Prove di squilibrio
La calma che precede un evento particolarmente importante è senza dubbio un aspetto tranquillizzante: significa che non ci sono elementi di preoccupazione e ciò ben predispone all’impegno che si deve affrontare. La stabilità fisica e mentale è frutto quindi di un buon livello di autostima, anche se l’eccesso di certezze può, all’opposto, rappresentare un tranello per un’esuberante sicurezza.
E’ chiaro però che il podista (come lo studente che, in procinto di affrontare un esame, verifica nel suo ripasso che non ci siano lacune) non ha timore di affrontare l’impegno, se è sicuro di ben controllare e gestire agevolmente molti aspetti in caso di imprevisti. Ciò è frutto di esercizio e addestramento, ed ovviamente di successi ed insuccessi. Questi ultimi sono importanti tanto quanto i primi, perché le difficoltà e le crisi determinano riflessioni, considerazioni, cambi di atteggiamento che altro non sono che investimenti di energie nervose.
Così come lo studente che a pochi giorni dall’esame si accinge al ripasso della lezione, io mi sono sottoposto ad un allenamento di sintesi, orientato al controllo dell’equilibrio, che necessariamente prevedeva che questo stato di stabilità fosse alterato, per essere ovviamente ritrovato.
Il mio paese è piuttosto esteso in lunghezza, tanto da formare una sorta di cintura ai piedi del monte Summano, e si trova su due livelli: una parte bassa nella quale si sviluppa prevalentemente la parte nuova, ed una più alta che rappresenta il centro storico. Tra gli allenamenti che svolgo ce n’è uno in cui alterno vari passaggi tra la parte alta e quella bassa, inglobando inevitabilmente salite e discese. Non si tratta di un allenamento collinare perché il dislivello delle salite più impegnative è al massimo di una cinquantina di metri, ma in un circuito di 5 chilometri di saliscendi ne inserisco parecchi, combinando tratti impegnativi e ondulazioni più morbide.
Si tratta quindi di un collinare in miniatura, che mi consente di sollecitare adeguatamente i muscoli delle gambe ed evitare lunghe discese, che tendono sempre ad imballare le gambe. I giorni seguenti a tali sedute, corse ad impegno agevole, avverto sempre un indolenzimento muscolare positivo, quel piacevole mal di gambe che trasmette sensazioni favorevoli. Se il giorno successivo la seduta di collinare in miniatura riposo, all’indomani avverto sensazioni di efficace tonicità muscolare, evidenziate da energiche spinte dei piedi a terra e dall’impressione che la falcata sia ampia e fluida.
Sia per queste particolari sensazioni, sia perché il tracciato della maratona di NY presenta ondulazioni significative, l’altro giorno ho deciso di fare il mio ripasso della lezione su tale circuito paesano. Come sempre in queste ultime settimane, ho attivato il cronometro ma con la consapevolezza di evitare ogni controllo durante la seduta. Insomma, solo una rilevazione statistica.
L’obiettivo tecnico era di “ripassare la lezione, ma ricercando argomenti che presumo siano fonte critica dell’interrogazione”. Un ripasso è poco proficuo se ripeto le nozioni che già conosco. Da maratoneta, ciò che già conosco è il ritmo della gara e, per mettermi alla prova, sull’andatura della maratona ho infarcito il tracciato di ondulazioni significativamente difficili per riprodurre l’intensità della prova che andrò ad affrontare domenica. Quando mi alleno cerco di essere poco clemente perché l’obiettivo di determinate sedute è mettere l’organismo, e la testa, in situazioni di disagio, ed in questo ultimo ripasso non sono stato da meno.
In un terzo della distanza di gara ho inserito più del doppio del dislivello verticale che dovrò affrontare domenica. Nell’affrontare le salite cercavo di uscire un po’ dal livello standard d’impegno, senza tuttavia perdere eccessivamente né il controllo organico né meccanico, ed approfittare del conseguente tratto in discesa per ritornare rapidamente nell’”omeostasi” fisica.
Affermare che in tale seduta mi sono divertito evidenzia solo uno degli aspetti che hanno caratterizzato questa prova. Mi sono sempre sentito padrone della situazione, in controllo dello sforzo e della gestione dell’impegno. Il tempo è trascorso in maniera alterata rispetto ad altri analoghi tipi di seduta, sorprendentemente veloce, tanto che la percezione dello sforzo è stata molto contenuta. Ed ho terminato la seduta con la sensazione di avere ancora … fame di corsa.
Stato di calma
La discesa è un parte dei percorsi che apprezzo poco perché sento di perdere specifici riferimenti fisici. La salita invece mi stimola di più: il maggiore impegno tiene il corpo sotto pressione e di conseguenza la concentrazione su se stessi aumenta, tanto che gli aspetti circostanti passano e scorrono spesso in secondo piano, per non dire che neppure vengono percepiti dalla mia coscienza.
Lo stesso posso affermare dei cicli di preparazione: quando sono pressato dagli allenamenti impegnativi gran parte della mia attenzione è rivolta ai segnali fisici, tanto che mal sopporto i giorni di riposo (!) cosi come i cicli di scarico, e mi fa interpretare inutili gli allenamenti di rigenerazione. Tali sensazioni le ho sempre avvertite nel corso della mia carriera, e così è anche per la preparazione del mio ritorno alla maratona.
In queste situazioni di ridotta sollecitazione fisica, tipiche appunto della fase di scarico, mi sento come se corressi in “discesa”. Per tanti podisti è un bel periodo perché si corre di meno e si affrontano meno disagi. Anche per me è un momento positivo: percorrendo meno chilometri non rimango tuttavia a letto a dormire di più (ormai, l’orologio biologico si attiva verso le 5.20), ma divento più produttivo ed attento in altri aspetti delle mie attività.
Per esempio, all’approssimarsi della competizione, quando iniziava il periodo di scarico, il mio rendimento di studente aveva un picco. Percepivo che le cose che leggevo mi restavano più impresse, la concentrazione era maggiore e migliore, la resa pratica era superiore. Insomma, una metamorfosi: da buon corridore mi trasformavo in ottimo studente, tanto che perdevo interesse per la corsa ed aumentava l’attenzione alle materie di studio. Il trascorrere del tempo nel corso delle giornate subiva un cambio netto. I lunghissimi li facevo sui libri, mentre l’attività podistica si limitava ad un “corto veloce”. Così facendo nutrivo un certo timore relativo al mio rendimento podistico vista l’imminenza della gara. “Avrò perso la condizione di forma?” mi chiedevo ogni volta che andavo ad allenarmi.
La tanto curata attività podistica passava in secondo piano, ed era relegata ai momenti estremi della giornata: il mattino presto e la sera, dopo la scuola (avevo l’obbligo della frequenza e del tirocinio, che m’impegnavano otto ore al giorno). E mentre ero a correre nella testa passavano ancora i concetti appena letti sui libri. La conferma che le gambe giravano però sempre bene nonostante il mio pensiero si fosse infatuato di un’altra attività, ce l’avevo quando controllavo il cronometro, e notavo che era in sintonia con l’impegno del mio cuore e del fiato. E se poi spingevo … tutti eravamo all’unisono: gambe, fiato, cuore e testa. Soddisfatto di non aver perso la parte fisica, proseguivo con l’attività … mentale. Consapevole che il viaggio dei miei pensieri tra le righe dei libri era da interpretare anche come una fuga dalle tensioni pre agonistiche, mi beavo di avere anche il cervello in grado di rendere come le gambe, e mi tranquillizzavo sul fatto di non attendere la competizione come un evento impellente. Alla gara ovviamente ci tenevo, eccome, non fosse per aver percorso migliaia e migliaia di chilometri, ma ero contento di non viverla come fosse il mio punto fisso.
La vigilia della gara, o nei giorni in cui iniziava la trasferta, gradatamente si sedimentava l’attenzione ai libri, per farsi strada il desiderio della competizione, di tirare fuori la concentrazione da riservare all’agonismo. La lettura di qualche cosa mi ha sempre fatto da compagnia all’approssimarsi della tensione agonistica, e mi aiutava a stemperarla. Ero invece preoccupato quando mi sentivo eccessivamente tranquillo, quando non si generava la scossa che attiva la mente ed il corpo nell’imminenza dell’impegno agonistico. Sensazioni di altri tempi, certamente, non fosse che da una settimana, complice un allentamento del carico di lavoro (fine stagione per fortuna), ho ripreso a scrivere a tutto spiano. Ho ritrovato la perfetta sintonia con la storia che avevo interrotto a fine maggio, ed ora il mio pensiero viaggia in compagnia della fantasia.
Ci sono allenamenti che non avverto fisicamente perché il mio pensiero vive assieme ai protagonisti della storia, e di essi si nutre, tanto che il tempo che dedico a scrivere è sempre poco per il mio desiderio.
Adesso come allora, l’intruso delle mie giornate è … la corsa!
Testa o croce?
Si ricorre al lancio della monetina quando non si sa cosa fare o non si vuol decidere, e si affida alla sorte una decisione da prendere. Non è il mio caso: non sono fatalista e cerco di non esserlo, ma per decidere se partecipare ieri ad una gara di mezza maratona o rinunciarvi ho atteso un segnale, che è arrivato sabato pomeriggio tra i banconi del supermercato. Nella scelta di una mozzarella ho capito che era meglio rinunciare alla gara.
Prima di correre la maratona volevo fare una verifica agonistica e poiché ieri non avevo impegni, a quindici giorni dalla maratona una prova sui 21km era ideale. Negli ultimi 15 giorni avevo cercato di organizzare gli allenamenti per essere nella situazione favorevole per affrontare questa gara. Mi ero anche convinto che l’avrei corsa bene dopo che avevo sostenuto ad inizio settimana un buon allenamento a ritmo di maratona. L’indecisione di prendere parte a questa gara nasceva dalla poca voglia di muovermi da casa e dalla ridotta spinta agonistica. E’ davvero strano che a pochi giorni dalla maratona non avverta la voglia di gareggiare.
E così quando non ho visto bene il prezzo della mozzarella, ho deciso che era meglio restare a casa ad allenarmi invece di mettermi il numero sul petto. Nella seduta del mattino di sabato non avevo avuto favorevoli sensazioni, ma in questi giorni la temperatura è diventata molto fredda all’improvviso e, abituato a correre con 10° in più, ho pensato che i muscoli non lavoravano bene a causa dello sbalzo di temperatura, sebbene correre sudando poco è per me un segnale di clima ottimale. Inoltre, da sabato avevo messo le scarpe nuove e le sentivo piuttosto morbide, tanto che ho pensato di avere le gambe un po’ imballate anche per questo motivo.
Poi, durante tutta la mattinata ho sbadigliato frequentemente e ciò capita quando allento le tensioni, e spesso ciò si manifesta quando il lavoro si allenta. In tali circostanze mi sento più stanco del solito ed avverto il desiderio di dormire. Mi sento come un animale in letargo: passo dalla poltrona al letto dormicchiando tra la lettura di una pagina e l’altra di un romanzo. Sembra che la stanchezza generale, in tali circostanze, sia elevata e le sensazioni di affaticamento si evidenziano con un abbassamento della vista. Da tre giorni, quando si fa sera e si riduce la luce vedo davvero poco, e devo ricorrere agli occhiali anche durante il giorno. Consapevole di questo aspetto con il quale misuro in maniera indiretta il mio stato di affaticamento, per testarmi ogni mattina controllo i numeri del termometro che sta a tre metri dal tavolo dove mangio. Da un po’ di tempo li leggo con qualche difficoltà di giorno, in piena luce. Mi è invece impossibile distinguerli la sera. E’ una sensazione un po’ fastidiosa, ma è anche il segnale di stanchezza. Per evitare di affrontare una competizione non al meglio del mio potenziale ho desistito quando al supermercato non sono riuscito a leggere bene i prezzi sugli scaffali.
Archiviata la decisione di correre una gara, per la scelta dell’allenamento da svolgere ieri mi sono lasciato portare dallo stato d’animo del momento, e siccome era dalla primavera che non andavo sulle colline di Carré, ho optato per un allenamento a sensazione. Partito da casa mezz’ora più tardi del mio solito orario, ho puntato verso le colline determinato a sollecitare i muscoli con salite e discese di vario tipo. Correre immerso in questa zona verde, ricca di strade asfaltate e sterrate, è sempre stata l’occasione per accendere la voglia di allenarmi e così è stato anche ieri, grazie all’effetto della positiva situazione muscolare che si verifica nel correre alternando salite e discese. Appena ho affrontato la salita di oltre un chilometro con pendenza prossima al 10% e che mi porta in “quota”, dopo una mezz’ora di corsa tranquilla, ho continuato a vagare tra le dolci pendenze, modificando anche il mio giro classico per ricercare ondulazioni specifiche.
Un aspetto tecnico che ricerco spesso, sia per soddisfazione sia per necessità, è far seguire un tratto in dolce salita dopo averne affrontato uno analogo in discesa. L’obiettivo è mantenere l’azione decontratta, ma in spinta, che si ha in discesa anche quando la pendenza della strada sale. Ho fatto alcuni di questi passaggi in una zona ideale, stimolato anche dal transito di qualche ciclista da me preso a riferimento come ipotetico avversario.
Il ventesimo chilometro della seduta è coinciso con il ritorno in pianura e da lì è iniziata la parte più agonistica della seduta, quella che mi ha portato a respirare l’atmosfera della maratona. Per tutti i chilometri precedenti, il girovagare per le alture della zona l’avevo interpretato con il piacere della corsa. Gli ultimi 12 chilometri li ho invece percorsi da maratoneta. L’incremento del ritmo ha inevitabilmente determinato un aumento dell’impegno fisico sul quale ho cercato di assestarmi sotto ogni aspetto: baricentro basso, ginocchia con azione rotonda, spinta dei piedi contenuta, braccia e spalle rilassate. Ma è stato soprattutto la concentrazione sulla respirazione che mi ha tenuto vicino all’impegno della maratona. Il cronometro al polso era fonte di tentazione per verificare l’andatura, ma ho preferito non cedere a questo desiderio. Dopotutto era a casa che dovevo arrivare e lì sarebbe terminata la seduta. Ho percorso anche un paio di chilometri in più rispetto a miei propositi iniziali. Ed è stata l’ultima occasione per correre a lungo prima dell’impegno con la maratona. D’ora in avanti si procede con la riduzione del carico, e chissà che a guadagnarci sia soprattutto la vista.





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