Orlando Pizzolato
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Brava Ilaria

di Orlando (09/11/2009)

La panchina sulla quale ero seduto mi dava un senso di disagio: era fredda. Fredda perché il clima uggioso inumidiva il vecchio legno dove mi appoggiavo, fredda perché così era il mio stato d’animo. Tante cose mi passavano per la testa in quel momento, molte per le quali riflettere e quasi tutte mi facevano vivere un senso di negatività. Come appaiono diverse, strane, le tante cose fatte prima ed assumono un senso differente da come si erano vissute, come se fossero state fatte da un'altra persona. Eppure tutto ciò è tuo mi dicevo, nel bene, nel male. In tali circostanze comunque ci si accetta, forti dei propri limiti. E ti rendi conto che non tutto è uggioso, scialbo, spento, privo di attenzione.

Quando ogni mattina, dapprima con il caldo e l’afa, poi con il freddo e l’umidità, spesso stanco ma sempre motivato, varcavo il cancello di casa e lasciavo scorrere l’asfalto sotto i miei piedi, non sono mai stato solo. Prima di quell’avvio mi muovevo frettoloso per non ritardare il rientro a casa, e badavo poco ai movimenti di chi mi stava attorno. Prima però di premere il pulsante del cronometro entrambi riservavamo un attimo di attenzione a noi stessi. Il primo bacio, del buongiorno, della buona corsa, dell’intesa per l’intera giornata, mai più trascorsa intimamente.

Nella fredda panchina del Central Park ci sono stati momenti in cui non ho proprio pensato a me, ma occhi e cuore attendevano Ilaria, ed in quelle circostanze non sentivo il freddo. Ho atteso parecchio con la speranza di scorgerla tra il fiume di colori che mi scorreva dentro gli occhi, quasi ad ubriacarmi. Volevo vivere in diretta il momento del suo entusiasmo, dell’euforia della prima volta, della soddisfazione di aver raggiunto il suo traguardo.

Ad un certo punto ho desistito e sono rientrato in albergo. La stanza era vuota, senza energia, come se lì dentro non ci fosse ossigeno, tanto che mi sentivo come in vetta ad un’alta montagna dove l’aria entra nei polmoni solo con tanto sforzo. I numeri dello schermo dell’orologio sembravano essere incollati, tanto l’attesa era lenta.

E quando la porta si è aperta abbiamo incrociato gli sguardi, sapendo senza dirci nulla cosa uno cercava dell’altro. E quando ho visto la medaglia al collo ero contento, con quella sensazione di appagamento, di piacere che nasce dalla condivisione di un traguardo comune. La fredda panchina del Central Park era lontana. E’ lontana ancora di più adesso perché giorno dopo giorno è scivolata perché non si sta attaccati alle sensazioni negative quando si vive in un ambiente caldo.

Ho passato una bella settimana, nonostante tutto. Non era solo la settimana della nostra maratona, quella della corsa personale, perché la trasferta a NY è in primis un momento di lavoro per entrambi, ma quella del concerto.

Ilaria attendeva anche questo momento con particolare intensità. Vicende personali (sue), non legate solo ad una persona che canta (bene).

Ed è stata un’altra occasione, l’ennesima, per stare accanto a chi mi fa vivere, emozionare, con il solo sguardo. Ogni giorno. Brava Ilaria.

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Il fascino della bufera

di Orlando (06/11/2009)

Le bufere fanno sempre un po’ impressione, ma sono affascinanti, in ogni caso. Sono eventi pieni di energia, distruttiva senza dubbio, ma che offrono anche l’opportunità di valutazione. Sull’altopiano di Asiago dove ho abitato per alcuni anni, dopo una forte nevicata che osservavo rintanato passivamente in casa, uscivo con un misto di meraviglia ed apprensione. La meraviglia per l’affascinante scenario della fitta coltre che ammorbidiva il paesaggio e lo rendeva soffice, tenero, delicato. L’apprensione invece nasceva dal timore di rilevare danni: le cime degli alberi rotti, il tetto del garage incrinato, i teli che coprivano l’orto che avevano ceduto. In ogni caso era piacevole sentire il disturbo del freddo sulla pelle.

Non tutte le sensazioni disagevoli sono negative. Ritengo che i fastidi siano stimolanti, così come le bufere non sono tutte negative. Passato il momento critico, all’orizzonte prima o poi ricompare il sole.

La tranquillità che si avverte durante la bufera è di avere sempre un tetto sulla testa, specialmente quando lo si condivide. In questo momento ho avuto modo di verificare quanti abitano sotto il mio tetto e che in qualche modo mi hanno trasmesso il loro calore mentre avvertivo i brividi.

Il mio ringraziamento va a tutti quelli che hanno vestito i miei panni. A quanti non sono riusciti ad indossarli, invito a riflettere su quanto ha scritto una volta un vecchio indiano: “Cammina almeno un miglio con le mie scarpe prima di giudicarmi.”

Dopo ogni nevicata per terra resta il residuo della bufera, ed in montagna si è consapevoli che non si deve attendere che sia il sole a sciogliere la neve. Spalarla è un modo per andare avanti, pur sapendo che ogni giorno potrebbe nevicare.

Ma questa è la vita.

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You can't go back

di Orlando (04/11/2009)

Arrivare … molto prima degli altri non è sempre uno svantaggio!

Dopo aver ritirato anzitempo la mia sacca oltre il traguardo, ho potuto assistere all’arrivo del vincitore e alle sue battute dell’immediato dopo corsa. Keflezighi era euforico e parlava senza pause. La frase che maggiormente mi ha colpito non è stata però la sua, bensì quella del suo allenatore: “Goditi questo momento perché non puoi tornare indietro (…you can't go back)”.

Eh già!

Ciò che è passato non torna, e quello che si è vissuto può solo arricchire il proprio patrimonio di esperienze; le emozioni che si avvertono, sia positive sia negative, sono reazioni chimiche che creano collegamenti neuronali che fissano suggestioni indelebili. Ogni esperienza resta intrappolata nella rete neuronale, pronta per essere elaborata ed utilizzata.

Mentre sono lì ad ascoltare l’entusiasmo di Keflezighi, ripenso alla mia corsa. Quello che non è andato come da programma lo so, e non me ne faccio neppure un problema (you can't go back).

Se affermassi che me lo aspettavo sarebbe un modo semplicistico per non cogliere il disagio fisico provato in corsa, se non che avverto una sensazione contrastante: per un verso estrema facilità, per l’altro forte disagio. Non è possibile che due situazioni antitetiche convivano nello stesso momento, ma così è stato per i chilometri che ho percorso.

Sulla gobba del Ponte di Verrazzano passo al primo miglio con il tempo che mi ero prefissato: 6’30”, ma questo parziale sarebbe stato relativo ad un tratto pianeggiante e non di salita. Da una parte vivo con meraviglia il maggior rendimento, dall’altra mi sorprende avvertire una punta di fastidio ai glutei, come se il giorno prima avessi lavorato portando dei pesi. Nella conseguente discesa mi rilasso e “guadagno” 23 secondi rispetto alla tabella di passaggio; non poteva essere diversamente visto che quei 1609 metri si percorrono tutti in discesa. Lascio passare passivamente tanti corridori che tengono un’andatura più veloce della mia. Non posso farmi tentare dal loro passo, sebbene le folate di vento contrario si facciano sentire e vorrei stare coperto restando dietro a loro.

A Brooklyn il percorso è regolare così come i passaggi del mio cronometro, sempre un filo sotto 6’30” a miglio. Non avverto disagi organici e sarei portato a forzare, specialmente quando ogni tanto 2-3 podisti mi superano ad un’andatura appena più svelta della mia, ma temo la distanza e la situazione muscolare. Non corro bene, sciolto e decontratto come dovrebbe essere nelle prime fasi di una corsa molto lunga.

Le folate di vento contrario le avverto ma non m’infastidiscono. Sudo pochissimo ed il correre in canottiera, scelta che temevo un po’ a causa dei colpi d’aria, è invece stata corretta. Mi sforzo di bere appena un sorso d’acqua ogni 2 miglia, ma al 10° chilometro rinuncio perché non avverto la necessità di dissetarmi. Poco dopo il passaggio ai 10 chilometri, per un momento perdo la fluidità di corsa; non mi preoccupo oltre modo perché già altre volte ho vissuto momenti di disagio, anche quando non stavo spingendo. Dopo un paio di minuti la situazione si stabilizza nuovamente. Ritrovo un buon controllo dello sforzo e procedo bene fino all’altezza del Municipio di Brooklyn (13° chilometro) dove, per effetto della salita, l’appesantimento nella parte posteriore delle cosce si accentua. Il cronometro mi conferma il rallentamento, che è  minimo (4’08”), e nella successiva discesa (senza forzare perché portato dalla pendenza favorevole) transito in meno di 3’50”. Ogni tanto mi ripeto di rallentare, di stare vicino a 4’00” al chilometro, in maniera da lasciare respirare i muscoli della parte posteriore delle gambe che percepisco sempre legati, quasi si fossero accorciati. Fatico a resistere alla tentazione di non seguire dei gruppetti che ogni tanto mi passano, ma temo di appesantirmi maggiormente. E’ lì lì latente l’indurimento dei muscoli della parte posteriore delle gambe. Penso che se cambiassi assetto di corsa forse sentirei meno il disagio perché in discesa, quando la schiena è meno in tensione, le sensazioni sono un po’ migliori.

Mi godo l’euforia della gente, lo slancio del pubblico che non ricordavo così caloroso. Osservo con qualche interesse i complessi che suonano e mi gusto le loro note d’incitamento indiretto.

Ma attendo anche con un filo di preoccupazione le ondulazioni del tracciato a Williamsburg, la zona popolata dagli ebrei. Passo piuttosto bene questa parte, se non che al 18° chilometro avverto un aumento dell’appesantimento muscolare, sempre nella parte posteriore delle cosce. Riduco leggermente l’impegno, per evitare di appesantirmi e mi assesto al ritmo di 4’ al chilometro. Avverto che la situazione muscolare migliora, sebbene non sia ottimale. A questo punto temo che non si tratti di crisi passeggere, ma di difficoltà muscolari che diventano sempre più frequenti ed evidenti.

Attendo il passaggio al 20°, che è sotto le previsioni di oltre un minuto, e questo m’incoraggia perchè penso di concedermi, per la seconda parte di corsa notoriamente più impegnativa, un rallentamento di un paio di minuti. Mi preoccupa solo la tensione degli ischio crurali, che si propaga fino alla piega del ginocchio, una situazione che poi peggiora rapidamente quando affronto la salita che porta alla metà gara.

Al passaggio della mezza maratona un occhio è per il cronometro, un “orecchio” per le gambe. Ragiono ancora con più attenzione riguardo al primo aspetto, ma non posso trascurare il secondo visto che la falcata è diventata più corta. Da una parte sono confortato dal cronometro che mi segna un passaggio sempre un filo sotto i 4’, ma la tensione dei muscoli si propaga ai tibiali. L’esperienza mi porta ad un po’ di pessimismo, che tendo a sdrammatizzare perché di lì a poco devo affrontare la rampa di 800 metri del Queensborough Bridge.

Nell’illustrare le caratteristiche tecniche del percorso della maratona di NY, ho sempre riferito che questo punto rappresenta il “termometro” delle forze del corridore: arrivare stanchi, affaticati, appesantiti ed affrontare con disagio questo tratto, significa aver compromesso l’esito della gara. E’ troppo presto accusare la crisi a questo punto della corsa, anche perchè l’approssimarsi dei saliscendi della First Avenue renderà lo sforzo terribile. E la rampa del ponte, oltre il quale lo skyline dei grattacieli di Manhattan dovrebbe moltiplicare le forze, mi sembra interminabile. In questo punto, non solo le gambe sono diventate pesanti come il piombo, ma non trovo alcun sollievo a rallentare il passo, ormai dimezzato nella lunghezza. Realizzo che i 17 chilometri che mi mancano per arrivare al Central Park sono una distanza lungo la quale le crisi possono essere più frequenti e di ben altra portata. A malincuore rinuncio a proseguire, lasciando correre il mio pensiero con il gruppetto con il quale ho condiviso oltre metà della gara.

You can't go back” mi ripeto mentalmente quando sono seduto oltre il traguardo ed assisto al transito di migliaia di podisti. Sono un po’ triste, non lo posso negare, ma neppure drammatizzo. Non era giornata. Non era la giornata per correre come avevo desiderato.

I can't go back” mi dico. Ho accettato di recitare ogni ruolo che mi è stato chiesto, sia prima di iniziare la trasferta sia quando sono arrivato in città. Alcune circostanze erano un po’ forzate; mi sono anche costate sul piano mentale e parecchie energie se ne sono andate.

Si dice che essere egoisti sia un difetto, ma in certe occasioni esserlo consentirebbe un po’ di sopravvivenza.

Alla prossima.

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