Testa o croce?
Si ricorre al lancio della monetina quando non si sa cosa fare o non si vuol decidere, e si affida alla sorte una decisione da prendere. Non è il mio caso: non sono fatalista e cerco di non esserlo, ma per decidere se partecipare ieri ad una gara di mezza maratona o rinunciarvi ho atteso un segnale, che è arrivato sabato pomeriggio tra i banconi del supermercato. Nella scelta di una mozzarella ho capito che era meglio rinunciare alla gara.
Prima di correre la maratona volevo fare una verifica agonistica e poiché ieri non avevo impegni, a quindici giorni dalla maratona una prova sui 21km era ideale. Negli ultimi 15 giorni avevo cercato di organizzare gli allenamenti per essere nella situazione favorevole per affrontare questa gara. Mi ero anche convinto che l’avrei corsa bene dopo che avevo sostenuto ad inizio settimana un buon allenamento a ritmo di maratona. L’indecisione di prendere parte a questa gara nasceva dalla poca voglia di muovermi da casa e dalla ridotta spinta agonistica. E’ davvero strano che a pochi giorni dalla maratona non avverta la voglia di gareggiare.
E così quando non ho visto bene il prezzo della mozzarella, ho deciso che era meglio restare a casa ad allenarmi invece di mettermi il numero sul petto. Nella seduta del mattino di sabato non avevo avuto favorevoli sensazioni, ma in questi giorni la temperatura è diventata molto fredda all’improvviso e, abituato a correre con 10° in più, ho pensato che i muscoli non lavoravano bene a causa dello sbalzo di temperatura, sebbene correre sudando poco è per me un segnale di clima ottimale. Inoltre, da sabato avevo messo le scarpe nuove e le sentivo piuttosto morbide, tanto che ho pensato di avere le gambe un po’ imballate anche per questo motivo.
Poi, durante tutta la mattinata ho sbadigliato frequentemente e ciò capita quando allento le tensioni, e spesso ciò si manifesta quando il lavoro si allenta. In tali circostanze mi sento più stanco del solito ed avverto il desiderio di dormire. Mi sento come un animale in letargo: passo dalla poltrona al letto dormicchiando tra la lettura di una pagina e l’altra di un romanzo. Sembra che la stanchezza generale, in tali circostanze, sia elevata e le sensazioni di affaticamento si evidenziano con un abbassamento della vista. Da tre giorni, quando si fa sera e si riduce la luce vedo davvero poco, e devo ricorrere agli occhiali anche durante il giorno. Consapevole di questo aspetto con il quale misuro in maniera indiretta il mio stato di affaticamento, per testarmi ogni mattina controllo i numeri del termometro che sta a tre metri dal tavolo dove mangio. Da un po’ di tempo li leggo con qualche difficoltà di giorno, in piena luce. Mi è invece impossibile distinguerli la sera. E’ una sensazione un po’ fastidiosa, ma è anche il segnale di stanchezza. Per evitare di affrontare una competizione non al meglio del mio potenziale ho desistito quando al supermercato non sono riuscito a leggere bene i prezzi sugli scaffali.
Archiviata la decisione di correre una gara, per la scelta dell’allenamento da svolgere ieri mi sono lasciato portare dallo stato d’animo del momento, e siccome era dalla primavera che non andavo sulle colline di Carré, ho optato per un allenamento a sensazione. Partito da casa mezz’ora più tardi del mio solito orario, ho puntato verso le colline determinato a sollecitare i muscoli con salite e discese di vario tipo. Correre immerso in questa zona verde, ricca di strade asfaltate e sterrate, è sempre stata l’occasione per accendere la voglia di allenarmi e così è stato anche ieri, grazie all’effetto della positiva situazione muscolare che si verifica nel correre alternando salite e discese. Appena ho affrontato la salita di oltre un chilometro con pendenza prossima al 10% e che mi porta in “quota”, dopo una mezz’ora di corsa tranquilla, ho continuato a vagare tra le dolci pendenze, modificando anche il mio giro classico per ricercare ondulazioni specifiche.
Un aspetto tecnico che ricerco spesso, sia per soddisfazione sia per necessità, è far seguire un tratto in dolce salita dopo averne affrontato uno analogo in discesa. L’obiettivo è mantenere l’azione decontratta, ma in spinta, che si ha in discesa anche quando la pendenza della strada sale. Ho fatto alcuni di questi passaggi in una zona ideale, stimolato anche dal transito di qualche ciclista da me preso a riferimento come ipotetico avversario.
Il ventesimo chilometro della seduta è coinciso con il ritorno in pianura e da lì è iniziata la parte più agonistica della seduta, quella che mi ha portato a respirare l’atmosfera della maratona. Per tutti i chilometri precedenti, il girovagare per le alture della zona l’avevo interpretato con il piacere della corsa. Gli ultimi 12 chilometri li ho invece percorsi da maratoneta. L’incremento del ritmo ha inevitabilmente determinato un aumento dell’impegno fisico sul quale ho cercato di assestarmi sotto ogni aspetto: baricentro basso, ginocchia con azione rotonda, spinta dei piedi contenuta, braccia e spalle rilassate. Ma è stato soprattutto la concentrazione sulla respirazione che mi ha tenuto vicino all’impegno della maratona. Il cronometro al polso era fonte di tentazione per verificare l’andatura, ma ho preferito non cedere a questo desiderio. Dopotutto era a casa che dovevo arrivare e lì sarebbe terminata la seduta. Ho percorso anche un paio di chilometri in più rispetto a miei propositi iniziali. Ed è stata l’ultima occasione per correre a lungo prima dell’impegno con la maratona. D’ora in avanti si procede con la riduzione del carico, e chissà che a guadagnarci sia soprattutto la vista.





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