La sfida della salita
Da pochi giorni è uscito il numero di settembre di Correre e il mio PW (Pizzo What) l’avevo scritto il 6 luglio. Sapendo che la rivista sarebbe uscita in concomitanza con la chiusura dei Giochi Olimpici non potevo evitare di fare dei riferimenti a tale manifestazione, ma ovviamente dovevo essere vago sia perché le previsioni nello sport possono essere sovvertite, sia perché le previsioni per l’atletica italiana erano pessimistiche.
Per completare il mio intervento ho preso spunto da un allenamento che avevo fatto quel giorno: nei boschi di Asiago avevo fatto un bel giro, che comprendeva anche la salita di Toerle, lunga un paio di chilometri. Nel percorrerla avevo dovuto dare fondo a buona parte delle mie energie fisiche, ed anche alla carica psicologica per non farmi condizionare dalla fatica e dal disagio muscolare e mettermi a camminare. Insomma, era stata una salita che mi aveva impegnato.
Oggi, 50 giorni dopo, ho voluto rifare quel giro ed affrontare la salita che aveva ispirato il mio intervento su Correre. La condizione di forma attuale è nettamente migliore di allora, e quindi ho voluto provare a percorrere quella salita per verificare la mia reazione fisica. Salire è stato un vero piacere perché le gambe reagivano molto bene. Da quando ho svolto gli allenamenti nell’erba soffice del golf di Asiago ho acquisito un ottimo tono muscolare e sento che le spinte sono energiche. Anche a livello organico la risposta allo sforzo è stata efficace perché, una volta completata la salita, ho continuato a spingere ancora. L’ho dovuto fare perché avevo promesso a mia moglie che sarei rientrato dopo 50’, e sapevo che questo giro, deciso solo strada facendo, sarebbe durato di più. Alla fine sono arrivato un po’ stanco ed impegnato, ma soddisfatto per aver sentito l’organismo funzionare meglio di qualche settimana fa.
Corsa e pensieri
La corsa mi consente di pensare molto perché è l’unico momento della giornata in cui sono da solo, e i miei pensieri non sono condizionati. Sarà per questo che amo la corsa in solitudine, possibilmente in ambienti difficilmente disturbabili, e correndo il mattino presto non incontro nessun altro che corre. Lo so che può sembrare strano per tanti altri podisti, ma io evito i corridori perché temo il contatto diretto che inevitabilmente mi porterebbe a correre con il fiato corto perché impegnato a rispondere ad una sfilza di domande.
Quando corro penso molto al mio lavoro e riesco a vederlo sotto un altro aspetto, quasi fossi distaccato, e così mi vengono anche molte idee che cerco di mettere in pratica. Ma il lavoro non è il solo oggetto dei miei pensieri: anche gli eventi della vita privata mi attraversano la mente e mi tengono molto impegnato, tanto che quell’ora che dedico alle uscite infrasettimanali trascorre in fretta. Insomma, è difficile che quando corro abbia la testa vuota di pensieri.
L’altro giorno ero partito per andare a correre al campo di golf di Asiago, ma non ci sono mai arrivato perché ... ho “sbagliato” strada. Ero infatti così preso dai miei pensieri che non mi sono accorto di aver distrattamente imboccato un’altra strada. Solo quando mi sono trovato a percorrere una salita, che mi ha creato un certo impegno che per quel giorno non avevo in programma, mi sono reso conto che non ero nel posto dove avevo deciso di andare. In quel momento, pur sorpreso della situazione, mi è venuto da ridere perché ogni tanto prendo in giro mia moglie quando fa delle cose che non dovrebbe fare, oppure quando cerca oggetti che ha in mano (in casa, quando non si trovano delle cose, il posto dove cercarle è il frigorifero. Spesso lì finiscono oggetti che hanno altra destinazione).
Mancano ancora un paio di giorni prima della fine dello stage di Asiago ed avrei voglia di correre ancora nel campo da golf. Mi piace corrervi perché è un posto molto tranquillo, il fondo erboso è ottimo, le tonalità del verde dell’erba e dei boschi sono ammirevoli, specie quando la luce del giorno non è ancora forte. Inoltre, i giri che percorro sono piuttosto ondulati e, siccome il fondo è morbido, al termine della seduta mi sento piacevolmente stanco, ma con le gambe forti, toniche e reattive. Per non parlare del rilassamento mentale che mi dà lo svolgere un allenamento gratificante. Se poi mi “perderò” ancora è chiaro che non ci sono con la testa, ma girovagare per i boschi non mi creerà nessun disagio.
Pechino 2008 - riflessioni sulla maratona maschile
Nonostante le poche ore di sonno perché avevo guardato la maratona olimpica in TV, alle 6.30 ero già a correre, e durante i quasi 20 chilometri che ho percorso nei suggestivi boschi dell’Altopiano di Asiago, il mio pensiero è andato spesso a fare delle riflessioni sull’ultima gara del programma di atletica.
L’evoluzione tattica della maratona mi ha sorpreso non poco, e faccio ancora fatica ad analizzare una gara a dir poco sorprendente. Visto che il clima, a detta di tutti i maratoneti, è stato particolarmente ostile a causa dell’elevata temperatura (molto prossima ai 30° con forte irraggiamento), l’impostazione tattica dei leader è stata molto aggressiva, oltre ogni logica, ed il responso cronometrico sorprendente.
Non avrei mai pensato che l’andatura impostata inizialmente sarebbe stata tenuta per tanti chilometri, e come me anche tanti altri quotati maratoneti hanno avuto lo stesso pensiero, visto che i favoriti non hanno mai pensato di accodarsi agli africani. Il responso cronometrico fa pensare che le gare siano state due: una per i corridori bionici, una per i maratoneti normali. Il problema è che tra i normali si annoverano quei corridori che avevano parte dei favori dei pronostici: Lel, Kibet, Hall, Goumri, Roetli ed anche Baldini il quale, seppur non in ottime condizioni di forma, ambiva ad un onorevole posto in classifica.
Già dalle prime battute si è capito che i favoriti la pensavano allo stesso modo: correre prudenti nella prima metà gara per recuperare tante posizioni strada facendo. Sono certo che al passaggio del 5° chilometro tanti favoriti attendisti avevano la forte convinzione che là davanti sarebbero saltati tutti. E come non pensarla allo stesso modo, visto che l’andatura era indiavolata anche per una competizione con condizioni climatiche ottimali?
Ma a Pechino faceva caldo, molto caldo. Ovviamente non tanto per gli africani, visto che sono stati loro a fare la gara. Quel che si è visto dopo la mezza maratona ha impressionato quanto la prima parte di gara, percorsa in 1h02’34”. Non si sbagliava a pensare che la seconda mezza maratona fosse più lenta della prima, ma fino ai 35 chilometri i cambi di ritmo del keniano Wanjiru e dell’etiope Merga erano sempre numerosi ed energici, e nella trappola c’è cascato il favorito numero 1, il keniano Mel, ma non l’esperto marocchino Gharib (che ha quasi il doppio degli anni di Wanjiru), il quale spesso si è defilato per non morire asfissiato.
E’ vero che a qualche chilometro dal traguardo il marocchino ha alzato bandiera bianca, ma è arrivato sul traguardo a pochi secondi dal primato personale. E’ logico pensare che con condizioni climatiche favorevoli avrebbe potuto correre più velocemente, ma quanto? Probabilmente tanto, sia per il marocchino sia per il keniano vincitore. Se si considera che tutti gli altri sono giunti sul traguardo con una tara enorme, almeno 3’ (ma anche 5) oltre il proprio primato, significa che i primi due hanno corso molto forte, per Wanjiru potenzialmente da primato mondiale.
Sono certo che i maratoneti che hanno corso la maratona olimpica di Pechino, ogni volta che leggeranno i tempi dei primi 2 classificati, avranno sempre il dubbio di aver fatto una competizione contro dei corridori bionici.





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