamente di indossare l’abbigliamento pesante antipioggia, e non poteva essere scelta migliore perché le nuvole di lì a poco, facendosi gioco delle parole dello speaker che in Piazzale Michelangelo continua ad affermare che tutto sommato è una bella giornata, lasciano libero sfogo all’acqua che non riescono più a trattenere. La pioggia rimbalza forte sull’asfalto, sul mio berretto e addosso a tutti i maratoneti assembrati da qualche decina di minuti sul piazzale della partenza. Immagino sarà una di quelle giornate che ricorderò a lungo, ma nulla si può fare se non seguire la corsa e pensare alla gara. Per fortuna che, dopo una mezz’ora di pioggia battente, la situazione meteorologica progressivamente migliora e mi consente di fare la telecronaca senza più alcun disagio. Per carità, per i primi 40’ di corsa qualche scroscio ogni tanto scende, ma non affatto disagevole; il fastidio maggiore che avverto riguarda gli indumenti bagnati che mi raffreddano le gambe e un po’ le braccia.
Ad ogni ristoro che passiamo, mentre i corridori ricercano le loro borracce personalizzate, io punto l’occhio ai bicchieri di tè, immagino caldo, e verrebbe voglia di fermarsi a sorseggiarne un po’. Il mio pensiero va alla battuta che avevo riportato nell’ultimo mio blog, al braccio teso che qualcuno avrebbe dovuto pormi, con la tazza di cioccolata calda e con la panna. Un pensiero che ogni tanto riemerge quando sento spesso la gente ai bordi della strada che mi chiama e saluta; per quanto possibile contraccambio, anche se non è sempre facile ed agevole.
Nelle maratone cittadine le strade sono strette, dissestate e piene di curve, e devo tenere l’attenzione alla direzione di corsa dei maratoneti: per evitare di infastidirli seguo una traiettoria opposta alla loro, in maniera da lasciarli percorrere la direzione più breve possibile. E poi, ieri, al 6° chilometro c’è mancato veramente poco che andassi a tamponare violentemente una delle due lepri, il keniano Ngneni, il quale si è improvvisamente fermato piegandosi in avanti per allacciarsi una scarpa. Per fortuna, con una manovra rocambolesca, l’ho evitato di un soffio. Inoltre, come non faccio praticamente mai in corsa, mi sono tenuto sulle orecchie entrambe le cuffie per sentire meno freddo; in questo modo sono però isolato completamente dall’esterno, perché avverto solo le voci dei commentatori, mentre a me piace avere anche i suoni e i rumori della corsa.
Della competizione mi è piaciuto molto lo sviluppo degli ultimi 12 km, con attacchi e contrattacchi e l’avvincente alternarsi di situazioni tattiche incerte degli ultimi 2 chilometri. Alla richiesta di Bragagna di indicare il mio favorito per la vittoria, la scelta è andata su Kiprono perché l’avevo visto più guardingo, attento e nel suo sguardo vedevo una maggiore tranquillità rispetto all’avversario. Scelta azzeccata.
Come sempre avviene alla fine della telecronaca e delle interviste del post gara, allento le tensioni e mi faccio assorbire da uno stato di torpore e rilassatezza. Purtroppo non posso mantenerlo: il rientro in auto a casa è quasi sempre l’opposto di quello che vorrei. E poi, una volta arrivati mi aspetta il compito più gravoso della giornata, al quale non posso rinunciare: la preparazione dell’albero di Natale. Stavolta però Anna e Chiara sono state brave: si sono accollate l’impegno degli addobbi e così rimango un po’ tranquillo. L’atmosfera natalizia si fa sentire ed Ilaria, amorevolmente, mi prepara quel che avrei voluto ricevere durante la giornata fiorentina: una tazza di calda cioccolata. Ed intanto fuori è ripreso a piovere, ma poco importa; domani non si va a correre.



Firenze: sarà una maratona sofferta?
E’ da inizio settimana che controllo le previsioni atmosferiche di Firenze per domenica e, siccome non sono buone, tanti podisti mi hanno contattato per aver consigli sull’abbigliamento. E’ molto probabile quindi che per tanti maratoneti possa essere una giornata piuttosto disagevole, sia per lo sforzo che dovranno sostenere, sia per le condizioni climatiche non favorevoli. La mattinata non sarà climaticamente ottimale, ma la pioggia potrebbe dare qualche tregua nel corso della gara. Anche per me, fare la telecronaca sotto la pioggia è molto disagevole: tra tutte, la condizione climatica peggiore è proprio la pioggia (ma non ho mai provato con la neve), e specialmente se fa freddo. Il disagio maggiore è relativo all’acqua che inzuppa le scarpe e le calze: pedalando, inevitabilmente finisco dentro alle pozzanghere e le ruote schizzano l’acqua dappertutto.
Una volta è successo anche alla maratona di Venezia, con gli ultimi tre chilometri nei quali un quarto di ruota era immersa nell’acqua per effetto dell’alta marea.
Sono proprio i piedi a bagnarsi per primi, e siccome non faccio alcun particolare movimento, finiscono per raffreddarsi in fretta. L’esperienza più disagevole l’ho fatta in occasione della telecronaca della maratona di Torino di 3 anni fa, quella vinta da Goffi. La pioggia è stata battente per gran parte della corsa e faceva piuttosto freddo, e mentre ero ben coperto con una tuta in gore tex sia il corpo sia le gambe, il disagio è stato limitato proprio a piedi e mani. Anche quest’ultime sono esposte ad un elevato raffreddamento, soprattutto perché non posso usare quanti pesanti, altrimenti non riesco a schiacciare il cronometro per rilevare gli intertempi e maneggiare penna e carta per riportare i vari passaggi, e dopo alcuni minuti di corsa i fogli si riducono in poltiglia.
Il disagio di stare sotto la pioggia ed esposto al freddo aumenta nei momenti in cui non sono coinvolto nella cronaca della gara: in questi casi l’attenzione inevitabilmente si attenua, e quindi è facile avere il pensiero catturato dai disagi climatici. Per tenermi caldo aumento il mio impegno fisico: pedalo con rapporti molto agili, spesso pedalo all’indietro quando il ritmo è lento e/o quando c’è discesa, e a Firenze i primi chilometri si fanno proprio senza pedalare. Se il freddo si fa sentire specialmente alle mani, faccio parecchi movimenti con le dita e tiro spesso i freni in maniera da fare più fatica.
Per riscaldarmi non sarebbe male portare una borraccia con del tè caldo, ma non so dove metterla visto che tra antenne, batterie ed altri apparati ricetrasmittenti, non ho spazio nella bici.
Non posso chiedere all’organizzazione di prepararmi del tè caldo ad ogni ristoro (!!!), ma se qualche spettatore si vuol rendere disponibile, che allunghi il braccio.
PS: preferisco la cioccolata, magari con la panna. In questo caso sono certo che quel bicchiere sarà per me.
Le mie foto
Insomma, bello non sono, come ho riportato nel blog della scorsa settimana. Si è però capito che, come si dice in queste circostanze, “sono bello dentro”, anche se l’apparecchio fotografico per tali rilevazioni, (radiografie ed altre indagini interne) evidenzia una comune normalità.
Insomma, non potrei fare il fotomodello, ma tanti vogliono essere comunque fotografati con me. Praticamente mai ho detto di no alla richiesta di una foto, e se lo avessi fatto me ne scuso con coloro che non sono stati soddisfatti; molto probabilmente è successo quando ero richiesto per altri impegni. Tante persone quindi hanno la mia foto nel loro album o nel loro PC.
Anch’io, ovviamente, ho un mio album di raccolta delle fotografie, o meglio due: uno della mia attività sportiva ed un altro della mia vita privata. Quest’ultimo è praticamente costituito dalle foto del mio matrimonio, altra evenienza alla quale si deve sottostare: in quell’occasione ho chiesto al fotografo di non essere megalomane e di limitarsi all’essenziale. Alla fine è stato di parola consegnandomi non più di 30 fotografie effettive. Ho tante altre foto di famiglia e, quando le guardo assieme ad Ilaria e alle figlie, ci sono sempre commenti del tipo “oddio come sono venuta male”, tipico delle donne. Ecchì se ne frega se non sono venute bene: sono ricordi di quel momento e basta, sui quali è bello riderci su e avere un po’ di nostalgia.
La fotografia nella quale sono venuto peggio (ma noto che è una situazione comune a tante altre persone) è quella della patente. E’ un documento che ho dal 1978 ed in quel periodo portavo gli occhiali (sono miope dalla nascita, ho portato le lenti a contatto, e 10 anni fa ho fatto l’intervento per risolvere il problema definitivamente).
Tempo fa, in occasione di un viaggio di vacanza negli USA, sono stato fermato a Monticello, paese dello Utah, per eccesso di velocità, e alla richiesta di esibire il documento di guida ho fatto vedere la mia patente. Il poliziotto l’ha presa tra il pollice e l’indice, come tenesse uno straccio lurido (d’altronde un documento pseudo cartaceo di color rosa fa pensare proprio a questo) e mi ha chiesto se quello fosse un documento. Quello avevo! E quando ha visto la foto ha scosso il capo in senso molto ironico e di supponenza. Che figura! Ed è stata l’unica volta che mi sono vergognato per una mia foto (N.B. in quell’occasione non sono stato arrestato, com’è accaduto invece a degli amici che si sono trovati in un’analoga situazione, né mi è stata fatta la multa, ma solo un “warning”; forse il poliziotto mi aveva riconosciuto!).
Mentre scrivevo il blog della scorsa settimana, mi sono chiesto con chi avrei avuto il desiderio di farmi fotografare. Sono quelle domande alle quali non sai subito rispondere; è come trovarsi con la lampada di Aladino in mano e dover esprimere i tre fatidici desideri. Nella testa passano vorticosamente i volti di tantissime persone e quando ti sembra di avere idealizzato il preferito, pensi subito ad un altro: Obama, Sharon Stone, Bill Gates, Bono, Charlize Theron, Warren Buffet, Michael Jordan, Bin Laden ed altri. Insomma, adesso non so decidere; ci penserò.
Intanto allego alcune foto “significative” della mia vita. Mi dispiace, non trovo più la foto scattata all’ONU con Kofi Annan…






Un tranquillo week end a Milano
Il week end a Milano è iniziato con un giro all’Expo della maratona, dove sono rimasto poco più di un’ora per autografare un po’ di libri e fare, come sempre, delle foto. Mi ha colpito quella in cui ho posato con una ragazza che ha mi riferito di essere una mia fan. “Se mio figlio stravede per i Power Rangers, tu sei il mio mito”, mi ha detto. Che soddisfazione sentirsi dire queste cose!
Il giorno della maratona mi sono alzato presto (come sempre d’altronde) e, dopo avere scritto un po’, sono andato a fare colazione presto. Adesso che non corro ho sempre fame, più di quando mi allenavo tutti i giorni. Chissà come mai, ma penso si tratti di “nervosismo”.
Ho mangiato assieme a Goffi, Iozzia e Incerti ed ho avuto modo di scambiare alcune battute, giusto per sondare il loro stato d’animo, e mi ha fatto piacere averli trovati disponibili. Di solito, prima di una gara i maratoneti sono sempre un po’ chiusi, poco disponibili a parlare di sé e della corsa, non per la crescente concentrazione ma per il timore che si voglia ricercare qualche indizio sulle loro intenzioni agonistiche. Quasi sempre alla domanda “come stai?” - presente indicativo - rispondono con un “te lo so dirò dopo, a fine corsa” - futuro! E già questo è un indizio che spesso indica quanto l’atleta sia già in tensione agonistica.
Per avere conferma di tale situazione di solito presto attenzione al suo stato fisico: con la stretta di mano per il saluto sento che la sua è particolarmente fredda. E poi, se mentre gli parlo non mi guarda in faccia, l’intenzione di chiudersi in sé per mascherare il proprio stato d’animo è forte.
Una volta sul pullman per andare con i top runner alla partenza regna il silenzio; mancando un’ora e mezza all’inizio della gara è normale che ci sia maggiore tensione, da parte di tutti, soprattutto da parte keniani che sono sempre particolarmente tranquilli.
Se per i maratoneti il pre gara è impegnato con le fasi di riscaldamento, per quanto mi riguarda, dopo aver salutato molti amici e conoscenti, mi sistemo sulla zona di partenza dove sono parcheggiati i mezzi della Rai. Seguo i tecnici impegnati nelle operazioni di preparazione per il collegamento, ed ogni volta non posso esimermi dal chiedere se va tutto bene, non tanto nei loro confronti ma piuttosto per come sono regolate le nostre apparecchiature. Noto che la mia bici questa volta ha un’antenna in più, e anche più grande delle altre. Mi riferiscono che è per una migliore capacità di trasmissione, visto che nel finale di gara a Venezia ci sono stati dei problemi. Con questo aumento di “tecnologia” mi sento più tranquillo, specialmente qui a Milano dove le interferenze sono molto forti a causa di una rete di onde radio molto diffusa. E quando arrivano sulla zona di partenza gli elicotteri, indosso le cuffie per controllare i collegamenti e gli scrosci che avverto sono molto forti e non fanno presagire nulla di buono. Mi dicono di avere pazienza perché tutto si sistema nel giro di poco.
Intanto parte la corsa e subito dopo mi metto a fianco dell’ormai consueto gruppone di keniani, che qui a Milano è più nutrito di sempre. I chilometri passano e nelle mie cuffie il fruscio e gli scrosci sono sempre forti; accendo e spengo più volte l’interruttore dell’apparato ricetrasmittente, ma la situazione non cambia, anche se appena lo faccio ho l’impressione che qualche cosa migliori. Più preoccupato dei miei problemi tecnici che della corsa, seguo un po’ distaccato l’evolversi dell’andamento tattico.
Dopo 5 km si passa per Piazza Duomo dove, finalmente, c’è un po’ di pubblico, ed il ritmo medio è buono, anche se i keniani alternano chilometri veloci ed altri lenti; colpa delle curve e del vento meno forte di ieri, ma ancora presente con folate. Vista la giornata fredda (3°) mi sono vestito di più del solito, ma il freddo lo sento in viso e mi accorgo di essermi quasi bloccato quando dalla postazione mi chiamano per il primo intervento. Caspita, faccio fatica a muovere la bocca per parlare. Per fortuna che mi chiamano in causa frequentemente, ma non prima di 45’ di corsa, vuoi perché ho problemi di ricezione, vuoi perché l’elicottero ponte è sceso presto a fare rifornimento.
Alla mezza maratona, passata piuttosto velocemente (1h03’58”) ma con un po’ di ritardo rispetto al ritmo prefissato, mi fermo perché non riesco ad andare avanti a seguire la trasmissione con scrosci e fruscii crescenti. Il tecnico gira una manopola ed improvvisamente tutto funziona a perfezione; quasi quasi m’incavolo: possibile che bastava cambiare canale per modificare la mia situazione tecnica? Adesso funziona tutto a meraviglia ed ho modo di seguire la gara senza altre preoccupazioni. Per carità, ho i tanti ciclisti alle spalle che m’infastidiscono perché faccio fatica a scegliere la traiettoria, che è sempre opposta a quella dei maratoneti, ed anche perché la strada è stretta.
Per controllare la corsa dei keniani ed osservarli in viso, non esito a salire sui marciapiedi, che per fortuna sono vuoti visto che i milanesi sono rimasti al caldo a casa. Onestamente devo dire però che quest’anno c’era più gente del solito sul percorso.
Intanto la corsa, sul piano agonistico e tattico si accende, ed una volta che le lepri si sono messe da parte, inizia la serie di allunghi di Kibet che mettono in difficoltà tutti gli altri. La sua corsa, non tanto bella esteticamente, evidenzia facilità ed efficacia di azione ed inanella chilometro su chilometro al passo di 2’55”. Dal 35° chilometro Kibet corre veramente forte ed assisto ad un’azione che fa presagire un riscontro cronometrico importante; al passaggio al 40°, quando faccio due conti, ho la conferma che il keniano possa scendere sotto 2h08’. Dalla postazione fissa sento però che le previsioni finali sono per 2h08’30”; mi sono quindi sbagliato ed ammetto che può capitare quando nel finale di corsa ci sono situazioni concitate per l’avvicendarsi di moto della televisione, dei fotografi, dei cronometristi, dei giudici. In questi frangenti ho più il timore di essere investito che non la preoccupazione di stare con la testa sulla gara.
Al 41,195, quando passiamo il cartello che indica che mancano 1000 metri alla fine il tempo è esattamente di 2h05’ (caspita, Gebrselassie sarebbe già passato da 1’ sul traguardo!) e quindi, aggiungendo almeno 3’ (ma Kibet corre in 2’55”) farebbe 2h08’; ma dalla postazione confermano che sta correndo con una previsione di 2h08’30”. Rinuncio a fare i conti, anche se al cartello dei meno 200 metri dall’arrivo il keniano transita in 2h07’14” e siccome sta spingendo a tutta, non ho più dubbi che il tempo sarà quello che da tempo stavo calcolando.
La gara è finita; come sempre mi defilo in fretta per tornarmene presto a casa. Ho ancora mezza domenica libera, anzi solo poche ore, e così mi godo tranquillo il viaggio di rientro in treno. So che alla stazione ritroverò la mia famiglia ed immagino che il bentornato (sono stato via 23 ore!) sarà come sempre … movimentato. Sono l’unico maschio con 4 femmine da accontentare, ed appena salgo in macchina ne ho la conferma: una lingua viscida e rasposa mi passa tutta la faccia. Tutti a ridere mentre Maya, prima di accoccolarsi in braccio, mi sevizia.
Siamo la coppia più...

Ci siamo consultati, io e lei (Ilaria), e abbiamo deciso di fare un intervento per fugare le preoccupazioni e perplessità di quanti (tanti!!!) ci hanno contattato privatamente pensando che … non fossimo più marito e moglie. Mi scuso se le parole che ho scritto ieri possono aver fatto pensare ad una nostra separazione. Confermo che siamo sempre assieme e lo saremo anche in futuro (almeno lo spero, anche se non si può mai essere sicuri di ciò che ci attende). Tranquillizzo tutti quindi: io e Ilaria siamo sempre qui, uno davanti all’altro a lavorare, e passiamo assieme tante altre ore durante la giornata, anche troppe, ma siamo sempre affiatati e abili a sopportarci.
Il “dispiacere” di vedere Ilaria andare via da sola per andare a correre era da intendere come il mio rammarico a non poterla seguire, visto che a causa dell’infortunio non posso farlo anch’io.
Tutto qua. State tranquilli se nel week end mi vedrete a Milano, per la maratona, da solo. Ilaria resta a casa perché non ho il posto per portarla con me nella bicirai.
E spero che a casa… resti sempre sola!!!
Che triste vederla partire

Nei rapporti di coppia, la separazione è sempre un momento triste, specialmente quando a partire è lei. E così la si vede allontanare stando sull’uscio di casa con quel senso di tristezza e di disagio che nasce dalla consapevolezza che non la si può fermare, ne seguire. Ed una volta che lei ha percorso il vialetto e varcato il cancello, il mio sguardo si allunga per cercarla, per l’ultima volta, prima che lei venga avvolta dalle ombre della notte che ancora resistono alle timidissime luci del giorno. Ed è quando si resta veramente soli che si percepisce quel senso di grande vuoto, specialmente quando si ripensa ai bei tempi, a quando le cose andavano veramente per il meglio, ed eri felice, contento. Ed allora ripensi a dove hai sbagliato, a cos’hai fatto per trovarti in tale triste situazione che ti fa vedere la vita senza un futuro, con tutti i bei progetti che svaniscono, che se ne vanno in fumo. E più ci pensi e più vivi con rammarico, delusione, colpa. Sarà stata quella volta che sono tornato più tardi del solito, quel giorno quando ho trovato lei ad aspettarmi impaziente sull’uscio di casa, timorosa che mi fosse accaduto qualche cosa di grave. Vivo con forte rimorso quei momenti, e sento di averla tradita: le avevo detto che sarei stato via un’oretta e invece sono rientrato a casa dopo 2 ore, con quell’aria colpevole, ma caspita … strafelice per aver fatto 30km.
Come stavo bene! Le gambe giravano a meraviglia e non ho saputo tenerle a bada; ero euforico perché tenevo un ritmo molto più veloce del previsto ed è per questo che non ho saputo resistere. “Altro che una maratona in 3 ore” - mi sono detto - “questa volta vai sotto 2h50”. E via a pestare sull’asfalto con i polmoni che soffiano l’aria con impeto ma senza disagio; il cuore che martella nelle tempie ma con forza, potenza ed energia.
L’asfalto scorreva veloce, ed anche le cose che mi stavano attorno sembrano scorrere all’indietro diversamente dal solito, con tempi decisamente più rapidi di altre volte. E poi quel dolore al piede, percepito dapprima come disagio, ma che piano piano si è fatto sentire sempre di più. Avevo pensato che con alcuni giorni di riposo sarebbe passato, ed invece eccomi qui, in pantofole sull’uscio di casa a salutare lei, che può continuare a correre come sempre.
Non corro da 10 giorni e dopo un primo incontro con l’ortopedico, ieri sera ne ho avuto un altro. La causa del mio dolore al piede destro è diversa dall’idea che mi ero fatto. Durante la corsa, quando flettevo le dita del piede nella fase conclusiva della spinta, sentivo una fitta a livello dell’alluce. Con il passare del tempo, visto che ho continuato a correrci per un paio di settimane, si era formato un nodulo sul tendine dell’estensore dell’alluce. Avevo pensato che la causa fosse la compressione della tomaia proprio sul tendine, ed ero convinto che con un trattamento di mesoterapia sarebbe passato tutto. Durante la visita invece l’ortopedico mi ha riscontrato un’alterazione dell’articolazione del 1° metatarso dovuta ad una distorsione. A quel punto mi è venuto a mente il ricordo della forte distorsione proprio del primo metatarso che ho avuto nel corso della 1a tappa della 100km del Sahara, dopo la quale non ho più camminato bene per alcune settimane. L’elevato carico che ho svolto le passate settimane, specialmente con la corsa in salita, ha sollecitato un’articolazione non perfettamente efficiente. Ieri sera ho fatto il secondo trattamento antinfiammatorio ed ora, passato il conseguente gonfiore, sono in fiduciosa attesa di riprendere a correre regolarmente.
Per qualche giorno mi accontento di accompagnare Ilaria idealmente nella corsetta mattutina… e di aspettare il suo rientro a casa.
Ma non c’è nulla di meglio?!?
Poco prima di partire per l’ultimo stage di allenamento della stagione, ai Colli Romani presso gli amici della Running Evolution, ho risposto ad alcune mail tra le quali una che mi aveva scritto Orietta, una ragazza che alleno. Al termine del suo messaggio riportava questo PS “sono entrata nel tuo sito per visitare l'abbigliamento e, scusa se te lo dico.. ma mentre l'Ilaria e' una bellissima testimonial, forse tu non sei così..fotogenico. Spero che ciò non comprometta il nostro rapporto di coaching”.
Questa nota mi ha fatto un certo effetto; ovviamente non mi ha colpito ed offeso, ma mi ha fatto sorridere perché, quando poso per le innumerevoli foto che ogni week end faccio mentre presenzio a manifestazioni podistiche, mi chiedo sempre cosa stimoli la gente a farsi la foto con me visto che non sono, appunto, fotogenico. Per quanto riguarda il mio aspetto fisico non ho, infatti, una grande autostima perché non ho mai fatto nulla per apparire diverso da quello che sono, neppure quando i capelli hanno cominciato a diradarsi. Quando mi guardo allo specchio non mi sono mai detto che sono bello, e così vivo in completa pace perché non mi sorgono preoccupazioni dal dover apparire differente da come sono.
Io così mi piaccio e quando devo fare delle apparizioni in televisione o fare servizi fotografici specifici, mi viene da ridere quando mi si propone dell’assistenza estetica, aspetto che invece viene accettato dalle altre persone che condividono il mio impegno di quel momento. In occasione di questi servizi delego tutte le responsabilità al fotografo: il suo lavoro è tirare fuori il meglio della sua esperienza, mentre per quanto mi riguarda sono estremamente tranquillo perché mi limito ad essere quel che sono. Adesso che ho anche pochissimi capelli non devo neppure preoccuparmi di pettinarmi. Non mi preoccupo minimante dell’esito dell’impegno del fotografo, e “che pubblichino quello che vogliono”, proprio perché per me l’aspetto fisico non ha alcuna rilevanza. Ammetto però che in occasione delle foto che ho fatto per l’abbigliamento New Balance non ero fisicamente in forma perché ero sovrappeso di 7 chilogrammi rispetto ad ora. Ecco, se c’è un aspetto fisico che non accetto è il sovrappeso: non appena mi vedo un po’ grasso, smetto di mangiare.
Per la “bellezza” invece non ho appunto alcuna ambizione. Fino a qualche tempo fa mi chiedevo cosa avesse trovato di bello in me Ilaria quando ci siamo fidanzati. Nei suoi confronti è stato un colpo di fulmine perché la prima volta che l’ho vista mi ha affascinato la sua bellezza. Quando mi ha chiesto di uscire assieme ero preoccupato che si fosse sbagliata, e che fosse un’esperienza che sarebbe durata molto poco, ma poi quando mi diceva che … le piacevo, mi sono sentito al settimo cielo. L’aspetto migliore è che le piacevo senza che facessi nulla per attirare la sua attenzione, e quindi il fatto che mi accettasse per com’ero, mi ha sempre dato una grande tranquillità. Mi sono sempre detto “se le piaccio, perché dannarmi l’anima per apparire diverso da quel che sono?” E se ci sono tutte quelle persone che ogni week end mi chiedono di posare con loro per la foto, significa che non sono proprio male. Oppure, che non c’è nulla di meglio!?










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