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La (ri)presa

di Orlando (12/01/2009)


Sono a casa da alcuni giorni; il rientro dalle vacanze è stato programmato in maniera adeguata per disporre anche del fine settimana libero per favorire l’adattamento. Non mi riferisco più di tanto al fatto di assorbire il fuso orario, anche se in seguito al lungo viaggio la prima notte ho dormito per quasi 10 ore, ma per favorire l’ambientazione a casa ed organizzare la ripresa delle attività domestiche. Al rientro ci sono una serie di laboriose cose da fare che a volte ti chiedi se sia stato un bene o un male stare lontano da casa. Il principale aspetto da considerare riguarda le scorte alimentari; il frigorifero è nella situazione descritta in un precedente blog. Ma si devono disfare le borse (anche se una, l’unica che avevo portato, è rimasta per ora a Madrid), lavare gli indumenti, pulire in casa, disfare l’albero di Natale, visitare i parenti, eccetera.

In questi giorni io ed Ilaria ci siamo ripromessi di non parlare del lavoro fintanto che non arriverà lunedì mattina. Pertanto, la porta dell’ufficio rappresenta una sorta di barriera ad un mondo volutamente ignorato, e temuto. Vige il monito “non aprite quella porta”, anche se inevitabilmente in ufficio siamo andati, quanto meno per aprire la finestra e dare aria alla stanza. In quel frangente ho notato che sulla scrivania giaceva una montagnola di lettere, giornali, buste varie, evidente segno che il mondo ha continuato a funzionare, ed anche bene, nonostante la mia mancanza. Non ci sono invece fax, non perché non siano arrivati ma perché la macchina si è rotta proprio alla vigilia della partenza; poco male quindi.

L’aspetto però più critico della ripresa con il lavoro, e che temo in modo particolare, è la ripresa dei contatti con il mondo che sta fuori le mura dell’ufficio, rappresentata dal collegamento della presa del computer con il modem. Se l’operazione manuale è semplice da attuare, il significato che assume è enorme: si tratta di espormi pubblicamente, e so bene che quando ciò accadrà significa ricevere decine e decine (per arrivare alle centinaia) di messaggi di posta elettronica. Sono consapevole che verrò travolto dai messaggi; e così ogni volta che mi assento per alcuni giorni (immaginare poi se si tratta di settimane), la mole di contatti arretrati è veramente tanta. Una sorta di valanga di parole che passerà per quel filo che tengo in mano, una specie di cordone ombelicale che funziona all’inverso, che ho tagliato quando sono partito e che ora devo riallacciare.

E’ arrivato il momento di inserire la presa nella rete elettrica; la disabitudine a muovere le dita sulla tastiera del PC mi fa commettere errori di battitura. Se quando lavoro con regolarità le mani e le dita si muovono rapide e sicure per comporre le parole, adesso mi sembra che i tasti siano stati spostati e lo scrivere non è più un gesto automatico. In questo frangente verrebbe voglia di stare ancora lontani da questo strumento, ma non posso rimandare ancora il contatto con l’altro mondo, quello che sta fuori dalle mura dell’ufficio. Il puntatore del mouse è sull’icona dell’invia e ricevi, e sento addosso la tensione di un gesto che, già me lo aspetto, cambierà il mio umore per i giorni a venire. Mi sono impegnato con Ilaria di non esternare alcun commento, e mentre faccio pressione sul tasto del mouse, il mio sguardo incontra il suo.

Ed intanto il contatore dei messaggi si modifica con la velocità della luce: supera il primo centinaio, dopo poco anche il secondo e nonostante un leggero rallentamento, probabilmente in seguito ad un allegato voluminoso, riprende con vigoria. C’è un’ulteriore decelerazione, ed un'altra rapida sequenza di messaggi prima del definitivo stop. Il terzo centinaio è stato superato abbondantemente.

Rivolgo un’eloquente occhiata ad Ilaria, che con altrettanta intensità mi trasmette il suo stato d’animo mentre anche il suo counter sale con la rapidità del mercurio del termometro esposto al sole. Nelle situazioni di disagio, a volte suscita un po’ di entusiasmo sapere che c’è chi sta peggio di te. Ed ora al lavoro, ovviamente.

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