Gambe pigre
Un aspetto che non apprezzo nella corsa è allenarmi con le gambe appesantite senza un motivo evidente. Correre con i muscoli indolenziti all’indomani di una seduta impegnativa non mi causa alcun senso di disagio, ed anche se ogni contatto del piede con la terra mi trasmette sensazioni disagevoli, la mia ragione non si attiva a trovarne la giustificazione. Accetto di correre piano e basta, tanto che nelle sedute di rigenerazione non indosso il cronometro perché non mi curo appunto né della durata né del ritmo.
Il giorno successivo alla seduta di rigenerazione corro ancora tranquillo; non ho più la capacità di recupero di una volta, quando alternavo un allenamento tirato ad un solo giorno di recupero. La rigenerazione di uno sforzo adesso dura 48 ore, e preferisco non anticipare i tempi per non forzare; quando recentemente l’ho fatto, non ho raccolto evidenti vantaggi.
Non sempre però nella seconda giornata di recupero mi sento bene come spererei: le gambe sono ancora appesantite dallo sforzo e percorrere un paio di chilometri in più del giorno precedente non è un compito facile da eseguire. Ed è in questa seconda giornata che mi sento un po’ frustrato per la mancanza di segnali positivi dalle mie gambe. Se all’inizio della seduta accetto di sentire le fibre muscolari legate, non vorrei fosse invece così quando percorro l’ultimo paio di chilometri.
A rompere il circolo della pesantezza muscolare qualche volta mi aiuta l’inserimento di saliscendi, perché variare impegno muscolare ed azione meccanica significa alterare lo status quo che la corsa in pianura comporta. In qualche occasione m’impegno a percorrere gli ultimi 3-4km in progressione di ritmo, ma non sempre l’aumento graduale dell’andatura mi porta a sentire le gambe meno gonfie e pesanti. Senza alcun dubbio variare il ritmo con degli allunghi nell’ultimo chilometro della seduta sarebbe la soluzione giusta, ma spesso sono pigro, mentalmente pigro perché alla fine dell’allenamento mi faccio condizionare dalla sensazione di muscoli annodati, e non ho la determinazione di aumentare il ritmo per slegare le fibre.
Nei giorni passati, dopo la maratona di NY, mi sono trascinato spesso in allenamenti nei quali avvertivo una corsa poca reattiva, priva di elasticità e dinamismo. Per superare il disagio di allenamenti che invece di divertirmi mi lasciavano con sensazioni poco entusiasmanti, mi sono sforzato a completare le uscite di corsa lenta proprio con degli allunghi.
E sono innegabili i vantaggi che sto riscontrando, sia nel miglioramento dell’azione di corsa (mi sento meno cinquantenne che procede a sedere basso), sia per il piacere di arrivare a casa con gambe più toniche e reattive. Lo sforzo per superare l’inerzia della prima coppia di allunghi è l’ostacolo maggiore che devo superare: una volta lanciato, le gambe sembrano girare da sole.
Prove di squilibrio
La calma che precede un evento particolarmente importante è senza dubbio un aspetto tranquillizzante: significa che non ci sono elementi di preoccupazione e ciò ben predispone all’impegno che si deve affrontare. La stabilità fisica e mentale è frutto quindi di un buon livello di autostima, anche se l’eccesso di certezze può, all’opposto, rappresentare un tranello per un’esuberante sicurezza.
E’ chiaro però che il podista (come lo studente che, in procinto di affrontare un esame, verifica nel suo ripasso che non ci siano lacune) non ha timore di affrontare l’impegno, se è sicuro di ben controllare e gestire agevolmente molti aspetti in caso di imprevisti. Ciò è frutto di esercizio e addestramento, ed ovviamente di successi ed insuccessi. Questi ultimi sono importanti tanto quanto i primi, perché le difficoltà e le crisi determinano riflessioni, considerazioni, cambi di atteggiamento che altro non sono che investimenti di energie nervose.
Così come lo studente che a pochi giorni dall’esame si accinge al ripasso della lezione, io mi sono sottoposto ad un allenamento di sintesi, orientato al controllo dell’equilibrio, che necessariamente prevedeva che questo stato di stabilità fosse alterato, per essere ovviamente ritrovato.
Il mio paese è piuttosto esteso in lunghezza, tanto da formare una sorta di cintura ai piedi del monte Summano, e si trova su due livelli: una parte bassa nella quale si sviluppa prevalentemente la parte nuova, ed una più alta che rappresenta il centro storico. Tra gli allenamenti che svolgo ce n’è uno in cui alterno vari passaggi tra la parte alta e quella bassa, inglobando inevitabilmente salite e discese. Non si tratta di un allenamento collinare perché il dislivello delle salite più impegnative è al massimo di una cinquantina di metri, ma in un circuito di 5 chilometri di saliscendi ne inserisco parecchi, combinando tratti impegnativi e ondulazioni più morbide.
Si tratta quindi di un collinare in miniatura, che mi consente di sollecitare adeguatamente i muscoli delle gambe ed evitare lunghe discese, che tendono sempre ad imballare le gambe. I giorni seguenti a tali sedute, corse ad impegno agevole, avverto sempre un indolenzimento muscolare positivo, quel piacevole mal di gambe che trasmette sensazioni favorevoli. Se il giorno successivo la seduta di collinare in miniatura riposo, all’indomani avverto sensazioni di efficace tonicità muscolare, evidenziate da energiche spinte dei piedi a terra e dall’impressione che la falcata sia ampia e fluida.
Sia per queste particolari sensazioni, sia perché il tracciato della maratona di NY presenta ondulazioni significative, l’altro giorno ho deciso di fare il mio ripasso della lezione su tale circuito paesano. Come sempre in queste ultime settimane, ho attivato il cronometro ma con la consapevolezza di evitare ogni controllo durante la seduta. Insomma, solo una rilevazione statistica.
L’obiettivo tecnico era di “ripassare la lezione, ma ricercando argomenti che presumo siano fonte critica dell’interrogazione”. Un ripasso è poco proficuo se ripeto le nozioni che già conosco. Da maratoneta, ciò che già conosco è il ritmo della gara e, per mettermi alla prova, sull’andatura della maratona ho infarcito il tracciato di ondulazioni significativamente difficili per riprodurre l’intensità della prova che andrò ad affrontare domenica. Quando mi alleno cerco di essere poco clemente perché l’obiettivo di determinate sedute è mettere l’organismo, e la testa, in situazioni di disagio, ed in questo ultimo ripasso non sono stato da meno.
In un terzo della distanza di gara ho inserito più del doppio del dislivello verticale che dovrò affrontare domenica. Nell’affrontare le salite cercavo di uscire un po’ dal livello standard d’impegno, senza tuttavia perdere eccessivamente né il controllo organico né meccanico, ed approfittare del conseguente tratto in discesa per ritornare rapidamente nell’”omeostasi” fisica.
Affermare che in tale seduta mi sono divertito evidenzia solo uno degli aspetti che hanno caratterizzato questa prova. Mi sono sempre sentito padrone della situazione, in controllo dello sforzo e della gestione dell’impegno. Il tempo è trascorso in maniera alterata rispetto ad altri analoghi tipi di seduta, sorprendentemente veloce, tanto che la percezione dello sforzo è stata molto contenuta. Ed ho terminato la seduta con la sensazione di avere ancora … fame di corsa.
Stato di calma
La discesa è un parte dei percorsi che apprezzo poco perché sento di perdere specifici riferimenti fisici. La salita invece mi stimola di più: il maggiore impegno tiene il corpo sotto pressione e di conseguenza la concentrazione su se stessi aumenta, tanto che gli aspetti circostanti passano e scorrono spesso in secondo piano, per non dire che neppure vengono percepiti dalla mia coscienza.
Lo stesso posso affermare dei cicli di preparazione: quando sono pressato dagli allenamenti impegnativi gran parte della mia attenzione è rivolta ai segnali fisici, tanto che mal sopporto i giorni di riposo (!) cosi come i cicli di scarico, e mi fa interpretare inutili gli allenamenti di rigenerazione. Tali sensazioni le ho sempre avvertite nel corso della mia carriera, e così è anche per la preparazione del mio ritorno alla maratona.
In queste situazioni di ridotta sollecitazione fisica, tipiche appunto della fase di scarico, mi sento come se corressi in “discesa”. Per tanti podisti è un bel periodo perché si corre di meno e si affrontano meno disagi. Anche per me è un momento positivo: percorrendo meno chilometri non rimango tuttavia a letto a dormire di più (ormai, l’orologio biologico si attiva verso le 5.20), ma divento più produttivo ed attento in altri aspetti delle mie attività.
Per esempio, all’approssimarsi della competizione, quando iniziava il periodo di scarico, il mio rendimento di studente aveva un picco. Percepivo che le cose che leggevo mi restavano più impresse, la concentrazione era maggiore e migliore, la resa pratica era superiore. Insomma, una metamorfosi: da buon corridore mi trasformavo in ottimo studente, tanto che perdevo interesse per la corsa ed aumentava l’attenzione alle materie di studio. Il trascorrere del tempo nel corso delle giornate subiva un cambio netto. I lunghissimi li facevo sui libri, mentre l’attività podistica si limitava ad un “corto veloce”. Così facendo nutrivo un certo timore relativo al mio rendimento podistico vista l’imminenza della gara. “Avrò perso la condizione di forma?” mi chiedevo ogni volta che andavo ad allenarmi.
La tanto curata attività podistica passava in secondo piano, ed era relegata ai momenti estremi della giornata: il mattino presto e la sera, dopo la scuola (avevo l’obbligo della frequenza e del tirocinio, che m’impegnavano otto ore al giorno). E mentre ero a correre nella testa passavano ancora i concetti appena letti sui libri. La conferma che le gambe giravano però sempre bene nonostante il mio pensiero si fosse infatuato di un’altra attività, ce l’avevo quando controllavo il cronometro, e notavo che era in sintonia con l’impegno del mio cuore e del fiato. E se poi spingevo … tutti eravamo all’unisono: gambe, fiato, cuore e testa. Soddisfatto di non aver perso la parte fisica, proseguivo con l’attività … mentale. Consapevole che il viaggio dei miei pensieri tra le righe dei libri era da interpretare anche come una fuga dalle tensioni pre agonistiche, mi beavo di avere anche il cervello in grado di rendere come le gambe, e mi tranquillizzavo sul fatto di non attendere la competizione come un evento impellente. Alla gara ovviamente ci tenevo, eccome, non fosse per aver percorso migliaia e migliaia di chilometri, ma ero contento di non viverla come fosse il mio punto fisso.
La vigilia della gara, o nei giorni in cui iniziava la trasferta, gradatamente si sedimentava l’attenzione ai libri, per farsi strada il desiderio della competizione, di tirare fuori la concentrazione da riservare all’agonismo. La lettura di qualche cosa mi ha sempre fatto da compagnia all’approssimarsi della tensione agonistica, e mi aiutava a stemperarla. Ero invece preoccupato quando mi sentivo eccessivamente tranquillo, quando non si generava la scossa che attiva la mente ed il corpo nell’imminenza dell’impegno agonistico. Sensazioni di altri tempi, certamente, non fosse che da una settimana, complice un allentamento del carico di lavoro (fine stagione per fortuna), ho ripreso a scrivere a tutto spiano. Ho ritrovato la perfetta sintonia con la storia che avevo interrotto a fine maggio, ed ora il mio pensiero viaggia in compagnia della fantasia.
Ci sono allenamenti che non avverto fisicamente perché il mio pensiero vive assieme ai protagonisti della storia, e di essi si nutre, tanto che il tempo che dedico a scrivere è sempre poco per il mio desiderio.
Adesso come allora, l’intruso delle mie giornate è … la corsa!





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