Lungo americano
Non mi riferisco al caffè e neppure al più alto giocatore NBA. Sei anche fuori strada se il tuo pensiero ti porta a considerare come soggetto del blog il più dotato porno attore a stelle e strisce.
Le mie considerazioni sono più terra terra, o meglio a livello dell’asfalto della strada.
I podisti americani sono soliti sostenere la seduta di lungo lento il sabato mattina, ed anche molto presto. Mi viene in mente una di queste sedute corse con loro, e la ricordo bene. Mi trovavo a Palos Verdes, nella contea di Los Angeles, ospite della mamma della mia manager, ed un sabato mattina molto presto, alle 5, dei podisti di buon livello erano venuti a prendermi in auto per accompagnarmi a fare una seduta di LL con loro. Al ritrovo ci saranno stati almeno 30 corridori di svariati livelli di rendimento per svolgere la seduta di lunghissimo: ognuno sceglieva il proprio gruppo di riferimento in base al ritmo e alla distanza da percorrere. La stessa situazione l’ho trovata in altre città americane, e trovo sia stimolante avere questa possibilità di condividere con altri certe sedute che svolte da soli potrebbero risultare più faticose, pesanti ed anche noiose.
Io mi ero aggregato con il gruppo dei più forti, che aveva in programma un lunghissimo in vista della maratona di Los Angeles che si sarebbe corsa un mese e mezzo più tardi. Non avevo ben capito quanta strada volessero percorrere, ma essendo il ritmo agevole, non ho avuto difficoltà a stare con loro. Strada facendo i miei disagi e difficoltà sono gradatamente aumentati fino ad arrivare ad un livello di ridotta sopportazione, ed anche di forte nervosismo, per non dire incazzatura. Da tre mesi non percorrevo più di 18 chilometri in una singola seduta, e quando eravamo alla soglia dei 30 percorsi tra salite di varia lunghezza e pendenza, ero veramente stufo. A quel punto ero anche quello meno fresco del gruppo ed il mio stare in coda evidenziava le difficoltà, benzina mentale per quel gruppetto maratoneti il cui corridore più veloce prendeva da me almeno un quarto d’ora in maratona.
Quando si è stanchi non si presta attenzione ai discorsi, anche perché tra loro parlavano un misto di americano e di spagnolo visto che c’erano dei messicani. Senza comprendere bene ciò che dicevano, era evidente che bramavano staccarmi. A quel punto, pur con tanto disagio, sono stato al loro gioco.
Prima regola: evidenziare maggiormente le difficoltà per farli abboccare, e così mi sono sfilato di qualche metro, svantaggio raddoppiato rapidamente ma non per “merito” mio, bensì perché il gioco stava funzionando visto che avevano aumentato l’andatura. Prima di passare alla seconda fase, la reazione, ho raccolto energie (e ne avevo poche visto che correvo a digiuno) rilassandomi. Alla prima salita ho cambiato marcia, recuperando lo svantaggio (venti metri) e finendo per inserirmi nel gruppetto, ma poi sono andato davanti affiancando i più attivi. E quando la salita è terminata, sono passato alla contromossa, l’attacco. Loro pensavano si rallentasse per prendere fiato, io ho invece insistito.
“Go to hell” pensavo (quando si sta a lungo fuori casa non solo non si parla più la propria lingua ma si pensa anche con lo stesso idioma di dove si vive) ma volevo dire “Vaffa…”. In discesa non ero però rimasto solo, bensì con un paio di loro, e quando mi hanno riferito che mancava “a mile to the end” mi sono rilassato. Mi aspettavo la loro reazione d’orgoglio e li ho lasciati fare: “if you want this, take it. Bast…” pensavo tra me.
A quel punto avevo riconosciuto il posto perché era vicino a dove vivevo e mi allenavo, e così ero pronto per tirare fuori l’asso. Mi aspettavo che nella piazzetta dove avevamo parcheggiato volessero arrivare da soli e così sono passato all’altra strategia: “l’asfissia”. Mi sono inserito tra i due per avere i loro riferimenti ed impercettibilmente aumentavo le spinte dei passi. E quando ho visto che le loro spalle non erano più allineate alle mie e i loro piedi erano dietro la mia ombra e con il loro fiato a mille, ho tirato fuori l’artiglio e l’ho passato sotto la gola, premendo solo un po’. Il loro sangue mi esaltava. Avrei potuto infierire di più, ma non ne avevo più neppure io. Non sono poi così stronzo: siamo arrivati al parcheggio praticamente assieme.
Che lungo indimenticabile, di quelli che ti distruggono: parti per fare 20 chilometri e torni a casa che ne hai percorsi quasi il doppio!
Mi sono infervorato a ricordare quell’episodio e per fortuna che la mia seduta di LL di sabato scorso non è stata così. Comunque mi sono svegliato presto (5,15) e, dopo un vigoroso caffè mi sono messo in strada. La seduta è andata bene, come me l’ero immaginata. E’ stato un piacere rientrare a casa alle 7 con tutti i chilometri alle spalle e pensare che fino a lunedì non avrei messo le scarpe. Non perché non ne avessi voglia, bensì perché sono parecchio stanco (muscolarmente), come lo è la mia allieva che non riposa da ben due settimane.
Domenica mattina ci siamo svegliati sempre molto presto, nonostante il cambio dell’ora, e quando abbiamo sentito che fuori pioveva, dopo il piacevole caffè, ci siamo volentieri girati dall’altra parte e ci siamo crogiolati tra le lenzuola (se volete pensare “male”, non sbagliate). Ero contento piovesse così forte perché il mio impegno podistico era alle spalle, e pensavo ai maratoneti in corsa a Treviso. Mi è dispiaciuto per loro, ma stare sotto le coperte con l’acqua che scorreva veloce ed abbondante lungo la grondaia era proprio piacevole. E di lì a poco saremo stati in pasticceria, davanti ad una calda brioche al cioccolato ed un cremoso cappuccino.
I 100 passi
Il titolo del post di oggi non vuole fare riferimento al film di Tullio Giordana. Ciò che riporto ha invece una valenza tecnica.
Dall’inizio della settimana sto verificando che giorno dopo giorno la mia efficienza migliora. E’ vero che avverto sempre disagi a correre per un’ora, ma di seduta in seduta le difficoltà sono minori. La mattina, quando metto le scarpe per andare a correre sento che le gambe non sono stanche dallo sforzo del giorno precedente, e così oggi ho deciso di iniziare a qualificare la preparazione aumentando lo stimolo allenante.
Dapprima avevo pensato a percorrere, a metà seduta circa, alcuni chilometri ad impegno medio, ma così facendo sarei andato incontro ad un precoce affaticamento che non mi avrebbe probabilmente consentito di completare l’ora di corsa programmata. Ho così deciso di inserire alcune brevi variazioni di ritmo. Ligio ai propositi che mi sono imposto, cioè di non usare né cronometro, né cardio, né GPS per almeno un mese, per svolgere le brevi variazioni di ritmo, oltre a fare riferimento all’impegno respiratorio ho deciso di contare i passi. Ogni prova durava il tempo di compiere 100 passi, oppure 200 falcate. La velocità che tengo non è volutamente elevata, e quindi non incontro particolari difficoltà a contare ogni passo, come avviene invece quando sono più in forma. In tale frangente probabilmente userò il cronometro.
Ho sentito gli effetti dell’attuale poca efficienza già dopo la terza prova, tanto che pensavo di limitarmi a cinque variazioni, ma poiché il recupero tra le prove lo tenevo ampio, ho deciso di arrivare a 8 prove. Alla fine della sesta pensavo che sarei riuscito a farne dieci, ma durante l’ottava ho avvertito bene che non avevo più energie, e così mi sono accontentato.
Durante le prove, seppur impegnato a gestire la fatica, rivolgo l’attenzione al controllo della meccanica di corsa: ricerco una postura ben allineata e allo stesso tempo presto attenzione alla decontrazione. Inoltre, contare i passi mi fa percepire bene l’azione di spinta dei piedi. Faccio due prove contando gli appoggi del piede sinistro, perché avverto che questa gamba è leggermente meno forte, e una nella quale concentro l’attenzione alla spinta del destro.
L’ora di corsa di oggi mi è pesata meno del solito. Adesso mi attende il week end; probabilmente farò un lunghissimo da 1h15’ (!), probabilmente domani visto che per domenica è prevista pioggia. E la settimana prossima ancora sedute da 100 passi.
L'orotta

Mi ero ripromesso che non avrei fatto pubblicamente riferimento alla mia attività podistica fintanto che non avessi ritrovato una certa continuità negli allenamenti. Ribadisco che non sono scaramantico, e non ho fatto cenno prima ai miei allenamenti perché avevo già riprovato a correre, ma senza successo.
Da due settimane riesco a correre con regolarità, ma soprattutto senza problemi fisici e la situazione di prudenziale ottimismo è diventata ancora più favorevole. Il problema al polpaccio che mi ha perseguitato tutto l’inverno ho deciso di risolverlo in maniera drastica. Quando l’ecografia a cui mi sono sottoposto mi ha dato esito negativo, ho deciso che quel fastidio doveva smettere. In questa evoluzione Ilaria ha avuto un ruolo decisivo. Ammiro per la loro fermezza le donne come mia moglie. Siccome mi lamentavo sempre quando premevo sul polpaccio incriminato perché sentivo una fitta, Ilaria mi ha detto di controllare anche quello sinistro. E quando ho provato a fare la stessa pressione sulla gamba sana ed ho sentito un analogo fastidio, ho deciso che il giorno dopo avrei rimesso le scarpe. E così è stato, e da allora ho corso ininterrottamente se non per paio di giorni di riposo.
Riprendere è stata, e lo è tuttora, dura. Nella prima settimana mi preoccupavo più di non sentire il fastidio che non di faticare. Ho iniziato accontentandomi di correre per 30’ ed ogni due sedute aumentavo di 5’ la durata delle uscite. E una volta arrivato ai 50’, l’incremento è stato doppio. Da 4 giorni riesco a correre per un’ora.
Questi sessanta minuti non posso catalogarli nell’oretta come avevo fatto in passato, quando avevo dedicato anche a questo tipo di seduta piuttosto agevole un blog, considerandolo come un allenamento disimpegnato e spensierato, con lo spirito della vispa teresa, che saltella da una zampetta all’altra senza alcun disagio. Le difficoltà che sostengo adesso nel correre per sessanta minuti mi hanno portato a denominare tale seduta con il termine di “orotta”.
Il senso onomatopeico di questo “neologismo” si riferisce all’elevato disagio che avverto per completare il periodo di corsa. Dopo 40’ dall’inizio della seduta la mia efficienza scade considerevolmente e faccio proprio tanta fatica a portare a casa il mio corpo. Altro che vispa teresa; adesso sono una vespa teresa, peraltro in sovrappeso visto che la bilancia ha segnato 72. Adesso sono però già arrivato sotto i 70 chili.
Per un'altra decina di sedute lavorerò per migliorare la mia efficienza aerobica, e confido che per la prima decade di aprile potrò dire a Ilaria, come ai bei tempi: “Esco a fare un’oretta”.





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