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13 secondi di troppo

di Orlando (08/10/2009)

Il buio è buio, indipendentemente dall’ora in cui lo si guarda. Scendo le scalette del vialetto di casa e guardo in cielo ma non vedo le due stelle luminose che al mattino presto mi fanno compagnia fino a quando l’albeggiare le farà sparire dalla mia visuale. Questa mattina non ci sono perché da qualche giorno l’alta umidità si diffonde nel cielo con una coltre color latte. Tra la densa foschia si fa però strada la pallida luce della luna. Meno male che avrò il suo supporto luminoso perché oggi dovrò percorrere strade buie.

Esco di casa un’ora prima del solito perché oggi prevedo che starò fuori a lungo, circa tre ore. Ho tanta strada da percorrere e vorrei rientrare presto per mettere alle spalle questo impegno, ma non mi metto fretta perché non è il caso visto che a Ilaria ho riferito che percorrerò 40 chilometri. Il giro è lo stesso di quando tre settimana fa ho svolto un lunghissimo di 36. Le varianti le inserirò strada facendo ed in prossimità di casa farò alcuni giri sul circuito dove svolgo gli allenamenti specifici in maniera da controllare l’andatura. Mi sono imposto di percorrere gli ultimi 10 chilometri di buon passo, ma non mi preoccupo adesso per una cosa che dovrò fare fra due ore e mezza. All’inizio invece mi “preoccupano” le salite che ho deciso di inserire nella prima metà della seduta. Ce ne sono parecchie, specialmente nei primi 15 chilometri, perché voglio cercare affaticamenti muscolari simili a quelli del tracciato di NY. Per evitare di correre con il patema d’animo del controllo del ritmo di corsa mi sono imposto di buttare uno sguardo al cronometro in due punti, al 15° e al 30°. Tanto so che per questa prima parte di corsa l’andatura sarà alquanto lenta.

Le strade che percorro fuori dall’illuminazione pubblica non mi mettono disagio: il buio mi dà tranquillità perché sento di essere solo. Solo in un’occasione mi sono spaventato: all’inizio di un lungo rettilineo nel buio si accende una lucina rossa ed in rapida sequenza, ciack, ciack, ciack si accende una coppia di luci arancio che mi abbagliano. Porca miseria, non avrò per caso superato il limite di velocità? Ragionamento stupido, avallato dal fatto che sto correndo piano perché sono in salita. Preso tra i miei pensieri percorro varie strade, praticamente deserte. E quando sono fuori dall’illuminazione pubblica corro al lato opposto della strada dove sento arrivare un’automobile. Noto che i guidatori sono spesso presi di sorpresa dalla mia presenza, anche se guidano in mezzo alla strada ed io sto ben attaccato alla linea bianca che delimita la carreggiata dalla parte opposta del loro senso di marcia. 

Ogni tanto, ai bordi della strada, improvvisi rumori mi fanno sussultare. Dopo 15km abbandono la strada asfaltata per entrare nel tracciato sterrato di una vecchia ferrovia. Il cielo è appena appena rosato ad est ma ciò non è affatto sufficiente a permettermi di controllare dove metto i piedi. Il fondo, seppur in terra battuta, è però buono e corro tranquillo anche se avverto che gli appoggi sono un po’ più pesanti. E’ dopo due ore di corsa che ritorno in zone più battute dal traffico, ma per quanto possibile mi tengo su strade di campagna. Ed è al 30° che controllo con maggior sicurezza il cronometro e penso che se nell’ultima decina di chilometri faccio girare le gambe potrei finire la seduta in tre ore. A questo punto decido di aggiungere 2.195 metri, così percorro l’intera distanza. Non mi faccio prendere dall’ansia di questo riferimento: dopo tutto non è un riscontro cronometrico che cerco ma l’affidabilità alla distanza. Inoltre, non mi sarei scelto un percorso così farcito di salite, ma ora che sono in piano il mio cronometro segna che ogni frazione di mille metri la percorro in 4’10/13”. E quando sono in prossimità del circuito delle prove ripetute lascio girare le gambe con maggior cadenza sebbene sempre ad impegno controllato. Mi è già capitato altre volte di sentirmi bene, di essere stimolato dall’aumentare l’andatura ma di trovarmi alcuni chilometri dopo con le ginocchia che non salgono più.

Sul circuito giro abbastanza agevolmente a 4’ al chilometro, ed ho ancora del margine, ma ciò che temo è che per rientrare a casa ho quegli antipatici, fastidiosi, nauseanti tre chilometri in falsopiano e so che in quel tratto l’andatura che adesso tengo con controllo, poi mi peserà. Mentre inanello giri la mente fa dei conti. Cinque chilometri un filo meno di venti minuti e sto sotto. Lascio il circuito concentrato sul mio passo: il primo chilometro in falsopiano è di 4’06”. Un secondo più veloce il chilometro successivo. Perdo invece più tempo nel salire la carreggiata della strada principale provenendo da un tratto di erba nel quale devo anche superare un fossato di 5 metri. Il cronometro segna 4’05”. A questo punto spingo e rilevo 3’53”. E l’ultimo anche un filo più svelto: 3’50”, ma con del margine. La volata la potrei fare, adesso che ho deciso di arrivare alla distanza canonica, ma mi accontento di questo sforzo. E poi 13 unità non sarei riuscito a toglierle in poco più di mille metri. Questo numero “scaramantico” mi tiene sopra le tre ore. Meglio così: lo stimolo per la prossima maratona è di fare meno.

A casa, prima di mettermi al lavoro, controllo i passaggi delle varie frazioni di 10 chilometri. Mi rendo conto che non è stato il finale non adeguatamente veloce a non consentirmi di stare sotto le tre ore, ma le prime due frazioni di 10 chilometri, un po’ troppo lente: 46’53” e 44’28”.

Sono stato un tantino severo nella scelta del percorso, ma a NY le salite saranno meno… lunghe ed impegnative di oggi.

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