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Verso il Tremila

di Orlando (25/02/2009)


Domani ricaricherò la macchina con destinazione Abano Terme per un altro stage, il numero 140. Ad onor del vero sarebbe da denominare 139 bis perché quello del prossimo week end non era nei miei programmi. Poiché l’adesione è stata doppia rispetto alle aspettative ho dovuto, con piacere, impegnare un week end che avrei passato invece a casa, uno dei rari week end liberi fino alla fine del 2009. Pensare che fino a Natale non avrò pause lavorative, se non un paio di coppie di giornate ancora da definire a cavallo di qualche stage, mi mette disagio. Preferisco vivere con la testa sul presente: in questo modo il tempo passa con il ritmo giusto.

Nello stage di questo week end ci sarà il tremillesimo partecipante. Un bel traguardo che mi permette di verificare come il lavoro si sta evolvendo ottimamente. Da sempre ho tenuto l’album delle foto degli stages, anzi due con il secondo in fase di completamento, ed è piacevole sfogliarli: rivivo la storia del mio lavoro, iniziato nel 1992. Da allora la presenza media di podisti per stage è passata da 12 a 24.

Insomma, il lavoro non manca e mi tiene sempre sotto pressione. Solo la scorsa settimana mi sono trovato con un paio di giorni senza eccessive pressioni sulle scadenze perché mi ero organizzato bene: avevo lavorato molto in precedenza. In queste circostanze, quando dispongo di tempo da impiegare avverto del disagio. Non sono più capace di vivere il lavoro con un impegno marginale: mi sembra di trovarmi nella stessa situazione che si verifica quando, dopo aver guidato a lungo in autostrada a 130km/h, ci si trova a guidare su strade urbane e si deve procedere a 60-70 all’ora. L’impressione è di essere fermi.

Per due giorni mi sono buttato quindi sul lavoro extra lavoro: due libri che sto portando avanti. Uno è tecnico, l’altro invece di “fantasia”: un racconto, anche se ho scritto molto e non è più tale. Il primo lo sto facendo per passione, il secondo per piacere; dipendesse da me (anche se sono io il mio datore di lavoro), dedicherei molto più tempo “al racconto”, ma ora non posso. Forse, spero, lo farò durante l’imminente trasferta nel Sahara.

Per oggi, mi compiaccio del superamento di quota tremila stagisti. Nel Sahara, guardando di notte il cielo stellato, avrò modo di pensare ad altro. Ho già una lunga lista.

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Manager di corsa

di Orlando (23/02/2009)

Alla parola “manager” ho una reazione contrapposta: il primo pensiero corre ai pseudo gestori di finanze (banche, assicurazioni, agenzie finanziarie) che hanno provocato crateri economici grandi come il Gran Canyon. Il secondo invece è rivolto a persone efficienti, dotate di abilità nel gestire e coordinare le attività di un’azienda.

Con il mio lavoro di personal trainer mi trovo in contatto con numerosi manager, e confido siano da associare al mio secondo punto di vista. Nel caso scoprissi che appartengono al primo gruppo, riserverei loro allenamenti “infernali”.

Gestire i manager podisti non è sempre facile: a causa dei frequenti spostamenti di lavoro è difficile organizzare in maniera definita, e quindi ottimale, un piano di allenamento a breve e media scadenza. I viaggi, oltre ad essere improvvisi, frequenti e rapidi, mettono spesso in discussione la programmazione degli allenamenti. Per esempio, non è agevole svolgere una corsa media a Shangai, oppure un lunghissimo a  Ouagadougou, o delle ripetute a Dakar. Certo, anche fare una seduta di corsa lenta in inverno a Toronto se la sede abituale degli allenamenti è stata, fino al giorno prima, Houston.

Nessun disagio invece fare un allenamento Dubai, specialmente quando nello stesso giorno a Milano diluvia. Oppure sgambettare nell’assolata ciclabile di Santa Monica invece di correre nelle innevate strade del Central Park.

Nella mia casella di posta elettronica arrivano ogni tanto messaggi del tipo: “posso fare il medio sul tapis roulant? Sono a Pechino e non posso uscire a correre per strada a causa del traffico”.

I manager, nonostante le mie maledizioni, i loro lauti stipendi ed una serie di privilegi, non hanno sempre una vita facile, ed io mi limito a riferire dell’attività podistica.

Tra questi manager ne alleno uno, Roberto, italiano ma residente all’estero (fino a qualche tempo fa ad Atlanta, ora in Cina) che ha un singolare primato. A parte il fatto di correre solo maratone, da quando ho iniziato ad allenarlo (un paio di anni fa) si è sempre migliorato, gara dopo gara. Ecco la sua serie di maratone:

1)     Houston (07) 3h29’30”

2)     Tokio (07) 3h26’40”

3)     San Diego (07) 3h24’17”

4)     Houston (08) 3h23’27”

5)     Tokio (08) 3h15’56”

6)     San Diego (08) 3h15’06”

7)     Chicago (08) 3h12’15”

8)     New York (08) 3h11’40”

Ad onor del vero l’ultima che ha corso, ad Hong Kong un paio di settimane fa, è andato più piano del solito, ma doveva essere un allenamento in vista di quella di Tokio, di metà marzo.

Vista la progressione dei suoi primati non è difficile immaginare in che tempo finirà la gara giapponese…

I problemi di inserimento dei commenti permane. Provateci, ma so che non funziona... mi dispiace

Categoria: correre all'estero
Tag: manager,corsa,lavoro,viaggi
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Un comodo infortunio

di Orlando (19/02/2009)



Scendere dal letto la mattina è un’azione che mi causa disagio. 
No, non si tratta del fatto di dovermi alzare, oppure della poca voglia di lavorare visto che dopo aver bevuto il caffè mi metto subito alla scrivania, ma i primi passi che faccio mi fanno sentire rigidità al tendine d’Achille della gamba destra. E’ quasi un mese che convivo con questa situazione fisica, che ovviamente non mi consente di correre come vorrei: mi limito solo a sgambettare per qualche chilometro. Non corro più a lungo perché sento che pagherei conseguenze peggiori rispetto a quelle attuali, e lo faccio solo un paio di volte la settimana.

Se dapprima l’indolenzimento al tendine m’infastidiva, successivamente l’ho vissuto con indifferenza, anche se le cose stanno cambiando, nel senso che ho deciso di attivarmi per risolvere la situazione. Finora non mi sono preoccupato di guarire ed ho lasciato al trascorrere del tempo l’eventualità di agire sui miei tessuti sofferenti. Il tempo è stato poco terapeutico e ora ho deciso di ricorrere al supporto medico (credo un’infiltrazione) che farò stasera.

Non poter correre com’ero solito fare mi ha determinato tutto sommato poco disagio; solo un po’ all’inizio, ma poi mi sono rassegnato alla situazione. Anzi, non mi pesava vedere Ilaria uscire la mattina presto, correre al buio, con il freddo, il vento, ed anche con la pioggia. Brava!

Quando in condizioni ambientali disagevoli Ilaria mi chiedeva “ma tu andresti a correre?” rispondevo di sì ovviamente, ma qualche volta le ho mentito, specialmente quando sentivo l’acqua scorrere lungo le grondaie.

La domenica, quando lei faceva il lungo lento, me ne stavo in casa a scrivere e vivevo la mattina rilassato e tranquillo.

Lo scorso week end, dopo che lei è rientrata dall’allenamento, ci siamo dedicati a far pulizia alla casa. O meglio, ad eliminare le cose superflue. Odio i traslochi ma quando si devono fare (sono fermo a 4) verifico quanta cianfrusaglia si tiene in casa per niente. Ed ecco che quando s’imballa, s’impacchetta, s’inscatola per traslocare, ne approfitto per alleggerire il fardello di cose da trasportare.

E’ una mia mania cercare di tenere la casa “vuota”, con appena il minimo indispensabile, e così quando lo scorso week end ci siamo rimboccati le maniche, ho dato fondo ad ogni mia volontà per convincere moglie e figlie a buttare quanta più roba fosse possibile. E’ stata una goduria riempire scatoloni di vestiti, giocattoli, giornali, ed altre cianfrusaglie da dare in beneficienza, o riciclare.

Ci sono poche altre attività che mi euforizzano come eliminare gli oggetti inutili. Oddio! Anche quelli utili, ma insignificanti per me, che stanno in casa per dovere, tipo “è stato regalato e quindi …”. Io invece non ho pietà per nessuno. Anche se resiste ancora una pentola per la fonduta (!), regalo di mia suocera. Non la posso ancora buttare, per ovvi motivi… di stabilità famigliare, ma ogni volta che passo davanti alla scatola che la contiene, butto un’occhiata minacciosa. Ilaria andrà pure in vacanza un giorno senza di me, e allora…

Mi sono fissato da tempo un obiettivo quotidiano: eliminare almeno tre oggetti. Eliminare va inteso anche come forma di riciclo e/o donazione.

Nell’eliminazione di oggetti qualche volta eccedo e mi faccio prendere dall’entusiasmo: più di una volta ho buttato cose che si dovevano tenere, e quando in famiglia qualcuno mi chiedeva dov’era un tal oggetto, sapendo che non lo avrebbero più trovato tra le pareti domestiche, mi premuravo offrendomi per una ricerca. Anzi, dapprima agisco cercando di tranquillizzare la situazione ed accampo qualche motivo per tergiversare e sperare che, più tardi, la necessità di quell’oggetto si dissolva. Oppure si scende giù nel piano inferiore, sede del “tutto ciò che ora non ci serve” e - aggiungo io - “di quello che prima o poi uscirà definitivamente da casa”, e si cerca l’oggetto in questione. Rovistando tra le cose ne faccio saltar fuori delle altre per distogliere l’attenzione e sperare che si perda la necessità di ciò che si cercava originariamente. Spesso funziona. Altre volte no. In questo caso attribuisco la colpa alla signora che ci fa le pulizie, e siccome viene una volta la settimana, spero sempre che prima che lei ritorni la ricerca sia dimenticata.

Una tattica che funziona bene per l’eliminazione di oggettistica orripilante (quante cianfrusaglie portano a casa le figlie!), è quella del passaggio progressivo dell’oggetto in differenti zone. Dapprima lo sposto dalla sua sede ad un’altra meno vistosa. Dopo una settimana lo occulto dove solo io mi ricordo di averlo messo (ma anch’io a volte me lo dimentico, anche se non in frigo come Ilaria) in attesa di un periodo di “quarantena” durante il quale potrebbe essere ancora reclamato. Infine, l’oggetto è pronto per il viaggio definitivo.

A volte faccio delle spedizioni solitarie al piano inferiore, specie quando sono incazzato ed innervosito (è il momento in cui rendo di più e meglio perché allento il mio freno inibitore), e svolgo l’operazione “Mato Grosso”. Mi ricordo che da ragazzino, quando passavo i pomeriggi all’oratorio, ogni tanto si organizzavano uscite per il paese con il furgone del prete per raccogliere oggetti vari, soprattutto cianfrusaglie, che andavano smistate e spedite in giro per il mondo.

Beh, domenica scorsa siamo arrivati all’ora di pranzo con alcuni angoli della casa liberati da ciarpame che ormai era fossilizzato, e vedere spazi bianchi mi ha reso euforico come una bella corsa. Forse anche di più.

P.S.: una volta è arrivato a casa un “marocchino” che voleva vendermi delle cose. Avevo traslocato da meno di una settimana, e se n’è andato via con scatoloni di roba, ed anche un motorino (non nuovissimo, ma funzionava).

Il giorno dopo è ripassato per vedere se per caso avevo anche un frigorifero! Ce l’avevo, ma non funzionava!

I problemi di inserimento dei commenti permane. So che DADA ci sta lavorando.

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