Il quadrifoglio e la fortuna
Ho da poco terminato con soddisfazione e piacere una tranquilla uscita di corsa tra i sentieri dei boschi, e mentre faccio un po’ di stretching disteso sull’erba del prato di casa mia noto che curiosamente ci sono parecchi quadrifogli. Il mio pensiero fa presto a collegare il simbolo di questo tipo di erba con la fortuna e potrei affermare, visto che ne noto veramente tanti, che sono un tipo fortunato. Beh, della mia vita posso tranquillamente affermare che tante cose che ho fatto e che sto facendo sono andate per il verso giusto.
Allo stesso tempo posso però affermare che la fortuna non è una qualità che mi arride: per intenderci, non ho mai vinto nulla di particolarmente interessante alle varie pesche di beneficenza ed invidio mia zia Teresa (sì, quella che ho citato in qualche articolo tecnico, che tuttora partecipa alle non competitive Fiasp del Veneto) che porta a casa sempre qualche bel premio . E’ questo tipo di fortuna che non mi accompagna, ma poco m’importa: non è quella che ti cambia la vita. Non sono mai stato scaramantico; non ho mai dato importanza a situazioni particolari, a simboli, a numeri, anche se questi ultimi li utilizzo molto nell’appassionante mondo della finanza (sequenze di Fibonacci, onde di Elliott e Gann, eccetera). Ammetto di aver indossato spesso gli stessi indumenti quando partecipavo a gare importanti, ma solo perché mi sentivo tranquillo di correre con abbigliamento già usato, e che quindi non mi avrebbe creato problemi.
Solo a posteriori posso pensare che il numero 17 sia per me (ma anche per altre situazioni e contrariamente a quanto si è soliti dire) un numero fortunato. Quando vinsi la mia prima maratona di NY nel 1984 era la mia diciassettesima esperienza sui 42,2km; lo stesso è accaduto anche per Baldini quando ha vinto ad Atene. Il numero 17 lo aveva sul petto Paola Pezzo (anche se la maglietta aperta attirava l’occhio in altre zone) quando vinse l’oro a Sydney, e lo stesso numero lo indossava Abebe Bikila nella vittoriosa maratona olimpica di Tokio.
Tante coincidenze che però non cambiano la vita. La fortuna alla quale faccio riferimento non è una situazione passiva, quella che ti fa avere in mano il biglietto vincente della lotteria, ma quella che ti fa trovare nel posto giusto al momento giusto. Le fortune della mia vita sono state quelle di essere lì, in quel determinante momento e sentire dall’animo la spinta a provarci. In tali situazione quasi sempre ho agito in automatico, ho fatto quelle cose senza pensarci tanto, altrimenti l’attimo fuggente sarebbe scappato via lasciandomi con il rammarico di non averlo colto. A volte c’è stata anche un po’ d’incoscienza, quel piccolo azzardo che però ha fatto la differenza tra la vittoria e la sconfitta, tra l’ottenere ciò che volevo e perderlo definitivamente. Le azioni fatte, seppure un po’ istintive e - come ho riportato - un po’ incoscienti, avevano però radici lontane, attecchite nei sogni che ho cullato per tanto tempo prima che succedesse l’evento determinante. Era quindi inevitabile che, quando avevo la percezione che il sogno stava diventando un evento reale, mi sentissi aggressivo e determinato come non mai.
Ora che non gareggio più, che la mia attività professionale è caratterizzata da eventi meno improvvisi e più disciplinati, è più difficile che si ripetano le occasioni per cogliere l’attimo fuggente. Vivo però con il piacere di attendere ancora occasioni che mi stimolino a fare delle scelte per migliorare la mia vita.
Anche se non sono scaramantico mi piace sapere che il quadrifoglio che ho tra le mani è un aggancio, non tanto con la fortuna, ma con l’ottimismo della vita.
Orlando





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