Milano: che maratona sarà?
Che maratona di Milano sarà quella di domenica?
Non mi riferisco in questo caso all’aspetto agonistico, bensì alle situazioni che legano l’evento podistico alla città. E’ a tutti nota l’avversione degli automobilisti milanesi alla limitazione del traffico che hanno dovuto subire nelle domeniche in cui si sono tenute le precedenti maratone della città. All’indomani della corsa su giornali e televisioni i commenti dei milanesi erano pieni di veleno nei confronti di chi li aveva condizionati e quasi costretti all’immobilità.
Sentire i racconti di chi la maratona l’aveva corsa, metteva tristezza: ognuno ti raccontava un suo “triste” aneddoto, accompagnato ed arricchito da commenti vari ed insulti verbali subiti quasi ad ogni incrocio. Il podista portavoce di questa esperienza, magari contento per aver conseguito una buona prestazione cronometrica, ti diceva che non sarebbe più venuto a correre lungo queste strade. Tale situazione è più che comprensibile, perché non è affatto piacevole sentirsi accompagnati da commenti insulsi di gente che in quel momento ti denigra e ti odia. Si pensava fossero passati i tempi in cui, quando andavi ad allenarti, trovavi sempre il pirla che dal finestrino commentava il tuo sforzo dicendoti “vai che sei il primo”; “forza Mennea” ed altro ancora.
Si sa che il podista raccoglie stimoli e gratificazioni dal correre in un ambiente favorevole come avviene nelle più frequentate maratone internazionali (New York, Londra, Parigi, Berlino, eccetera), ed è quindi naturale riscontrare un calo di partecipazione nelle corse meno coinvolgenti.
L’amore dei podisti, molto probabilmente lombardi, nei confronti della maratona di Milano ha invece fatto registrare un numero d’iscritti (se reale) superiore alle ultime due edizioni. Senza dubbio il percorso veloce attrae tanti corridori ambiziosi di migliorare il proprio primato, ma è sorprendente verificare quanti podisti danno fiducia a questo evento.
In sede organizzativa sono cambiate un bel po’ di cose: la struttura sembra essere più efficiente e si è lavorato parecchio per coinvolgere ed interessare, in vari ambiti, la cittadinanza. I tanto temuti automobilisti non arriveranno con le loro auto a ridosso degli incroci dove transiteranno i maratoneti: saranno tenuti lontano un centinaio di metri. In questo modo i corridori non percepiranno direttamente l’eventuale ira dei cittadini bloccati nelle loro auto, anche se la distanza non sarà in ogni caso sufficiente ad attenuare lo strombazzare dei clacson.
Le premesse per questa edizione della maratona sembrano quindi essere positive e favorevoli per far sì che questa volta si raccolga maggior successo e consensi rispetto alle ultime esperienze. Io sono fiducioso per questa prova d’appello della maratona italiana, che punta ad essere la più veloce della nostra penisola. Spero di non essere smentito. Orlando
Maratona di Firenze: che clima!
Domenica mattina sono arrivato a Piazzale Michelangelo con molto anticipo rispetto alla partenza della maratona e quindi, come speravo, ho approfittato per andare a correre. Lo faccio quasi sempre prima delle telecronache della maratona perché ci sono dei tempi morti che non so come impiegare; questa volta poi la voglia di farlo è nata dall’impegno di aggiornare il forum con i miei allenamenti. Sono riuscito a correre per un’ora (di solito non supero 45’) e ne ho anche approfittato per percorrere parte del tracciato sul quale avrebbero corso i maratoneti. La mattina era fresca, ma dopo 10’ mi sono tolto la maglia a maniche lunghe (molto leggera) perché sudavo molto; sulla città c’era una consistente cappa di umidità che da Piazzale Michelangelo si vedeva molto bene. Con il passare dei chilometri ho impregnato la maglietta di sudore nonostante la temperatura fosse di 8-10°. In tale contesto ho pensato al disagio e condizionamento che avrebbero incontrato i maratoneti poco dopo. Mi sono allenato senza usare il cronometro, tanto non avevo riferimenti per verificare il ritmo di corsa ma avvertivo, a parità di ritmo, disagi respiratori superiori al solito.
Terminato l’allenamento mi sono messo in bici per la telecronaca e con curiosità ho voluto verificare come i top runner avrebbero impostato il loro sforzo. Sono rimasto sorpreso nel vedere che senza disagi (apparenti) mantenevano l’andatura prevista a tavolino, vale a dire 3’03” al chilometro. Al primo ristoro quasi nessuno si è avvicinato ai tavoli per prendere la borraccia personalizzata, cosa che invece è avvenuta al 10° e per tutti gli altri ristori. Il ritmo di corsa è rimasto incalzante fino al 22°, con le lepri che però correvano 30-50 metri avanti al gruppo dei maratoneti e quindi con poco, se non nullo, vantaggio per i corridori che seguivano.
A fare l’andatura è sempre stato Di Cecco il quale, poco dopo essere passato alla mezza maratona, si è messo da parte, seccato per aver fatto sempre lui il ritmo e senza mai essere stato aiutato. Il transito alla mezza maratona in 1h04’50” circa, era quasi in linea con le attese (passaggio previsto 1h04’20”) e sembrava evidenziare che tutto andasse per il meglio.
A questo punto ho cominciato a pensare che le sensazioni di disagio che avevo provato nel corso del mio allenamento fossero solo soggettive, probabilmente dovute alla mia attuale ridotta efficienza fisica. Forse l’umidità non era la stessa di quando avevo corso io, ma le strade continuavano ad essere bagnate, evidenziando che l’acqua non evaporava perché l’aria era satura di umidità. Forse la temperatura era sempre bassa. Forse gli atleti che stavo vedendo erano veramente in ottima forma. Questi pensieri giravano nella mia testa e non trovavano nessuna conferma.
Nelle cuffie sentivo anche i commenti di Laura Fogli, che riportava che anche la Sicari stava correndo forte, ad un ritmo che indicava una proiezione finale sotto le 2h30’, inferiore quindi al tempo che lei pensava di ottenere.
I top runner hanno percorso 3 chilometri alternando tratti in allungo ad altri piuttosto lenti, ed era Caimmi a sostenere i cambi di ritmo, ma senza portare a nessuna selezione. Appena dentro al parco delle Cascine, in prossimità del 30° chilometro, Caimmi ha fatto un ulteriore cambio di ritmo, questa volta più energico e prolungato, evidenziando buona efficienza (anche se l’azione era tutta a carico delle cosce e senza nessun supporto della spinta dei piedi). Rispetto agli allunghi che Daniele aveva fatto in precedenza, questo è durato più a lungo ed ha portato ad una forte selezione che ha visto il keniano Kimeli cedere per primo, seguito da Curzi, ed anche Di Cecco ha perso contatto. L’abruzzese, per la prima volta in difficoltà in questa gara, ha ceduto 30 metri a Caimmi, ma non ha mai desistito dallo stare mentalmente attaccato alla gara, tanto che al 32° chilometro è riuscito a rientrare sullo iesino, complice il fatto che Daniele aveva anche perso contatto dal Keniano Ngneni. Quest’ultimo ha poi preceduto in solitaria fin sul traguardo mentre i due italiani hanno corso assieme fino al 37° chilometro. Proprio all’altezza del cartello di questo riferimento, Caimmi ha messo le mani sulla parte posteriore della coscia sinistra e mi ha comunicato di soffrire di crampi. Non è la prima volta che Caimmi è vittima di tale negativa situazione fisiologica (lo scorso anno a Venezia con analoghe situazioni climatiche di domenica a Firenze), ma nel finale di gara non è stato l’unico. Qualche chilometro più avanti anche Di Cecco ha avvisato i crampi e chi era sul traguardo ha potuto verificare quanti podisti hanno terminato la gara in situazioni muscolari molto critiche. La Sicari ha fortemente ridotto il ritmo di corsa nel tratto finale ed anche lei era sulla soglia dei crampi.
Mentre assistevo al transito sotto il traguardo dei maratoneti ho fatto alcuni calcoli per analizzare l’andamento tattico della maratona e fare delle valutazioni: per tanti, non solo per i top runner ma anche per i tantissimi amatori con i quali ho scambiato impressioni ed opinioni, la seconda parte di gara è stata nettamente più lenta della prima. Per tanti non si è trattato di un leggero calo di rendimento; la maggioranza ha avuto un vero e proprio tracollo, con un finale (10 chilometri circa) da vero calvario: fatica, mal di gambe, crampi, sensazioni di svuotamento, di pesantezza muscolare e molte altre negative sensazioni fisiche, per non indicare delle negative sensazioni psicologiche correlate a questi sfavorevoli aspetti. Il motivo del calo di rendimento, e del tracollo evidenziato da una grandissima parte dei maratoneti, è da imputare essenzialmente alle sfavorevoli condizioni climatiche della giornata, in primis l’elevatissimo tasso di umidità. A questo aspetto si devono aggiungere le elevate sollecitazioni muscolari determinate sia da tanti, troppi (oltre 50) cambi di direzione, sia dal fatto di scivolare sul fondo viscido.
Questo insieme di aspetti ha reso lo sforzo di ieri molto impegnativo, e quanti non hanno conseguito la prestazione preventivata non devono estendere i propri dubbi ad un’inadeguata preparazione. Parecchi corridori mi hanno raccontato di essersi ben preparati per la maratona di domenica, e hanno messo in dubbio l’efficacia della preparazione sostenuta. Si deve mettere l’animo in pace: in questa edizione della maratona di Firenze non si poteva correre al meglio del proprio potenziale a causa del clima. Se lo scorso anno ha fatto troppo caldo, quest’anno l’umidità dell’aria era troppo elevata. Non resta che sperare per il prossimo anno, sperando che sia una piacevole giornata per correre al meglio. Orlando
Prove ad effetto
Ho appena finito di leggere, in una rivista di finanza, che molte aziende fanno sostenere ai propri dipendenti prove fisiche particolari per rinforzare l’attitudine alla sfida e alla conquista di risultati professionali ambiziosi superando limiti a paure. Tra queste prove la più famosa è la passeggiata sui carboni ardenti (qualcuno che legge l’ha fatto?).
Recentemente, quando sono stato a Pian dei Mucini per il sopralluogo per organizzarvi uno stage, c’era una convention di una banca italiana e nel corso del meeting i dipendenti (di ogni livello) dovevano, senza nessun preavviso, attraversare su una barca a remi il tratto di mare tra la costa toscana e l’isola d’Elba.
Senza dubbio camminare sui carboni ardenti fa un certo effetto e riuscirci contribuisce ad aumentare il livello di autostima, ma ritengo che una singola prova non sia poi un evento così determinante nel modificare saldamente l’atteggiamento mentale del soggetto. Penso che le prove psico fisiche da affrontare debbano essere più frequenti e non occasionali, in maniera che l’individuo entri spesso in contatto con le situazioni che lo possono mettere difficoltà. Sono convinto che la pratica regolare di uno sport sia molto più efficace nella formazione del carattere che non un singolo evento, anche se particolarmente stimolante e di effetto. Io penso che quasi ogni giorno ci debbano essere quei rinforzi mentali che contribuiscono ad aumentare stabilmente l’autostima. Anche completare la distanza della maratona può essere una di quelle prove che lasciano un senso di euforia e di entusiasmo, ma io ritengo che non sia l’evento di quel giorno a rendere più forte il corridore. Sono invece certo che è la sequenza delle difficoltà generate dagli allenamenti a svolgere quel ruolo di rinforzo dell’autostima.
Noi podisti sperimentiamo spesso quel senso di disagio fisico e mentale che nasce dentro di noi quando dobbiamo sostenere un allenamento impegnativo. Molti corridori ripudiano le sedute di allenamenti intervallati - le odiate ripetute - perché ritengono si tratti di una sollecitazione fisica troppo forte e avvertono che tale evento genera un elevato livello di stress nervoso. In effetti, quando si tratta di correre velocemente come appunto in una seduta di prove ripetute, si vive un senso di disagio, specialmente nei momenti precedenti la prova. Dentro di noi nascono quei pensieri pessimisti che mettono in dubbio le proprie capacità di sostenere in maniera adeguata il compito prefissato.
E’ in questo momento che partono, nella nostra psiche, quei segnali che consentono di gestire con successo l’impegno: molti podisti non reggono l’intensità mentale della situazione e preferiscono optare per un altro tipo di allenamento. Altri invece affrontano la situazione, ma non sono capaci di generare quell’atteggiamento mentale vincente tale da far concludere in maniera positiva il compito prefissato. I più abili sono in grado di completare l’allenamento stabilito in maniera positiva, che non significa necessariamente aver sostenuto al meglio tutte le indicazioni riportate dalla tabella. Certamente si fa di tutto, ricercando appunto dentro di sé le energie psico fisiche necessarie, ma si sa che ogni giornata non è sempre ottimale.
E questa è una fortuna perché, se ogni volta che si affronta un allenamento non s’incontrassero momenti di difficoltà, si affronterebbe la gara con eccessivo ottimismo e nei momenti di crisi non si sarebbe così pronti dall’affrontarli e gestirli.
Io ritengo che gli allenamenti impegnativi, siano essi di prove ripetute, di corto veloce, di lunghissimo, sono valide opportunità per mettersi alla prova. Quando in allenamento arrivo al punto in cui sento di essere al limite dello sforzo, inteso non come velocità massima ma come situazione di particolare disagio, mi piace sperimentare le strategie che vado a ricercare per gestire quel momento di difficoltà. A volte rallento, spesso mi rilasso, controllo le tensioni muscolari, la respirazione, cerco di capire come mai la mia mente e i pensieri sono attratti dalle difficoltà e vedono gli eventi in maniera negativa. In tali situazioni che mi mettono in stretto contatto con i miei limiti, faccio di tutto per fare meglio, ma mi rendo anche conto che devo essere abile ad accettarli. I limiti non sono da considerare come punti deboli ma rappresentano punti di forza oltre i quali non conviene andare per non mandare in crisi corpo e mente. Orlando





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