Ottobre 2009

DLMM GVS
1 2 3
4 5 6 7 8 9 10
11 12 13 14 15 16 17
18 19 20 21 22 23 24
25 26 27 28 29 30 31

Tag

Ultimi post

Ultimi commenti

Diffondi contenuti

Condividi contenuti

De.licio.us

Alla ricerca del ritmo gara

di Orlando (14/10/2009)

Ritmo gara. Ripeto mentalmente queste due parole mentre percorro le strade del paese immerse nel solito silenzioso buio, diverso da quello che precede la notte perché so che fra poco ad est, oltre la sagoma delle montagne che ancora non si distinguono dal nero orizzonte, inizierà a rischiararsi pallidamente il cielo.

La tranquillità che precede l’aurora è accompagnata dai residui delle folate di vento che per tutta la notte hanno spinto sui balconi di casa e mi hanno fatto riposare in modo agitato. Non sono sicuro che sia stato solo il vento a disturbare il mio sonno, ma la tensione della seduta che vado ad affrontare fra qualche minuto. Non è per nulla facile tranquillizzare il corpo quando di lì a poco deve percorrere tanta strada ad impegno sostenuto. Ed un po’ come il condannato che si avvia rassegnato verso il patibolo, tra me e me penso che prima parto, prima finisco questo impegno. Non si tratta di rassegnazione; ho “voglia” di testare la mia efficienza, ma ho anche voglia di rientrare a casa presto, soddisfatto di aver messo alle spalle questa seduta.

In fondo al rettilineo, contrassegnato da un lampione dell’illuminazione pubblica, c’è il punto di partenza. Percorro già ad andatura più sostenuta rispetto al chilometro precedente questi trecento metri in maniera da partire già un po’ lanciato.

Per tranquillizzare corpo e mente mi dico che il ritmo gara è l’andatura che devo tenere per 42195 metri. Pertanto non è impegnativa sin da subito. Ho la necessità di convincermi di questo aspetto perché a quest’ora, quando per strada ci sono io, la bionda (che fuma) che aspetta alla fermata il primo autobus, l’autista che consegna i giornali, ed Ilaria ovviamente, impegnata in una seduta di 2x5km, la capacità di far salire di giri il motore organico è piuttosto ridotta.

Premo il pulsante del cronometro ed inizia questa sorta di viaggio tra stradine e piste ciclabili nelle quali l’oscurità è intervallata da luci arancio che hanno poca forza, tanto da proiettare sull’asfalto la mia ombra deformata e poco definita. Così sembra essere anche la mia corsa nei primi chilometri. E’ davvero molto difficile proiettare il mio pensiero a ricostruire, come dovrebbe essere, le condizioni di gara. Sento che il ritmo è giusto: lo avverto dalla respirazione controllata, dalle gambe che girano con una marcia in meno, ma non avverto lo slancio della competizione. Anzi, è tanto lontana quanto l’acqua dal deserto. Così mi sento io mentre lascio alle spalle una distanza sempre più lunga dal punto da dove sono partito, ma non posso pensare a quanto sia ancora lontano il momento in cui mi fermerò.

Corro da tempo e le strade sono ancora piuttosto deserte, tanto che posso percorrere contro mano le rotatorie della zona industriale. Vorrei tanto sentire attorno a me l’atmosfera caotica della maratona di NY, sentire le urla della gente, gli elicotteri della televisione girare sopra la mia testa, essere circondato da podisti che mi accompagnano in questo sforzo. Gli unici riferimenti che ho al mio passaggio sono magri tronchi di albero che allineati ad ambo i lati della ciclabile simulano un muto pubblico. La mia mente li usa come punti di riferimento, che sembrano scappare all’indietro più velocemente del solito.

E’ la quarta volta che simulo il ritmo gara ma è la prima volta che … le gambe scorrono bene. Mi faccio forza per questa positiva sensazione, ed invece di assecondare la spinta dei piedi, mi freno. Non guardo il cronometro, ma so che sono di poco oltre i dieci chilometri. Ho percorso solo un quarto della distanza di gara e non posso lasciare scappare il mio pensiero come se avessi già fatto tanto.

Tuttavia ho la necessità di proiettare la mente ad un impegno diverso, che mi crei un po’ disagio. Rientro verso il punto di partenza inserendo qualche avvallamento e dei tratti in falsopiano. Non servono le salite, vere e proprie, per sentirmi in difficoltà. In tali frangenti basta davvero poco per portare l’organismo a perdere l’equilibrio dell’impegno. Supero bene due cavalcavia. Lo avverto dal controllo della respirazione e dall’azione delle gambe. Non ho invece il riferimento del ritmo perché è ancora buio per osservare bene i numeri del quadrante del cronometro. E’ già capitato altre volte di fare confusione e di leggere male i dati e di restarne condizionato. Una leggera discesa mi consente di rientrare in controllo ma mi aspettano due chilometri in buon falsopiano. La mente spezza questa distanza in quattro punti: lo so che si tratta di un comportamento che vuole trovare sicurezza, ed infatti passo questo “temibile” tratto ancora in controllo.

Mi aspettano ancora quattro chilometri: tre in più della seduta precedente, con inserito un ponte, un falsopiano a salire ed il finale invece in leggerissima discesa. Non è tanto il ponte a mettermi in difficoltà quanto il falsopiano, dove si trova il lampione, ora spento, dal quale è iniziata la seduta. Potrei guardare il cronometro ma temo che, come Ulisse attratto dal canto delle sirene, il desiderio sarebbe di terminare lì la seduta (20 chilometri), e come l’eroe omerico resisto. So che se supero la curva in fondo al rettilineo gran parte dello sforzo mentale sarà compiuto. Così è, anche se mi aspetta una “salitella” di duecento metri, oltre la quale si estende un lungo invitante rettilineo. Poco importa se tante sono le automobili che in quel momento percorrono la statale. La mia mente potrebbe trasformarle in tanti spettatori che assistono al mio passaggio, ma il pensiero è preso dallo sforzo, ancora in controllo, sia per le gambe sia per il fiato.

Mancano meno di due minuti all’ora e mezza di corsa: la coincidenza è quasi perfetta con la distanza che mi separa dal punto verde intenso che sta avanti a me. E’ il semaforo del paese ed è la dove mi fermerò. L’asfalto nero scorre rapido sotto i miei piedi. Potrei andare avanti ancora a quel passo, anche se non so per quanto. Mi sento però soddisfatto. La gente che passa in auto mi osserva. Sono contento quando penso che ancora prima che sorga il sole, prima che queste persone inizino la loro giornata, la mia è finita. Quella sportiva ovviamente.

E la concludo con un ottimismo che non avevo fino a qualche tempo fa. Le stelle, ancora presenti in cielo, me lo fanno capire. Per la prima sono davvero tanto limpide, come intensa è la luce dell’alba. E’ la prima volta che ho corso con un clima ottimale. Ho impiegato quasi lo stesso tempo della seduta precedente. Ma allora mi ero fermato 1300 metri prima.

Questa mattina, appena partito, il cielo era stato solcato da una saetta luminosa, probabilmente una “stella cadente”. In questi casi….

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#