New York - Prima giornata di corsa. Anche troppo!

Il fuso orario si è fatto sentire nel corso della prima notte, ma non in maniera rilevante come altre volte mi è capitato. Comunque alle 5 ero sveglio ed appena è stato possibile sono uscito a correre. La prima volta l’ho fatto da solo, percorrendo una dozzina di chilometri nelle strade del Central Park ancora avvolte nell’oscurità. La seconda volta invece ho corso con il gruppo Terramia, una cinquantina di corridori, ma stavolta con la luce del giorno perché prima dell’allenamento c’era d’obbligo la foto, e alle 7.15 non c’era luce a sufficienza. Assieme al gruppo ho percorso altri 7,5km con l’obiettivo di fare un giro attorno al laghetto Reservoir, dopodiché sono rientrato abbastanza di fretta in hotel perché, dopo una veloce colazione, sono tornato ancora in Central Park per un altro allenamento, il terzo in 4 ore!
No, non ho la mira di diventare un ultra distance runner, ma dovevo accompagnare un gruppetto di parlamentari italiani per un allenamento collettivo, e così, dopo la foto ricordo davanti al Guggenheim, ho percorso un altro giro del laghetto Reservoir. Anche per questo motivo, quando corro da solo preferisco farlo su strada. In questa terza uscita per fortuna non ho sudato: la mattinata era particolarmente fredda (2°) ed anche molto più ventosa rispetto a qualche ora prima.
Altro rientro veloce in hotel per essere poco dopo pronto per una mini riunione organizzativa e successivamente rapido trasferimento all’Expo per le foto di rito del ritiro dei pettorali (degli altri). Non ho potuto fare un giro tra gli stand perché di lì a poco dovevo trasferirmi alla Tavern on The Green per un’intervista con la “collega” di maratone, Elisabetta Caporale. Adempiuto anche a questo impegno, ne ho approfittato per pranzare: sentivo la fame e solo allora mi sono reso conto che erano già le 14.30. Io e Ilaria siamo stati gli ultimi due ad approfittare di quanto era rimasto sui tavoli dopo la conferenza stampa (ovviamente persa) delle top runner, esclusa Paula Radcliffe che ha invece programmato l’incontro con la stampa per il giorno successivo.
A seguire, visto che eravamo nel posto giusto, abbiamo approfittato per ritirare gli accrediti: mi ha fatto molto ridere vedere Ilaria in posa per la foto d’obbligo da inserire nei pass: si vede che non è avvezza al mondo giornalistico ed hanno dovuto farne un'altra perché non sa stare ferma.
A questo punto gli impegni della giornata erano tutti alle spalle, e dopo essere rientrati in hotel passeggiando per Central Park in compagnia di Franco Bragagna, abbiamo deciso di andare al Moma. Ci siamo arrivati però un filo tardi perché la chiusura sarebbe stata di lì a poco, e quindi ci siamo distratti tentando un po’ di shopping, attività poco stimolante per entrambi, tanto da abbandonarla nel giro di poco tempo. Per ora abbiamo accontentato i desideri di mia figlia maggiore, acquistando un paio di CD.
Mentre calavano le prime ombre della sera (per usare una frase ad effetto), la stanchezza ed il fuso orario si facevano sentire e così abbiamo deciso di cenare molto presto (cucina messicana), finendo con l’essere fuori dal ristorante già alle 19. Non è stato facile resistere al sonno (avevo gli occhi che si chiudevano in attesa del conto) e quindi alle 20 eravamo già a dormire.
La prima giornata se n’è andata molto rapidamente, e per fortuna che la seconda non prevede così tanti impegni, ma la cena all’Onu rappresenta per me un “incubo” visto l’orario.
Purtroppo Alicia, la mia amata caffettiera, mi ha tradito e non mi è d’aiuto: non funziona e addio alla carica della caffeina dell’espresso.
25 … che poi è la metà dei miei anni
Queste sono le edizioni della maratona di NY alla quale ho presenziato: per 6 volte l’ho corsa (dal 1982 al 1987) e per il resto delle volte sono andato a Manhattan per assistere alla manifestazione come testimonial e consulente tecnico di Terramia. Solo 2 volte non ero a NY il giorno della maratona.
Ogni volta che affronto la trasferta per la maratona vivo ricordi piacevoli, anche se le emozioni sono ormai lontane. Certo, l’atmosfera che si vive nei giorni della maratona è molto particolare: stimolante, eccitante, elettrizzante. Molto dipende dal contesto, ovviamente, e per questo motivo mi piace essere in città ben prima della gara, proprio per vivere il crescendo di sensazioni.
Stimolante è vivere i vari eventi della maratona più famosa al mondo e proprio per la risonanza mondiale che crea sul mondo podistico, a Manhattan convergono tanti interessi. Sono talmente tante le situazioni che si agganciano all’evento maratona, che nei giorni pre corsa sembra di vivere in una fiera. Di per sé già la città rappresenta una realtà fuori dalla normalità: New York (ma è meglio fare riferimento a Manhattan) non è una città che identifica la realtà americana; assomiglia più ad una sorta di Luna Park, dove tutto è ingigantito ed esaltato. Ma è piacevole essere trascinati nella grande giostra della maratona, anche se si rischia di fare la fine della pallina nel flipper, e così nel tempo ho imparato a selezionare le cose che val la pena di vivere, e quelle invece dalle quali starsene ben lontani. Almeno ciò vale per me, specialmente in questo periodo della mia vita.
Ho una serie di impegni da rispettare: gli allenamenti mattutini al Central Park con il gruppo di Terramia, la presenza alla Friendship Run di sabato mattina al Palazzo dell’Onu. La visita all’Expo al Javits Convention Center (spero una sola); conferenze stampa a Tavern on The Green (anche se non essendoci corridori italiani di livello, farò forse un salto solo per la conferenza di Paula Radcliffe). Le cene del venerdì all’Onu per l’Unicef e sabato al Rock Café con il mio gruppo. Le interviste per Rai Italia, Rai International ed altre televisioni private italiane. La telecronaca della gara.
Altro? Probabilmente sì. Ma da tempo ho imparato a ritagliare qualche spazio personale per fare ... il turista. Dopo tutte le trasferte a NY ormai ho visto parecchio, ma rivedere qualche museo o mostra (Moma, Guggenheim ed altri) fa sempre piacere, come anche salire di sera sull’Empire, o fare un salto al Pier 17, oppure una passeggiata rilassante in Central Park. E devo anche fare degli acquisti per le figlie (lo shopping personale a NY l’ho abolito da anni).
E chissà che non riesca ad andare a vedere la Statua della Libertà: a Manhattan ci sarò stato una cinquantina di volte in tutto e mai sono andato sull’isola dove c’è la famosa statua. Ma ne vale la pena? Penso che questo mio tabù durerà ancora tanto.
Infine le corse in Central Park, dove vi accompagnerò i maratoneti italiani, ma per vivere personali ricordi devo andarci da solo: ripercorrere strade delle quali conosco ogni metro mi consente di assaporare sensazioni intimamente sempre vive. Per carità, non è un pellegrinaggio, ma essere in certi posti, sentire rumori, suoni, odori, vedere luoghi e colori, e vivere con i propri sensi altre situazioni aiuta a ricordare le cose importanti della propria vita. E per me in questo posto le cose hanno dato una svolta impressionante alla mia realtà.
Per i pochi giorni che trascorro a NY preferisco sempre non adattarmi al fuso orario, ma ciò rende le giornate un po’ strane: sveglia alle 3 circa; lavoro (scrivo articoli) fino alle 5.30; ore 5.45-6.00 allenamento personale; ore 7.00 incontro con il gruppo Terramia per l’allenamento collettivo; giornata impegnata con vari appuntamenti; verso le 17.00 vado a dormire per un’ora circa in vista dell’impegno serale; 21-22 fine giornata.
La mia Venezia
A volte manca la voglia perché non ci sono stimoli per affrontare l’impegno. Ieri mattina, arrivato a Stra con il bus dei top runner, ero nella palestra che ospita i corridori in attesa di riscaldarsi per la gara, e mi sono distratto a chiacchierare con Laura Fogli ed alcuni manager di corridori. Gli argomenti di cui si discuteva non erano inerenti la gara che da li a poco sarebbe partita, ma si parlava dell’imminente trasferta di NY, ma soprattutto ero curioso della vita che i corridori keniani hanno a casa loro, delle loro abitudini, degli allenamenti. Insomma, la testa era da un’altra parte rispetto al compito che mi aspettava e la causa era da imputare alla mancanza di stimoli su cui discutere durante la telecronaca.
Uscito dalla palestra ed incamminatomi verso la linea di partenza, un po’ alla volta ho ritrovato motivazione perché l’atmosfera festosa e colorata dei tanti corridori mi contagiava. Comunque restava il disagio di non aver nulla da riferire in corsa riguardo i corridori italiani, visto che non sarebbero mai stati presenti nel vivo della gara. E quando si deve commentare l’azione dei corridori stranieri, non si è mai particolarmente coinvolti e coinvolgenti. Per fortuna era una bella giornata e pedalare sarebbe stato piacevole; per fortuna che, rispetto alla maratona di Carpi, gli apparati riceventi funzionavano bene ed in cuffia avevo solo le voci della postazione fissa e degli altri commentatori. E per fortuna che il percorso della maratona è bello e suggestivo, specialmente quando s’imbocca il Ponte della Libertà.
La gara non è stata avvincente come in altre occasioni, ma quando s’imbocca il tratto degli ultimi 3km con i 14 ponti da superare si inizia ad avvertire il fascino che genera la maratona di Venezia, con l’apoteosi degli ultimi 2km che iniziano dal superamento del Canal Grande ed il transito di fianco a Piazza San Marco, al Palazzo Ducale, al ponte dei Sospiri. Anche se la coppia di testa duellava per la vittoria, la cuffia scrosciava e la ricezione della mia voce era pessima, ho approfittato per orientare il mio sguardo verso questi posti dal fascino unico. Alla fine, la giornata partita con poco entusiasmo, si è conclusa con il piacere di aver vissuto un’altra magica esperienza come solo Venezia sa creare.
Sono ora in attesa di vivere un’altra affascinante esperienza alla maratona della prossima domenica, purtroppo priva di protagonisti italiani, ma anche un po’ vuota di atleti in grado di ricercare prestazioni cronometriche rilevanti; anche se nella maratona di NY poco conta il tempo, ma entusiasmante è soprattutto la battaglia per l’ambita vittoria finale.







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