Clima impossibile
Ci sono cose che ancora oggi non mi so spiegare e tra queste non ho capito se con il caldo corro bene o male. O meglio, il clima estivo caratterizzato da elevate temperature associate ad un alto tasso di umidità mi fa correre con forte disagio ed ovviamente con un rendimento condizionato, ma il rendimento agonistico è invece spesso buono.
La scorsa settimana, mentre ero a Vieste per lo stage di allenamento, mi sono allenato con disagio pur svolgendo sedute tutto sommato positive. Anche nel pieno della mia carriera di corridore professionista il caldo mi condizionava: in allenamento mi sentivo vuoto, senza energia e fiato, e con le gambe pesanti. Le sedute le svolgevo come da programma, seppure condizionate nei ritmi di corsa, con un peggioramento che arrivava anche a 10 secondi al chilometro. Ricordo una seduta di corsa media svolta mentre ero in vacanza al mare con la mia fidanzata (allora) a Rosolina, vicino a Chioggia: pur uscendo prima delle 6 del mattino per evitare il caldo, avevo corso 15 chilometri a 3’20” (avrei dovuto correre a 3’10/15”) e quando ho terminato la seduta ero piuttosto provato, non come una gara ma quasi. Quella mattina avevo sudato tantissimo in allenamento perché era molto umido, ed una volta finita la seduta non smettevo di sudare tanto era attivato il meccanismo della termoregolazione. Ricordo che prima di colazione avevo bevuto già un paio di litri di acqua, arrivati poi a sette prima di pranzo. Non c’era verso di placare la mia sete. Bevevo e sudavo. Sudavo e mi lavavo. Andavo al sole e sudavo. Un circolo vizioso che non trovava mai una fine.
E la tortura peggiore era passare la giornata in spiaggia. Tanta era la mia insopportabilità al sole e al caldo che me ne stavo sempre sotto l’ombrellone per recuperare lo sforzo della mattina ed in attesa di quello della sera. Passavo il tempo a leggere, fare giochi di enigmistica e riposare. Come si sa, al mare la notte non si dorme bene, per effetto del caldo e dei rumori, e quindi cedevo al sonno durante la giornata.
Ricordo una mattina di aver dormito molto, troppo, tanto da essermi dimenticato di svegliare Ilaria. Eravamo in vacanza alle Everglades, in Florida, ed anche allora mi ero alzato presto per l’allenamento e dopo colazione ci eravamo spostati in auto verso Key West. Tra un’isola ed un'altra, tra un lungo ponte ed il successivo, avevamo trovato una piacevole spiaggia tranquilla. La giornata non era soleggiata perché il cielo era velato da una leggera nuvolaglia e non faceva neppure tanto caldo perché dal mare spirava una piacevole brezza, ma sempre per effetto della stanchezza e del disagio avvertiti in allenamento, mi ero messo all’ombra a recuperare, e mentre leggevo mi sono appisolato. Avevo l’impegno di avvisare Ilaria nel caso ci fosse stato troppo sole ma non riuscii a farlo... in tempo. All’indomani, pur non essendo bruciata, era gonfia come un materassino da spiaggia.
Nonostante la mia avversione al caldo, e nonostante sia nato in piena estate, in gara rendevo molto bene, tanto che le vittorie più significative le ho conseguite con condizioni climatiche tipiche dell’estate. La maratona di NY del 1984 l’ho vinta con un clima estivo (26° la temperatura massima e 92% il tasso di umidità), e così è stato per la maratona delle Universiadi a Kobe. E con il forte caldo ho vinto una mezza maratona in Martinica, nei Caraibi, mentre in Italia ho vinto numerose gare estive: Castelbuono, Amatrice, Crotone, Leonessa, Miglianico e molte altre.
Insomma, ancora adesso con il caldo ho un rapporto ambiguo: accetto di andare al mare, ma se si tratta di correre, preferisco la montagna.





Ultimi commenti