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La bella donna

di Orlando (27/05/2009)


Proprio in questi giorni ricorre l’anniversario dei miei primi 12 anni di residenza a Santorso. E’ il periodo più lungo trascorso in un unico luogo da quando ho lasciato i miei genitori. Dapprima ho vissuto dieci anni a Ferrara, e poi sei a Gallio. Da quando vivo alle pendici del Monte Summano, tagliare l’erba del mio prato è un’attività che mi rilassa e che svolgo quindi dopo il lavoro, oppure quando rientro dalle trasferte. Per compiere questo lavoro impiego circa un’ora e mezza.
Quando c’era ancora da rifinire la casa, il prato si presentava come una discarica di sassi, materiale edilizio, mucchi di terra sui quali nascevano erbacce varie. Mio suocero, molto pratico, nel presunto vialetto di casa, che era più un sentiero di terra battuta perché non c’era il cancello e si entrava in casa dal garage, aveva piantato addirittura i pomodori.

Il mio vicino aveva invece un orto molto più curato, che però non gli invidiavo: non sono il tipo che si perde su queste cose: la penso come la volpe con l’uva, cioè mi piacerebbe farlo ma non ne ho il tempo e quindi lascio stare.

Un giorno di 12 anni fa, mentre mi sorride di sottecchi e mi fa un gesto del capo piegandolo leggermente verso sinistra, mi dice: “hai la bella donna”. Non capendo il sottinteso ho sorriso, probabilmente come un ebete, e ho risposto di sì. Tra me avevo pensato si riferisse a mia moglie.

Non passò molto tempo che il mio vicino mi attendesse ancora al varco e ribadisse, con aria un po’ complice: “Ce l’hai ancora la bella Giovanna!”, indicandomi una zona in fondo alla mia proprietà dove c’erano rovi, cespugli ed altri arbusti. Sempre senza capire cosa intendesse, ho risposto con un altro sorriso ebete, ma stavolta ero certo che non si riferisse a mia moglie, che era in casa e lui non la vedeva, e soprattutto non si chiama Giovanna. Non si trattava nemmeno di una vicina, visto che il prato confinava con un campo seminato a maggese. Pensai solo di avere un vicino un po’ burlone e provato dagli anni trascorsi sotto il sole a coltivare il suo orto.

L’estate passò, e quando decisi di andare tagliare in qualche maniera i rovi e cespugli che erano diventati arbusti, scoprii una serie di alberelli dalle foglie ben note. Ne strappai una e l’annusai, ed il mio sospetto ebbe conferma. Quelle foglie le avevo viste dal vivo in un altro paio di occasioni, passando di corsa durante i miei allenamenti (sbagliando strada), ed anche l’odore mi era rimasto ben impresso.

Entrai in casa e riferii ad Ilaria la mia “scoperta”. Qualcuno aveva piantato nella mia proprietà della marijuana.

Quando ritrovai il mio vicino chiesi spiegazione per quella anomala coltivazione e mi disse che da tempo la usava un cacciatore che aveva il capanno nel terreno dove poi era stata edificata casa mia.

“In che senso la usava? A scopi personali?”

“Macché. Usava i semi per fan cantare meglio i merli che aveva in gabbia”

“E cosa centra “la bella donna”?!?

“Quell’erba lì fa fare anche bei sogni, ed un uomo cosa sogna se non le belle donne”???

“Eh già!”, ribattei ancora inebetito….

Mi dispiacque estirpare quei cespugli. Non potevo certo correre il rischio di venire considerato un coltivatore, anche se il mio vicino mi aveva riferito che non avrebbe fatto la spia.

Posso garantire che quando bruciai quegli alberelli rinsecchiti l’odore era molto forte. Ancora oggi, quando taglio l’erba in fondo al prato, guardo sempre tra i trifogli se spunta qualche piccola fogliolina seghettata a cinque punte. Ma sono anni che la cerco invano. Al massimo qualche bel quadrifoglio. Ma dopotutto porta più fortuna.

Categoria: non solo corsa
Tag: belladonna,marijuana
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Per correre forte bisogna correre piano

di Orlando (25/05/2009)

E’ difficile interpretare a priori come andrà un allenamento, soprattutto quando si fa riferimento alle sensazioni iniziali, quelle che arrivano al cervello inviate dai muscoli che muovono i primi passi. Casa mia è più in alto della zona dove vado a correre, pertanto le prime centinaia di metri le percorro in discesa e ciò agevola l’avvio, sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Per capire se i muscoli risentono dello sforzo del giorno precedente devo percorrere qualche centinaio di metri in pianura. Tuttavia, dirigendomi verso la campagna la strada procede per un po’ con una dolcissima pendenza, percettibile specialmente quando la si percorre a ritroso, quando avverto che per mantenere la stessa andatura della pianura devo spingere quel filo in più che accentua il livello d’impegno e che m’induce ad affermare che si tratta di un ingannevole falsopiano.

Il giorno successivo ad un allenamento tirato le gambe sono praticamente sempre indolenzite, specialmente nella zona appena sopra il ginocchio (il vasto mediale) e i polpacci. I cosiddetti doloretti da affaticamento mi accompagnano in sostanza per tutta la seduta, con variazioni - imprevedibili e  non identificabili - d’intensità.

Non sempre però i segni dell’affaticamento per lo sforzo sostenuto il giorno precedente si fanno sentire in maniera marcata. A volte, dopo aver corso per una mezz’oretta, avverto la piacevole sensazione del rilassamento muscolare. Oddio, forse non si tratta di rilassamento vero e proprio. E’ molto probabile che si tratti del processo di miglioramento delle sensazioni che il mio allenatore era solito definire come “lavaggio muscolare”, intendendo che il maggior afflusso di sangue conseguente alla blanda attività aerobica favorisce l’allontanamento dei residui della fatica dalle fibre muscolari sollecitate il giorno precedente. Il miglioramento delle sensazioni, che attutiscono i doloretti muscolari, è una circostanza che ammalia gli atleti caratterizzati da ipermotivazione e da insicurezza. Ed io sono uno di questi. Il canto delle sirene mi cattura senza alcuna resistenza ed il desiderio di correre veloce mi prende con la stessa facilità con cui metterei in bocca un pezzo di cioccolato.

Non appena avverto che il detersivo ha scrostato le fibre muscolari dai residui della sporcizia della fatica, le gambe iniziano a succhiare avidamente l’ossigeno che hanno a disposizione, spinte da un cervello che si comporta come Eva con la mela del paradiso terreste. Cogli la tentazione e non perdere l’occasione. Le endorfine crescono come la panna montata ed il mio ego di podista cresce senza freni, alimentato dalla percezione che tutto attorno a me scappa via. Velocemente. Molto velocemente. L’asfalto scappa sotto le spinte dei piedi. La vegetazione ai margini della strada sembra muoversi in direzione opposta alla mia con una propria velocità. L’ombra del mio corpo scorre via agilmente sull’asfalto senza incontrare ostacoli, come un fiume porta le fluide acque verso il mare. La mia figura di corridore, agile e dinamica nonostante l’età, che si rispecchia in qualche vetrina, è l’apoteosi di quel momento.

“Lo sentivo. Non era necessario correre piano per recuperare lo sforzo. Un allenamento come quello di ieri non è stato pesante. E’ così. La forma si sta avvicinando” sono le riflessioni che si diffondono nel mio cervello, e le gambe, d’accordo o meno, seguono i messaggi che i neuroni diffondono su tutto il corpo.

Ma non voglio esagerare. Dopotutto è solo un “lavaggio muscolare”. Domani è previsto un allenamento che incrosterà di stanchezza e fatica i muscoli delle gambe. E quando arrivo a casa (e come ho riferito prima da dove abito si vede un bel panorama), sento di essere affaticato, ma mi convinco che è per via della salita.

Trovo Ilaria nel retro della casa che, in attesa del mio arrivo è impegnata diligentemente con dello stretching. “Stravolto come sempre” mi saluta “e domani non lamentarti che hai ancora mal di gambe”. All’indomani, quando rientro a casa riferendole che l’allenamento è andato bene ma che non ho spinto come avrei voluto, non posso ammettere la sua ragione.

E’ da un mese circa che un lieve fastidio tendineo non mi permette di correre velocemente, per come vorrei, e secondo Ilaria la causa è da imputare ai miei eccessi sportivi. All’impossibilità di correre velocemente ho rimediato svolgendo le sedute specifiche in salita in modo da procedere con una falcata di ampiezza ridotta.

Il giorno successivo alle sedute specifiche le gambe sono piuttosto indolenzite e stanche ed anche in questo caso mi affido ad una seduta di “risciacquo muscolare”. L’efficacia della corsa in salita è piuttosto immediata perché, anche se le gambe sono stanche, i muscoli evidenziano un certo tono e sembra che nelle fibre non si siano depositati solo residui di fatica. La sensazione è di avere muscoli vigorosi e forti, e la tentazione di apprezzare immediatamente l’elasticità che essi esprimono è sempre tanta. La ripetitività di stimoli che sono costretto a svolgere e l’assenza di variazioni del ritmo di corsa m’indurrebbe a  non svolgere mai sedute di corsa rigenerante e ciò mi ha portato ad avvertire una sorta di’ingolfamento muscolare. Traduco regolarmente ad Ilaria il mio senso di frustrazione tecnica ed il disagio di correre sempre intasato di fatica. “Non recuperi mai. Corri sempre sotto pressione ed accumuli stanchezza”. Non posso darle torto perché, in effetti, non ci sono giorni in cui, in un modo o in un altro, la seduta che svolgo può essere considerata leggera e rilassante. Nel registrare i dati degli allenamenti che svolgo, ho notato che per una sorta di debolezza psicologica non ho mai riportato la sigla CLR, corsa lenta di rigenerazione.

Da un paio di settimane ho quindi deciso di seguire il consiglio di Ilaria: il giorno successivo ad un allenamento impegnativo svolgo una seduta di rigenerazione. Oltre ad aver ridotto il chilometraggio da 14 a 12, m’impegno a correre piano, che può essere inteso come evitare di forzare giacché non rilevo mai l’andatura che tengo. Mi ritrovo così a concentrarmi nel mantenere un impegno molto agevole, una corsa rilassata, e quando avverto che per qualche motivo, vuoi per una leggera salita, vuoi per una bella discesa, aumento l’impegno, mi sforzo di rallentare.

Insomma, correre piano non è proprio così automatico per me, ma apprezzando che a fine seduta le gambe stanno meglio rispetto a quando sono partito, mi sono convinto che per correre forte è necessario correre piano. Lo avevo già sperimentato negli anni migliori della mia carriera, ma pensavo che nel tentativo di ritrovare la massima efficienza possibile dovessi agire con energia.

Già allora, sempre un’altra donna, la trainer della testa, mi ripeteva che devo imparare “a fare il non fare”.

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I santi stanno in alto

di Orlando (21/05/2009)

Ho già avuto modo di dichiarare la mia simpatia per la seduta di corsa media, una sensazione che aumenta quando decido di correrla in salita. Mi stimola veramente tanto superare certi dislivelli mantenendo un’efficace azione di corsa. Per questo motivo preferisco le sedute su strada asfalta e su pendenze che non superino mediamente l’8%. A volte corro anche fuori strada e su pendenze maggiori ma solo sporadicamente,perché è evidente come in tali sedute l’azione di corsa peggiori. Insomma, va bene la salita purché la falcata sia abbastanza ampia e la spinta dinamica. Poi mi piace salire sulle strade che hanno un andamento sinuoso e contorto in modo che posso osservare il dislivello che ho percorso man mano che procedo. Vanno bene anche le strade con numerosi tornanti, anche se le trovo noiose, un andirivieni che mi sa molto da corsa su tapis roulant.

Ovviamente non guardo mai dove devo arrivare, anche perché in salita si tiene inevitabilmente lo sguardo puntato verso il basso, ma mi piace buttare l’occhio a valle per controllare dov’ero qualche minuto prima. Cogliere che sono salito di alcune decine di metri di dislivello mi gratifica.

E poi la vera sfida sta nel dosare bene lo sforzo: come in maratona, un errore nell’impostazione dell’impegno e si arriva alla maledetta crisi. In salita a volte la crisi è anche più brutale a causa  l’accumulo di acido lattico, che avvelena non solo i muscoli delle gambe ma anche delle braccia, aspetto impossibile invece in maratona.

L’approccio psicologico alla seduta inizia appena dopo aver cominciato il riscaldamento. Dapprima faccio un giro in paese e quindi mi dirigo verso il punto di partenza. In questa ventina di minuti compongo uno schema mentale che mi consenta di affrontare la corsa media come tale. Ho sempre il timore di farmi prendere dall’euforia e forzare l’azione con l’obiettivo di arrivare in cima prima delle altre volte. Si tratta di una trappola mentale dannosa e terribile perché si vorrebbe fare sempre meglio (il “segreto” c’è: è sufficiente fare le sedute di corsa in salita quando non si è in forma, e settimana dopo settimana a parità d’impegno ci si mette sempre meno).

Per questo motivo m’impongo, oltre che a partire prudente ed anche in qualche caso rallentare un po’, di non correre con riferimenti cronometrici. Certamente faccio partire il cronometro per rilevare il tempo di percorrenza ma mai, tassativamente MAI, controllo il tempo per tutta la durata della seduta. Voglio evitare condizionamenti dai tempi di passaggio. Solo in cima alla salita controllo il tempo impiegato.

Partendo da casa mia ho tre valide opportunità per svolgere tre sedute di corsa in salita. San Rocco (6km), San Ulderico (7,5km), Santa Caterina (8,5km). Tutti questi percorsi possono essere allungati di altri 3-5km, cosa che farò in previsione della maratona di NY, ma solo a settembre ed ottobre.

La prima è la salita che preferisco perché non incontro quasi nessuno ed ha un gran fascino correre in mezzo al silenzio. C’è solo un pezzo di 400 metri, a 2 chilometri dalla fine, con una pendenza prossima al 15%, ma ovviamente è il mio banco di prova, per testare la tenuta mentale allo stress da fatica, anche psicologica.

La salita di San Ulderico mi piace di meno perché è più trafficata. Quella di Santa Caterina l’amo perché è frequentata dai ciclisti. Lo ammetto, sono bast…: aspetto che i ciclisti, ovviamente quelli meno atletici, inizino la salita, che parto dietro loro infilzandoli ad uno ad uno, con una goduria e soddisfazione che ha pochi eguali. Oppure li punto strada facendo, e quando li vedo in difficoltà (e ce ne sono tanti), li prendo di mira passandoli con un’andatura che li umilia mentre loro zigzagano nonostante una bicicletta da 3-5 mila euro. La domenica mattina è il giorno della caccia.

Il problema per le sedute di corsa media in salita è il ritorno a casa, ovviamente. Ed io sono un podista che mal sopporta la discesa. Mi ero organizzato per portare un’auto la sera prima in cima alla salita e ritornare indietro con mia moglie, ma quando ho deciso questa strategia leggo sui giornali che al “paese” di San Rocco un vandalo ha incendiato 3 automobili. San Rocco non è un paese, ma una frazione: ad occhio ci saranno dieci - dodici case. I programmi sono stati quindi cambiati visto che non ho l’assicurazione antincendio.

Si fa così. Alle 5,15 la sveglia. Alle 5,30 Ilaria va a correre. Alle 5,45 parto io per la corsa media in salita. Alle 6,30 Ilaria, rientrata dal suo allenamento, parte in macchina. Alle 6,45 mi recupera a San Rocco. Alle 7 siamo a casa. Non male, ma che corse affannate!

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