Potrei essere io
Lascio la bicicletta, quella nuova finalmente, nell’area dei mezzi della Rai, e ritorno tranquillamente verso la zona degli arrivi, una ventina di metri oltre il traguardo. Ho appuntamento con i giornalisti di televisioni, radio e giornali per dei commenti inerenti l’andamento tecnico della maratona appena conclusa. Passa una quarantina di minuti dal momento in cui l’ucraino Matviychuk ha tagliato il traguardo e mi soffermo a guardare i corridori che in quel momento passano la linea d’arrivo, e penso che fra tre domeniche toccherà a me.
E’ facile immedesimarmi su quanto avviene lungo il rettilineo della piazza di Carpi pensando che quello potrebbe essere il tratto finale della maratona di NY. I podisti che vi transitano sono ancora radi ed è facile osservare con attenzione il loro stato fisico, cogliere i segni dell’inevitabile stanchezza. Alcuni di loro compiono gli ultimi metri con particolare disagio, ad un’andatura che evidenzia davvero tanta fatica, e con i segni della sofferenza sul volto. Si fermano nei miei occhi e nei pensieri le immagini di tale disagio e la situazione mi causa un senso di preoccupazione.
E’ capitato anche a me di tagliare il traguardo con una falcata molto ridotta, con dei passi che sono diventati molto corti ed incerti non appena avevo tagliato il traguardo, e con lo sguardo che cercava un appoggio dove sedermi per togliere sofferenza ai muscoli di tutto il mio corpo. Questo vorrei non succedesse a me a NY. E’ vero che nel correre la maratona si passa inevitabilmente per momenti di difficoltà, fisiche e psicologiche, e che il superamento di tali ostacoli porta all’innalzamento del proprio livello di autostima. Ci sono però situazioni nelle quali si cerca di non mollare mai, sperando che il traguardo arrivi in fretta, ma ad ogni passo i disagi si fanno sempre più grandi ed il piacere di correre si trasforma in una sorta di sacrificio, una specie di martirio.
Per fortuna che sul traguardo arrivano anche podisti con le braccia alzate, che lanciano un grido di soddisfazione, chissà se per aver migliorato il proprio primato, oppure per aver semplicemente percorso con piacere 42195 metri.
Stare sul traguardo mi fa capire cosa veramente cerco in questo ritorno alla maratona. Mi rendo conto che conseguire una determinata prestazione cronometrica è semplicemente un’ambizione per il mondo esterno, quello pubblico, che valuta la partecipazione alla maratona con lo scandire dei secondi. Questo è stato per tanti anni il mio punto di vista, quello che mi faceva controllare il cronometro non appena arrivavo in prossimità del cartello del primo chilometro, o del primo miglio.
E’ proprio questo invece che non vorrei fare alla mia prossima maratona, sentirmi dentro la frenesia dello scorrere del tempo e la necessità di corrervi contro. Voglio invece avere le energie per guardarmi attorno, per sentirmi crescere dentro l’emozione dell’avvicinarsi del momento della partenza senza che tale sensazione si trasformi in tensione. Vorrei sentire l’euforia di correre per le strade dei cinque quartieri di NY con sempre dentro la bramosia di essere sul traguardo nelle condizioni di percepire con soddisfazione lo sforzo fatto.





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