Marzo 2008

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Poca corsa e tanto lavoro

di Orlando (26/03/2008)

La mia attività podistica, dopo il rientro dalla trasferta della 100km del Sahara, si è ridotta. Dapprima ho avuto difficoltà a correre a causa della presunta distorsione all’articolazione dell’alluce destro: ho fatto una radiografia, ma è stata esclusa la microfrattura. Ad ogni modo, ancora adesso non mi sento tranquillo quando corro velocemente, in modo particolare quando l’articolazione arriva a flettersi di 90°, perché sento un po’ di fastidio e di dolore.

Questa sensazione d’incertezza non mi ha fatto desistere dal continuare con gli allenamenti, ma per evitare di avvertire il fastidio sull’alluce ho corso spostando il carico sulla parte esterna del piede. Dopo alcune sedute, inevitabilmente ho avvertito alcuni piccoli fastidi di compenso, tra i quali il tendine d’Achille destro ed il ginocchio sinistro. Ho quindi diradato le uscite e mi sono concentrato solo sulle sedute di corsa lenta, cercando di appoggiare bene il piede per evitare che lo spostamento del carico corporeo creasse problemi sempre maggiori.

Da qualche giorno sto infatti correndo bene, ma ancora non riesco ad allenarmi come nel mese scorso, perché in questo periodo sono aumentati i miei impegni, in modo particolare quelli fuori sede. Sono riuscito ad allenarmi sia in occasione della trasferta alla maratona di Roma, sia nello scorso week end quando ero impegnato con uno stage di allenamento a Tirrenia. In quest’ultima occasione ho potuto correre in pineta e, anche se ero parecchio stanco, non ho potuto rinunciare al piacere di correre immerso nella vegetazione mediterranea e tra i bei sentieri limitrofi al centro Coni.

La poca concentrazione nei confronti della corsa mi ha fatto perdere un po’ di motivazioni; non avverto più la carica nervosa per affrontare le sedute specifiche e mi accontento di correre in scioltezza, senza impegnare la testa con sforzi particolari. Il prossimo week end lo passerò a casa e potrò così svolgere una lunga uscita che non corro da quasi un mese, da quando ero nel deserto del Sahara. Orlando

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Roma: tiriamo le somme

di Orlando (18/03/2008)

All’indomani di una maratona, come per ogni battaglia, si fa un resoconto dell’esito dell’evento: ci sono stati tanti podisti che si sono migliorati, e tanti che invece hanno fatto peggio del loro potenziale e delle ambizioni che avevano e questi ultimi, nell’edizione della maratona di domenica scorsa, sono stati numerosi.

Quando una maratona non va bene com’era nelle previsioni, si devono analizzare vari elementi, ed il più importante è l’impostazione tattica, controllando i vari tempi di passaggio. Il primo immediato calcolo da fare riguarda le 2 frazioni di mezza maratona, per poi procedere con gli intertempi di ogni frazione di 5 chilometri (ma vanno bene anche quelle di 10km). Un calo di ritmo marcato (2-3’) tra la prima e la seconda parte sono da considerare segnali che evidenziano un avvio troppo svelto.

Con riferimento alla maratona di domenica, la seconda parte di gara è stata più lenta della prima innanzitutto per effetto del vento contrario, ma anche perché nel tratto di corsa del centro storico sono concentrate le strade con curve ad angolo stretto, numerosi tratti di sampietrini, ed alcune significative salite che sono impegnative non tanto per la loro pendenza ma perché si affrontano con le gambe stanche dai tanti chilometri percorsi.

Numerosi addetti ai lavori indicano veloce il tracciato della maratona di Roma, ma in realtà non lo è. L’indice di scorrevolezza attribuito a questa maratona è 3, e quindi evidenzia un tracciato con saliscendi; e si sa che il tempo che si perde nei tratti in salita viene recuperato solo in parte in discesa. Le salite non sono tuttavia numerose, ma sono insidiose perché alcune sono collocate negli ultimi 10 chilometri di corsa, quando si corre con poca efficienza.

Secondo me, il tracciato della maratona di Roma è da considerare muscolarmente impegnativo sia per la presenza dei saliscendi, sia per l’alterazione dell’appoggio dei piedi a terra (dissipazione della forza di spinta dei piedi) a causa dei sampietrini.

Se si prende a riferimento il rendimento dei top runner, si nota che i tempi conseguiti dai vincitori in tale tracciato sono praticamente sempre superiori di almeno 1’ minuto rispetto ai loro primati. Se si considera poi il rendimento medio dei primi 10, si nota che il range si amplifica a 2-3’. Tale mancato scadimento, rapportato ai corridori amatori (notoriamente meno efficienti in generale), è nettamente maggiore.

Il maratoneta che consegue il proprio primato (e in questa edizione della maratona posso indicare dai questionari che ho ricevuto che a migliorarsi è stato mediamente il 65%) deve considerare che su di un tracciato pianeggiante può correre più velocemente di 2-3’. Una buona parte, indicativamente il 35%, ha fatto invece peggio del proprio primato, e ciò è da imputare sia al percorso impegnativo, sia ad un aspetto tattico non adeguato. Secondo me in tanti sono partiti più velocemente del ritmo di base: un po’ per “incoscienza” (con la speranza che che il vantaggio guadagnato nella prima parte si riesca poi a gestirlo a piacimento), ed anche per un eccesso di euforia che si manifesta nelle prime fasi di corsa, in modo particolare nelle manifestazioni con tanta partecipazione.

Orlando

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100km del Sahara - venerdì 7 marzo

di Orlando (14/03/2008)

Nel mio immaginario un’isola verde in mezzo ad un mare di sabbia ha sempre suscitato un certo fascino: mi sembra che tra tanta aridità sia impossibile trovare dell’acqua naturale e così, quando dopo alcuni giorni di vita in un paesaggio desolato arrivo all’oasi, mi ha fa un certo effetto vedere della vegetazione, quasi lussureggiante. E’ incredibile come di punto in bianco si abbandonano le dune di sabbia ed iniziano campi di erba verde, piantagioni di ulivi, ed ovviamente di palme, contornate da oleandri ed altri alberi. Avvertire la freschezza fornita dall’ombra degli alberi dà una sensazione di rilassamento, di sicurezza: sembra di rientrare tra le pareti domestiche e tutto ciò mi dà un senso di particolare sicurezza. E siccome il giorno dell’ultima tappa il vento spira sempre molto forte, una volta immersi nell’oasi sembra che si siano chiuse le porte di casa: il vento passa alto sopra la testa proprio perché gli alberi fanno da barriera.

Mi ha impressionato verificare quanta acqua naturale scorre incanalata dentro l’oasi. In tanti mi avevano parlato della piacevole sensazione di immergersi nella vasca naturale (in pratica una grande pozza) da dove sgorga acqua a 50°, ed ovviamente non mi sono sottratto da questa esperienza. Ma pensavo che fosse solo questa la sorgente che alimentava d’acqua l’intera oasi, mentre nel corso di una passeggiata in solitaria dentro tutta l’oasi (1,5km di lunghezza e quasi 1km di larghezza), ho contato altre 12 sorgenti di acqua calda.

Mi ha fatto effetto verificare che anche l’acqua che sgorga dai bagni era calda: non esiste, infatti, il rubinetto dell’acqua fredda, e quindi quando ci si lava il viso, i denti ed altro è piacevole sentire il tepore dell’acqua.

 

Anche dentro l’oasi durante la notte fa molto freddo, forse più freddo di quelle precedenti perché in tanti abbiamo avuto l’impressione che il sacco a pelo non fosse sufficiente, nonostante avessimo riposato in una struttura migliore rispetto ad una tenda. Penso che la sensazione di maggior freddo avvisato nel corso della notte sia da imputare al fatto che i materassini erano appoggiati in una base di cemento, ed anche le pareti della struttura erano di questo materiale, e si sa che il cemento trattiene poco il calore. Il soffitto invece era ancora di tela.

Per chi volesse vedere la posizione dell’oasi, può cercare su Google Earth “Ksar Ghidane”.

Orlando

 

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