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Più lento di una lumaca

di Orlando (23/11/2009)

Mi manca il cielo stellato della mattina. Mi manca l’occhio splendente di Venere. Da tempo non vedo neppure il sole perché un’estesa coltre lattiginosa ricopre il cielo. Si capisce che è autunno perché sono più le foglie che giacciono in terra che non quelle ancora flebilmente appese ai bruni rami degli alberi. Un clima umido ed uggioso rispecchia anche il mio stato d’animo, condizionato non solo dalle vicende podistiche ma da eventi incerti, ambigui, sfuggenti, quasi misteriosi. Il sole non splende e così trovare energie è piuttosto difficile.

Il correre immerso nell’oscurità di un alba che non arriva mai mi pesa, ed è uno sforzo che posso fare solo investendo parecchie energie nervose. Anche per questo, ora più che mai, non voglio che la corsa sia un attività che condiziona le mie giornate, ma non posso scappare dalla realtà quotidiana. Non ora. Non adesso. Fra un po’ sì. Nel mio calendario arriverà presto il giorno in cui ci sarà il sole a splendere.

Corro con le scarpe da ginnastica ai piedi. Corro quando lavoro. E quando lavoro c’è sempre la corsa. Le giornate sono impregnate di corsa quanto la maglietta che indosso assorbe un sudore che, non trovando più spazio, non può far altro che cadere a terra e contribuire, goccia su goccia, ad allargare le ombre scure di chiazze d’umidità che si appiccicano all’asfalto.

Intanto, ansimando, inanello giri su giri. Questa mattina ne sto percorrendo parecchi e da quando c’è un po’ di luce, butto l’occhio sul quadrante del cronometro per controllare il ritmo. Mi sto sforzando, ma non è la parola corretta, sono invece concentrato a non andare troppo svelto.

Sembrerebbe facile non correre velocemente, ma penso sia capitato a tutti voi di faticare a stare sul giusto passo. A volte sono pochi secondi a fare la differenza: si accelera per stare in tabella, ma si scopre di aver spinto un filo troppo. Si cerca quindi di mollare, ma non tanto, per non essere costretti ad accelerare nuovamente, e si mettono a disposizione della mente tutti i sensi per capire quale sia il corretto impegno da tenere. In questo gioco di tira e molla non voglio neppure ammattire controllando troppo il cronometro. Cerco di estraniarmi con il pensiero ma non è facile; i miei occhi non colgono opportunità di distrazione. In una metà del circuito transitano automobili, motorini e ciclisti diretti al lavoro. Passa il lattaio. Passa l’extracomunitario nero in bici, senza fanale. Passa un’altra sagoma scura in sella alla bici, con ben visibile il mozzicone accesso della sigaretta. Mi supera un altro ciclista che lascia dietro di sé la scia del dopobarba.

Nell’altra parte del mio giro di allenamento c’è molta più tranquillità. Trovo un gatto fermo in mezzo alla strada che si scansa solo all’ultimo istante. Una gallinella che, spaventata dal mio sopraggiungere, cerca di rientrare disperatamente nel pollaio da dove inspiegabilmente è uscita. E giro dopo giro assisto ai suoi stupidi tentativi di entrare dal cancello sbattendo ripetutamente contro il recinto. Se non fosse che voglio terminare in fretta l’allenamento, mi fermerei e la butterei oltre la recinzione.

Dei 1180 metri di questa grigia strada potrei ricordare a mente tanti minimi dettagli, che spesso focalizzano il mio sguardo e mi fanno compagnia. Ma non questa volta.

Oggi, nel mio circuito di allenamento ho trovato un’ospite. Mi sono reso conto della sua presenza al terzo giro. Forse l’avevo vista anche prima, ma non ci avevo fatto caso, forse perché si confondeva tra le foglie marce appiccicate all’asfalto. A quel punto, ad ogni passaggio controllavo la sua presenza che si faceva sempre più evidente perché avanzava piano piano verso me. Lei intenta ad attraversare la strada, io impegnato a percorrere tanti giri. Ho pensato tra me “accetto la sfida”. Mi sono chiesto se avrei fatto prima io a percorrere i quindici giri oppure lei ad attraversare la strada. Diciotto chilometri contro due metri e mezzo. Ad ogni passaggio facevo una valutazione, ma non riuscivo a cogliere quanta strada, meglio di no, quanto spazio aveva percorso. Quattro minuti e mezzo per entrambi: io 1180 metri, lei… Boh?

A metà della seduta ho avuto un’idea dell’entità della sfida perché lei aveva superato la metà della stretta carreggiata. E giro dopo giro mi sono sentito sempre più impegnato nella sfida, tanto che negli ultimi cinque giri c’ho dato dentro, guadagnando un paio di secondi alla volta.

Alla fine non ci sono riuscito. Lei è arrivata alla fine dell’asfalto, il suo traguardo, prima che io completassi l’ultimo giro. Che per me è stato il più veloce: sei secondi più forte rispetto alla media. Bravo, mi sono detto mentalmente per lo sforzo sostenuto. E brava anche lei, per avermi stimolato in questa uggiosa mattinata.

Per la sua specie non so che passo tenesse. Forse andava a spasso. Forse andava di fretta. Probabilmente si spostava e basta. Magari, contrariamente a me, è stata favorita dall’umidità.

Quando si accetta una sfida non ci sono giustificazioni: si accetta di competere e basta, con lealtà.

E mentre ansimante correvo per arrivare prima di lei, ho pensato che il mio avversario andava rispettato, ma anche protetto. Per tutta la sfida ho sempre temuto che un’automobile avesse potuto schiacciare quella simpatica lumaca. E non l’avrei ovviamente tollerato.

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Gambe pigre

di Orlando (19/11/2009)

Un aspetto che non apprezzo nella corsa è allenarmi con le gambe appesantite senza un motivo evidente. Correre con i muscoli indolenziti all’indomani di una seduta impegnativa non mi causa alcun senso di disagio, ed anche se ogni contatto del piede con la terra mi trasmette sensazioni disagevoli, la mia ragione non si attiva a trovarne la giustificazione. Accetto di correre piano e basta, tanto che nelle sedute di rigenerazione non indosso il cronometro perché non mi curo appunto né della durata né del ritmo.

Il giorno successivo alla seduta di rigenerazione corro ancora tranquillo; non ho più la capacità di recupero di una volta, quando alternavo un allenamento tirato ad un solo giorno di recupero. La rigenerazione di uno sforzo adesso dura 48 ore, e preferisco non anticipare i tempi per non forzare; quando recentemente l’ho fatto, non ho raccolto evidenti vantaggi.

Non sempre però nella seconda giornata di recupero mi sento bene come spererei: le gambe sono ancora appesantite dallo sforzo e percorrere un paio di chilometri in più del giorno precedente non è un compito facile da eseguire. Ed è in questa seconda giornata che mi sento un po’ frustrato per la mancanza di segnali positivi dalle mie gambe. Se all’inizio della seduta accetto di sentire le fibre muscolari legate, non vorrei fosse invece così quando percorro l’ultimo paio di chilometri.

A rompere il circolo della pesantezza muscolare qualche volta mi aiuta l’inserimento di saliscendi, perché variare impegno muscolare ed azione meccanica significa alterare lo status quo che la corsa in pianura comporta. In qualche occasione m’impegno a percorrere gli ultimi 3-4km in progressione di ritmo, ma non sempre l’aumento graduale dell’andatura mi porta a sentire le gambe meno gonfie e pesanti. Senza alcun dubbio variare il ritmo con degli allunghi nell’ultimo chilometro della seduta sarebbe la soluzione giusta, ma spesso sono pigro, mentalmente pigro perché alla fine dell’allenamento mi faccio condizionare dalla sensazione di muscoli annodati, e non ho la determinazione di aumentare il ritmo per slegare le fibre.

Nei giorni passati, dopo la maratona di NY, mi sono trascinato spesso in allenamenti nei quali avvertivo una corsa poca reattiva, priva di elasticità e dinamismo. Per superare il disagio di allenamenti che invece di divertirmi mi lasciavano con sensazioni poco entusiasmanti, mi sono sforzato a completare le uscite di corsa lenta proprio con degli allunghi.

E sono innegabili i vantaggi che sto riscontrando, sia nel miglioramento dell’azione di corsa (mi sento meno cinquantenne che procede a sedere basso), sia per il piacere di arrivare a casa con gambe più toniche e reattive. Lo sforzo per superare l’inerzia della prima coppia di allunghi è l’ostacolo maggiore che devo superare: una volta lanciato, le gambe sembrano girare da sole.

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Week end in Carnia

di Orlando (16/11/2009)

Un passatempo (e ciò implica che non ho altra scelta che far trascorrere il tempo) è orientare l’attenzione sugli atlanti geografici. Questo passatempo lo coltivo nei viaggi in aereo, nei quali tra la lettura, i film, la musica, rimane sempre del tempo da impiegare. Viaggio sempre con un atlante tascabile, acquistato anni fa da Barnes & Noble a New York, anche quando non viaggio in aereo. Un atlante geografico soddisfa la mia curiosità quando devo localizzare un posto, un paese, un’aerea geografica. A volte lo consulto anche per delle sfide personali: conoscere le capitali delle nazioni meno popolari, memorizzare tutti gli Stati degli Usa ed altro ancora.

In tali “sfide” mi capita di evidenziare lacune nella localizzazione precisa di una zona, di un’aerea, di una nazione. Ed ho scoperto, nello scorso week end, di non riuscire ad individuare con precisione la Carnia. Quante volte l’ho sentita nominare, spesso associata ad eventi sportivi, perché di Tolmezzo è il grande Giorgio Di Centa, a Paluzza è nata Manuela Di Centa ma anche il mitico Venanzio Ortis... Per i fatti di cronaca Beppino Englaro, padre di Eluana, è originario sempre di Paluzza. Senza dimenticare che da bambino ho sentito nominare la Carnia per il terremoto del Friuli del 1976.

Lo scorso week end in Carnia ci sono andato per uno stage di allenamento, un incontro tecnico con un variegato gruppo di podisti, perché i partecipanti non solo erano di valore tecnico differente - come ovviamente si verifica sempre - ma facevano anche parte di differenti gruppi sportivi. In tali circostanze capita che il gruppo non si amalgami, soprattutto quando lo stage dura poco.

A favorire la coesione, ed il mio coinvolgimento, è stato il contesto ambientale dove si è tenuto il punto base. Abbiamo alloggiato in un villaggio scout a Cesclans, frazione di poche centinaia di abitanti ad una decina di chilometri da Tolmezzo. Si è dormito negli alloggi prefabbricati approntati trent’anni fa in occasione del terremoto del Friuli, ed anche se la sistemazione era piuttosto semplice.

Condividere sensazioni così dirette ha contribuito a farci sentire molto vicini. E poi il freddo del week end, sebbene fossimo a soli 350 metri sul livello del mare, ma avvolti dalle cime innevate, ha contribuito a farci stare molto uniti. E’ stato coinvolgente consumare la colazione nei tavoli del refettorio, come amici di vecchia data, e tra quelle pareti di legno di bosco discutere degli argomenti tecnici.

Sul mio atlante personale ho marcato, grazie alle particolari emozioni vissute, una terra di gente semplice, spontanea, cordiale e senza dubbio innamorata ed orgogliosa di un territorio forte. La Carnia, appunto.

Le foto al link http://www.orlandopizzolato.com/it/723.html

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