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Corsa media, soddisfazioni e sofferenze

di Orlando (30/04/2009)

Mi piace fare le sedute di corsa media perché si deve correre a lungo ad un’andatura sostenuta. Per carità, il mio attuale ritmo (3’55”) è veloce per chi corre più piano, ma è un’andatura ridicola per come ero abituato a correre. Una volta, a questo ritmo non facevo neanche la corsa lenta (3’45”).

Trovo che la corsa media sia un buon allenamento per la testa perché è fondamentale dosare adeguatamente lo sforzo per evitare di accumulare acido lattico nei muscoli e terminare la seduta prima del previsto. Ci sono però due fasi critiche degli allenamenti di CM, ed è la prima che temo di più, quella in cui devo trovare il giusto rapporto tra impegno organico e muscolare. Di solito impiego una decina di minuti per entrare nella giusta sincronia, ed in questa fase sono impegnato a calibrare il giusto impegno, dibattuto se prestare maggior attenzione alle gambe o al fiato. Di solito è quest’ultimo aspetto quello a cui dò la precedenza, ma in corsa i dubbi sono tanti. Per non aggravare la situazione non rilevo il tempo. Quando cambio ritmo di corsa, passando dall’andatura del riscaldamento a quella che dovrei tenere nel medio, premo lo start del cronometro ma essenzialmente per rilevare l’inizio della seduta. Non rilevo invece il ritmo di corsa perché mi fido delle sensazioni che avverto. E nella seduta di ieri più di una volta mi sono detto di rallentare per non eccedere nello sforzo. Le gambe non giravano bene perché sentivo i muscoli tibiali anteriori piuttosto gonfi, aspetto che si verifica regolarmente il giorno dopo il riposo settimanale. E’ una brutta sensazione, ma cerco di conviverci e l’accetto. Per fortuna, dopo un quarto d’ora circa il gonfiore passa. Almeno credo. Può darsi invece sia sempre presente ma aumentando la fatica di altri gruppi muscolari, il gonfiore dei tibiali passa in secondo piano.

Rotto il fiato, dopo una decina di minuti vivo una positiva fase nella quale non penso più se spingere o rallentare, ma mi faccio portare dalle sensazioni. Trovato il corretto impegno ricerco la decontrazione ed il rilassamento, aspetto non proprio facile in questa mia (prima) fase della preparazione perché non ho ancora una buona efficienza. La fase positiva dura una ventina di minuti, ed è in questo contesto che inserisco qualche saliscendi. Una volta ero solito svolgere le sedute di CM in pianura, per non condizionare l’andatura media. Adesso invece ricerco i saliscendi, corti e leggeri, perché avverto il fastidioso disagio di andare in crisi, ma ritengo sia particolarmente allenante (dovrei scrivere “addestrante”) abituarsi alle difficoltà, fisiche e mentali, ma soprattutto agire al meglio per ritrovare il giusto equilibrio d’impegno.

Gli ultimi 10 minuti della corsa media sono invece pesanti perché faticosi. L’andatura che poco prima tenevo bene diventa difficile da sostenere e devo lavorare parecchio di testa per non deconcentrarmi e mollare. Per tutta la seduta non guardo mai l’orologio e mi fisso un punto di riferimento dove fare il primo, e spero anche unico, rilevamento. A quel controllo spero che la fine della seduta, che io svolgo a tempo e non a distanza, sia vicina e mi rincuora verificare che spesso mancano pochi minuti. Se ho fatto bene i conti e il controllo corrisponde alla fine della seduta, cerco di fissare un altro punto per allungare l’allenamento di altri 5’. Se invece devo correre ancora un po’, stringo i denti per completare quanto prefissato, senza però farmi condizionare.

Sono praticamente sempre soddisfatto delle sedute di CM che svolgo perché non ho condizionamenti cronometrici (evito anche di ripetere lo stesso percorso per evitare confronti) e mi posso tranquillamente concentrare sulle sensazioni che avverto in corsa.

La gratificazione deriva dall’essere quasi sempre in grado di gestire lo sforzo, e non farmi sopraffare dall’obbligo di rispettare i tempi.

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Domenica di riflessione

di Orlando (27/04/2009)


Sotto l’aspetto podistico la giornata di ieri è stata piuttosto tranquilla: un allenamento leggero e la presenza alla maratona di Padova per il commento tecnico. 
Non per questo è mancato il ricordo di Michela, nella giornata della sua maratona. E oggi del suo compleanno. Per tutta la scorsa settimana, ad ogni allenamento ho avuto più di un’occasione per ricordarla. Mi sono ritrovato a pensare a lei nei momenti maggiormente impegnativi delle sedute, quando dovevo utilizzare la forza di volontà. In tali circostanze è stimolante ritrovare energie che non escono dalle fibre dei muscoli mai dai neuroni del cervello. Trovarmi a stringere i denti e mettermi alla prova è il senso specifico di tanti allenamenti che svolgo. E’ in queste circostanze che pur correndo da solo, situazione che amo molto, mi piace sentire la compagnia di chi vive nei miei pensieri.

La vicenda di Michela è recente, ma spesso mi trovo in “compagnia” di un amico che per anni si è allenato con me e che da tanto tempo però non c’è più. Se n’è andato per sempre nel maggio del 1982, quando io ero a correre ad Auckland, dall’altra parte del mondo.

Aveva un anno in meno di me, ed assieme avevamo percorso una carriera parallela, anche se la sua orientata verso il mezzofondo. Era veramente molto forte. In quell’inverno, del 1982, aveva battuto Alberto Cova in volata in una gara indoor sui 3 mila metri. Un aspetto tecnico che caratterizzava il campione nascente Cova era proprio la volata: era praticamente imbattibile, ma quel mio amico l’aveva appunto messo dietro. E sappiamo tutti cosa Alberto abbia vinto dall’estate del 1982. Anche il mio amico avrebbe potuto fare altrettanto? Chi lo sa. Un anno prima, quando era ancora juniores aveva corso i 1500 metri a Bruxelles in 3’32”, appena poco dietro il campionissimo Ovett.

Perdere un compagno di quotidiani allenamenti è stata una sensazione, come potete immaginare, di una certa gravità. Il distacco non è avvenuto, per fortuna o forse no, repentinamente. Se n’è andato dopo alcuni mesi di decadimento fisico. Ed è stato in quel lento morire che ho sentito la solitudine. Ci incontravamo praticamente ogni pomeriggio a metà strada dalle nostre case. Io partivo da Piovene Rocchette e lui da Cogollo del Cengio e ci incontravamo sul viadotto Sant’Agata. Lì decidevamo che giro fare e quanto tirarci il collo.

Un pomeriggio di febbraio mi ha telefonato per dirmi che non poteva correre perché il suo cane l’aveva accidentalmente morso alla mano nel tentativo di togliere un osso che si era messo di traverso nella gola e lo stava soffocando.

Neppure il giorno dopo è venuto a correre perché la mano si era gonfiata. Così è stato anche per il giorno successivo e quelli a seguire.

Ogni tanto vado a correre nelle “grume”, come le chiamava lui le collinette del suo paese nelle quali abbiamo percorso centinaia di chilometri. Lì in mezzo c’è il cimitero.

Non è necessario che vi entri per sentire che Fulvio Costa corre spesso ancora con me, come farà Michela, e altri amici che se ne sono andati.

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Dedicato a Michela

di Orlando (19/04/2009)

Domenica prossima si correrà una delle maratone più ambite dai maratoneti amatori, la Maratona di Londra. Si sa che per i corridori stranieri non è facile reperire il pettorale per parteciparvi, e chi riesce ad averlo ne va certamente orgoglioso. Nei prossimi giorni i fortunati corridori prepareranno le proprie borse per questa trasferta mettendoci dentro, oltre alle cose per correre, le proprie ambizioni e sogni. Quelli che correranno la maratona di Londra e che si sono iscritti con il mio gruppo, che fa capo all’agenzia Terramia, hanno ricevuto il materiale per affrontare la trasferta. Tutto il materiale è stato spedito, ma a casa mia è rimasta una scatola. E’ quella di Michela, de L’Aquila.

Che scherzi può fare il destino. Di aneddoti, per lo più felici, potrei raccontarne tanti. Questa volta invece si tratta di una circostanza triste da raccontare.

Non conoscevo personalmente Michela, ma lo scorso ottobre aveva fatto la sua iscrizione alla maratona di Londra sul mio sito. Aveva ricevuto le tabelle di allenamento. E tre giorni prima della forte scossa di terremoto a lei avevamo inviato anche la mia maglietta di allenamento. Non l’aveva ancora ricevuta. Ce lo aveva detto lei quando la vigilia del giorno del terremoto Ilaria l’aveva sentita al telefono per verificare se fosse tutto a posto. E così era, in effetti. Il giorno dopo il terremoto le avevamo inviato una mail per verificare che non avesse avuto problemi, e non avendo ricevuto risposta avevamo pensato che gli uffici dove lavorava fossero chiusi per ovvie circostanze.

Ilaria l’aveva chiamata allora al cellulare. L’apparecchio suonava, ma era attiva solo la segreteria telefonica, alla quale mia moglie ha affidato un messaggio con parole di speranza.

Nel frattempo eravamo andati in Toscana per uno stage, ed è stato lì, controllando l’elenco dei nomi dei deceduti apparso in televisione, che avevamo visto anche il suo. Sarà un’omonimia, ci siamo detti. Un amico si è prodigato per recuperare la data di nascita di quella persona apparsa nell’elenco e confrontarla con quella che io avevo nella sua scheda personale. 27 aprile 1971. Corrispondeva.

E’ stato da quel momento che la figura di Michela, mai conosciuta e mai incontrata, ha assunto una rilevanza particolare. Sia io sia Ilaria siamo rimasti scossi per questa tragica circostanza e, come accade in queste tristi situazioni, i pensieri hanno fatto fatica a trovare risposte logiche. Dopo alcune riflessioni personali il rispetto per questa situazione ci ha indotti a trattenere le nostre emozioni, anche quando mi ha chiamato il papà di Michela, che non sapeva dei programmi sportivi della figlia.

Ho lasciato che le emozioni, inevitabilmente forti e diffuse, trovassero una propria collocazione.

Ed è in questa settimana, che di sicuro sarebbe stata importante per Michela, che mi piace ricordarla.

Mi piacerebbe poteste farlo anche voi, soprattutto quelli che correranno a Londra. Potreste dedicarle un pensiero, una preghiera negli attimi prima di premere il cronometro che darà inizio alla vostra gara. Oppure quando taglierete il traguardo con le braccia alzate verso il cielo. O quando vi metteranno la medaglia al collo.

Questo invito non è rivolto solo a quanti correranno a Londra, ma anche a chi correrà la maratona Padova, o un’altra manifestazione podistica, anche fosse un semplice allenamento.

Il 26 aprile doveva correre la sua maratona, faticare e gioire come tutti noi. Il 26 aprile era una data importante per lei. Rendiamola tale.

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