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Maratoneti impreparati

di Orlando (11/10/2007)

La morte dei due podisti avvenuta domenica scorsa alle maratone di Chicago e di Washington fa certamente riflettere sul fatto che molto spesso si affrontano impegni fisici molto elevati senza la necessaria preparazione. Capita con sempre maggiore frequenza di leggere di tali eventi, perché sempre più persone si avvicinano alla pratica sportiva, nel nostro caso la maratona, motivati solo dalla voglia di mettersi alla prova, di sfidarsi, di superare i propri limiti. Se tali aspetti sono insiti della pratica sportiva agonistica, molti podisti amatori li enfatizzano, e come scrivevo in tante altre occasioni, la maratona è la prima gara della carriera dei neo podisti.

La logica vorrebbe che, prima di affrontare una distanza così lunga, si passi per tappe intermedie come manifestazioni podistiche sui 10, 15 chilometri e la mezza maratona. Invece le più popolari maratone al mondo (New York, Londra, Berlino, Parigi, eccetera) hanno una forte attrazione sui neo podisti, sia per il fascino della trasferta e dell’atmosfera che queste manifestazioni ricreano, sia perché i tempi massimi per completare la distanza sono molto ampi. Altro motivo, perché l’elevata partecipazione consente di non sentirsi comunque tra gli ultimi… E poi il passa parola degli amici che hanno già corso la maratona stimola i neo podisti ad affrontare la lunga distanza senza avere l’adeguata preparazione, facendo riferimento all’affermazione “vedrai che ce la farai”. Ed in effetti è sempre così, o meglio quasi sempre, perché capita che i neo maratoneti arrivino sì al traguardo, ma in condizioni psicofisiche piuttosto deteriorate a causa dello sforzo, eccessivamente impegnativo per il proprio livello di preparazione.

Infatti, di per sé non è impossibile affrontare la distanza della maratona senza aver prima preso parte ad altre manifestazioni podistiche, ma non si dovrebbe correre la maratona se non si ha la preparazione adeguata. Gli allenamenti elementari (percorrere progressivamente sempre più chilometri) servono a determinare adattamenti sia delle strutture portanti del corpo (muscoli, tendini, legamenti, articolazioni) sia dell’efficienza degli apparati sollecitati dalle prestazioni di lunga durata. Affrontare un impegno gravoso come la maratona senza un adeguato adattamento significa esporsi ad uno stress molto elevato, quasi sempre tollerato dal proprio corpo. In alcuni casi però, come quelli di domenica scorsa, o come quello avvenuto la scorsa primavera alla maratona di Londra e ad una gara di 10km di Hong Kong - ma sono sicuro che di casi di decessi ce ne sono stati anche altri - l’organismo cede in maniera drammatica. Molto probabilmente questi eventi avvengono in situazioni particolari, spesso per alterazioni fisiche congenite mai evidenziate ed enfatizzate da condizioni ambientali particolari. Quasi sempre i decessi avvengono quando il clima è avverso per le prestazioni di resistenza; caldo e umidità sono fattori che fortemente stressano l’organismo. Se oltre a tali aspetti si aggiunge la testardaggine tipica del podista (soffro ma non mi fermo), si arriva facilmente a situazioni estreme di stress senza che il soggetto se ne renda conto.

Una sola volta mi è capitato di soffrire particolarmente i disagi del clima; non mi riferisco a quando ho vinto la maratona di  NY nel 1984 con un clima pessimo (quel giorno è morto un podista francese di 54 anni per infarto), e neppure quando in condizioni analoghe ho vinto la maratona delle Universiadi a Kobe, bensì alla maratona di Los Angeles del 1988. Ricordo che quel giorno mi sono fermato al 32° chilometro. Era già da qualche chilometro che avevo un senso di disagio, come se mi girasse la testa e la strana percezione di appoggiare male i piedi a terra. Sentivo infatti le gambe molli e gommose ed avevo la sensazione di non correre con linearità. Inizialmente pensavo che fosse da attribuire al fatto che mi disorientava correre sulle enormi strade della metropoli californiana, ma la conferma che qualche cosa non andava l’ho avuta quando non riuscivo a tenere a riferimento le strisce bianche che dividevano le carreggiate. A quel punto, un po’ spaventato, mi sono fermato ed in quel momento ho avuto la chiara sensazione di non stare fisicamente bene, non tanto per la mancanza di energie (non ero infatti stanco) ma per la sensazione che la testa mi scoppiasse e con l’impossibilità a mettere dentro aria nel mio corpo. Per tutta la giornata mi sono sentito particolarmente stanco; il mal di testa è durato a lungo, mi sentivo il corpo tutto caldo pur avendo brividi di freddo senza accusare alterazioni particolari della temperatura corporea.

Ricordo bene che prima della partenza, per il crescente aumento della temperatura, mi toglievo sempre più indumenti. Se inizialmente stavo bene coperto con la tuta, prima di iniziare il riscaldamento ero già in pantaloncini e canottiera traforata, e nei primi chilometri di gara si dovevano usare tutti i ristori e spugnaggi. Ebbene, il ritiro in quella maratona non l’ho mai vissuto con un senso di colpa, com’è successo per altre occasioni, perché sapevo che se avessi continuato con quei disagi, avrei faticato troppo, oltre quei limiti che già avevo affrontato altre volte. Orlando

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