Ancora premi e medaglie…
Il “polverone” alzato dalla mancata consegna della medaglia alla maratona di Milano, e i successivi commenti che si sono riversati nel mio blog e nella mia casella di posta personale mi hanno fatto riflettere ancora una volta sul valore della prestazione sportiva. Come in tutte le cose, la verità sta nel mezzo o, meglio ancora, dappertutto. C’è chi ha bisogno di toccare con mano e di possedere qualcosa di tangibile che simboleggi il suo successo personale (che sia una medaglia, un gagliardetto, un diploma, un premio in generale), e chi il successo lo interiorizza e riesce a viverlo anche senza possedere quel premio. In ogni caso non sfugge a nessuno dei due l’importanza della prestazione, del proprio successo personale. Discuteremmo all’infinito se sia frivolo o meno il valore di una medaglia, ma senza venirne a capo: ognuno darà il proprio valore a questo simbolo di successo, e in momenti diversi vivrà il successo in modo altrettanto diverso….
Quando mi trovavo sulla linea di partenza di una maratona, mai pensavo al premio finale nel caso in cui avessi vinto la gara. Lo sforzo che andavo a sostenere mi assorbiva tutte le energie anche quando, da professionista, correvo con l’obiettivo di guadagnare dei soldi, e correre incentrava non solo la mia passione ma era anche la fonte di guadagno. La preoccupazione derivante dal dare il massimo di me stesso era molto elevata, ed escludevo ogni altro aspetto che interferisse con l’evento che andavo ad affrontare: avvertivo sempre forte il timore di non reggere alla distanza e quindi mi preoccupavo dei 42195 metri che dovevo percorrere ad un’andatura elevata, nonostante mi fossi adeguatamente allenato. In questo contesto dovevo anche tenere in considerazione gli avversari. Insomma, nella mia mente non c’era spazio per “dettagli” come il premio, ed anche quando mi sono trovato a qualche centinaio di metri dal traguardo ormai sicuro vincitore, non pensavo ancora al premio, ma vivevo della grande soddisfazione di aver conseguito l’obiettivo per il quale mi ero allenato per mesi. Percorrere quelle centinaia di metri era la massima soddisfazione: era quello il mio premio. La soddisfazione privata e intima di aver raggiunto il massimo cui ambivo. E molto euforizzanti erano anche i momenti del post corsa.
Una medaglia, una coppa, un trofeo poco mi gratificavano quando, nel corso di una carriera, ne avevo già vinti tanti. Erano le emozioni, gli stati d’animo che vivevo che mi appagavano; poco mi interessava il premio. Ciononostante, non posso affermare che non mi ha fatto effetto vincere due Mercedes e mettere in banca i premi in denaro. Quelli hanno dato sicurezza alla mia vita e mi consentono di fare ora un lavoro che, oltre ad appassionarmi, non mi obbliga a farlo per forza.
Mentre scrivo queste note vivo le emozioni vissute nei momenti di vittoria, sensazioni che sono radicate dentro di me e che ricordo con grande piacere.
I premi? Spesso non so dove siano. Presumo che la medaglia d’oro delle Universiadi ed anche quella d’argento dei Campionati Europei di Stoccarda siano dentro una scatola di scarpe, in garage, con tante altre medaglie. Chi viene a casa mia trova traccia solo di 3 trofei vinti alla maratona di New York, ma solo perché sono di cristallo, mentre i piatti d’argento con inciso il percorso della maratona ed il nome del vincitore non si vedono. Anch’essi sono in una scatola e dentro uno scaffale. Che differenza fa vederli esposti o averli vivi nella mia mente? Per me nessuna proprio. Sono solo orgoglioso di aver centrato gli obiettivi proposti come atleta. Mi fa tenerezza invece pensare a quella prima volta che sono salito sul podio per ricevere la mia prima medaglia. La prima di tante, ma la prima della mia carriera, e che mi ha fatto vivere emozioni e soddisfazioni simili a quella di una vittoria importante. Come vedete, in momenti diversi ho vissuto il premio in modo diverso. Orlando





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