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You can't go back

di Orlando (04/11/2009)

Arrivare … molto prima degli altri non è sempre uno svantaggio!

Dopo aver ritirato anzitempo la mia sacca oltre il traguardo, ho potuto assistere all’arrivo del vincitore e alle sue battute dell’immediato dopo corsa. Keflezighi era euforico e parlava senza pause. La frase che maggiormente mi ha colpito non è stata però la sua, bensì quella del suo allenatore: “Goditi questo momento perché non puoi tornare indietro (…you can't go back)”.

Eh già!

Ciò che è passato non torna, e quello che si è vissuto può solo arricchire il proprio patrimonio di esperienze; le emozioni che si avvertono, sia positive sia negative, sono reazioni chimiche che creano collegamenti neuronali che fissano suggestioni indelebili. Ogni esperienza resta intrappolata nella rete neuronale, pronta per essere elaborata ed utilizzata.

Mentre sono lì ad ascoltare l’entusiasmo di Keflezighi, ripenso alla mia corsa. Quello che non è andato come da programma lo so, e non me ne faccio neppure un problema (you can't go back).

Se affermassi che me lo aspettavo sarebbe un modo semplicistico per non cogliere il disagio fisico provato in corsa, se non che avverto una sensazione contrastante: per un verso estrema facilità, per l’altro forte disagio. Non è possibile che due situazioni antitetiche convivano nello stesso momento, ma così è stato per i chilometri che ho percorso.

Sulla gobba del Ponte di Verrazzano passo al primo miglio con il tempo che mi ero prefissato: 6’30”, ma questo parziale sarebbe stato relativo ad un tratto pianeggiante e non di salita. Da una parte vivo con meraviglia il maggior rendimento, dall’altra mi sorprende avvertire una punta di fastidio ai glutei, come se il giorno prima avessi lavorato portando dei pesi. Nella conseguente discesa mi rilasso e “guadagno” 23 secondi rispetto alla tabella di passaggio; non poteva essere diversamente visto che quei 1609 metri si percorrono tutti in discesa. Lascio passare passivamente tanti corridori che tengono un’andatura più veloce della mia. Non posso farmi tentare dal loro passo, sebbene le folate di vento contrario si facciano sentire e vorrei stare coperto restando dietro a loro.

A Brooklyn il percorso è regolare così come i passaggi del mio cronometro, sempre un filo sotto 6’30” a miglio. Non avverto disagi organici e sarei portato a forzare, specialmente quando ogni tanto 2-3 podisti mi superano ad un’andatura appena più svelta della mia, ma temo la distanza e la situazione muscolare. Non corro bene, sciolto e decontratto come dovrebbe essere nelle prime fasi di una corsa molto lunga.

Le folate di vento contrario le avverto ma non m’infastidiscono. Sudo pochissimo ed il correre in canottiera, scelta che temevo un po’ a causa dei colpi d’aria, è invece stata corretta. Mi sforzo di bere appena un sorso d’acqua ogni 2 miglia, ma al 10° chilometro rinuncio perché non avverto la necessità di dissetarmi. Poco dopo il passaggio ai 10 chilometri, per un momento perdo la fluidità di corsa; non mi preoccupo oltre modo perché già altre volte ho vissuto momenti di disagio, anche quando non stavo spingendo. Dopo un paio di minuti la situazione si stabilizza nuovamente. Ritrovo un buon controllo dello sforzo e procedo bene fino all’altezza del Municipio di Brooklyn (13° chilometro) dove, per effetto della salita, l’appesantimento nella parte posteriore delle cosce si accentua. Il cronometro mi conferma il rallentamento, che è  minimo (4’08”), e nella successiva discesa (senza forzare perché portato dalla pendenza favorevole) transito in meno di 3’50”. Ogni tanto mi ripeto di rallentare, di stare vicino a 4’00” al chilometro, in maniera da lasciare respirare i muscoli della parte posteriore delle gambe che percepisco sempre legati, quasi si fossero accorciati. Fatico a resistere alla tentazione di non seguire dei gruppetti che ogni tanto mi passano, ma temo di appesantirmi maggiormente. E’ lì lì latente l’indurimento dei muscoli della parte posteriore delle gambe. Penso che se cambiassi assetto di corsa forse sentirei meno il disagio perché in discesa, quando la schiena è meno in tensione, le sensazioni sono un po’ migliori.

Mi godo l’euforia della gente, lo slancio del pubblico che non ricordavo così caloroso. Osservo con qualche interesse i complessi che suonano e mi gusto le loro note d’incitamento indiretto.

Ma attendo anche con un filo di preoccupazione le ondulazioni del tracciato a Williamsburg, la zona popolata dagli ebrei. Passo piuttosto bene questa parte, se non che al 18° chilometro avverto un aumento dell’appesantimento muscolare, sempre nella parte posteriore delle cosce. Riduco leggermente l’impegno, per evitare di appesantirmi e mi assesto al ritmo di 4’ al chilometro. Avverto che la situazione muscolare migliora, sebbene non sia ottimale. A questo punto temo che non si tratti di crisi passeggere, ma di difficoltà muscolari che diventano sempre più frequenti ed evidenti.

Attendo il passaggio al 20°, che è sotto le previsioni di oltre un minuto, e questo m’incoraggia perchè penso di concedermi, per la seconda parte di corsa notoriamente più impegnativa, un rallentamento di un paio di minuti. Mi preoccupa solo la tensione degli ischio crurali, che si propaga fino alla piega del ginocchio, una situazione che poi peggiora rapidamente quando affronto la salita che porta alla metà gara.

Al passaggio della mezza maratona un occhio è per il cronometro, un “orecchio” per le gambe. Ragiono ancora con più attenzione riguardo al primo aspetto, ma non posso trascurare il secondo visto che la falcata è diventata più corta. Da una parte sono confortato dal cronometro che mi segna un passaggio sempre un filo sotto i 4’, ma la tensione dei muscoli si propaga ai tibiali. L’esperienza mi porta ad un po’ di pessimismo, che tendo a sdrammatizzare perché di lì a poco devo affrontare la rampa di 800 metri del Queensborough Bridge.

Nell’illustrare le caratteristiche tecniche del percorso della maratona di NY, ho sempre riferito che questo punto rappresenta il “termometro” delle forze del corridore: arrivare stanchi, affaticati, appesantiti ed affrontare con disagio questo tratto, significa aver compromesso l’esito della gara. E’ troppo presto accusare la crisi a questo punto della corsa, anche perchè l’approssimarsi dei saliscendi della First Avenue renderà lo sforzo terribile. E la rampa del ponte, oltre il quale lo skyline dei grattacieli di Manhattan dovrebbe moltiplicare le forze, mi sembra interminabile. In questo punto, non solo le gambe sono diventate pesanti come il piombo, ma non trovo alcun sollievo a rallentare il passo, ormai dimezzato nella lunghezza. Realizzo che i 17 chilometri che mi mancano per arrivare al Central Park sono una distanza lungo la quale le crisi possono essere più frequenti e di ben altra portata. A malincuore rinuncio a proseguire, lasciando correre il mio pensiero con il gruppetto con il quale ho condiviso oltre metà della gara.

You can't go back” mi ripeto mentalmente quando sono seduto oltre il traguardo ed assisto al transito di migliaia di podisti. Sono un po’ triste, non lo posso negare, ma neppure drammatizzo. Non era giornata. Non era la giornata per correre come avevo desiderato.

I can't go back” mi dico. Ho accettato di recitare ogni ruolo che mi è stato chiesto, sia prima di iniziare la trasferta sia quando sono arrivato in città. Alcune circostanze erano un po’ forzate; mi sono anche costate sul piano mentale e parecchie energie se ne sono andate.

Si dice che essere egoisti sia un difetto, ma in certe occasioni esserlo consentirebbe un po’ di sopravvivenza.

Alla prossima.

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Pubblico e privato

di Orlando (29/10/2009)


Mi ha fatto uno strano effetto arrivare a NY, perché il mio punto di vista dell’attuale situazione ha subito una netta modifica: se fino a prima di salire sull’aereo a Venezia mi sentivo al 70% maratoneta e al 30% consulente sportivo, qui le parti si sono invertite. L’agenda degli appuntamenti di questi giorni è fitta e non considera, stranamente, la maratona. Penso perché è un evento “scontato”, mentre le presenze pubbliche che devo fare sono tutte programmate.
Alla riunione di pianificazione delle attività dei prossimi giorni ho avuto la conferma che la mia maratona non ha “quella” rilevanza percepita nei mesi scorsi. Sono più importanti, infatti, le cose che farò fino a sabato e la cena di domenica al Palazzo dell’Onu, ed io stesso avverto questa situazione. Neppure quando vado a correre al Central Park, accompagnando il gruppo di maratoneti di Terramia, respiro le profonde sensazioni che fino all’altro giorno, in Italia, sentivo concentrare le mie energie.

Insomma, l’atmosfera intima della mia maratona si è attenuata, e di molto. Può essere un bene, oppure un aspetto negativo. Nel primo caso non avverto le emozioni, e quindi le tensioni del pre gara, e temo che arrivi il giorno della maratona praticamente senza che me ne accorga. Sotto un altro aspetto rischio che la corsa che farò domenica non sia più un evento personale ma di portata essenzialmente pubblica. Rispetto ad una volta le circostanze sono cambiate: quando venivo a correre la maratona da professionista molte vicende personali erano sconosciute ed il pubblico si attendeva essenzialmente la prestazione agonistica. Pubblicamente comparivo solo in poche occasioni e nei giorni precedenti la competizione me ne stavo tranquillo a ricercare la concentrazione per la gara.

Adesso invece la mia giornata mi espone a tutto l’ambiente del podismo, ed ogni maratoneta che incontro mi chiede se sono pronto e soprattutto che tempo farò. L’attenzione comune quindi è rivolta alla mia prestazione cronometrica, con previsioni che mi vedrebbero arrivare addirittura in meno di 2h30’. Sono molto lontano da questo valore atletico, e sono anche distaccato dal contesto agonistico, tanto che le sensazioni che avverto sono di essere in un mondo podistico che… non è il mio. Questo forte distacco nasce dal fatto che ho costruito la maratona in un ambito di completo isolamento, perché gli allenamenti li ho sempre corsi in solitudine, mentre qui a NY ogni cosa che faccio comporta un contatto, un apparire, un rendere conto. E queste sensazioni saranno ancora più forti domenica mattina.

A volte mi capita di chiedermi “perché devo correre con così tanta gente?”. Non essendo abituato alla “compagnia” non mi trasmette alcuna sensazione dovermi allineare con migliaia di corridori ed attendere il colpo di cannone. In ogni allenamento che ho svolto c’era un contesto molto diverso, intimo e privato, che ora subisce un forte attacco. Sono certo che se domenica mattina corressi la maratona per mio conto, mi sentirei meglio, come inserito nel mio ambiente, nel mio modo di correre, di pensare, di vivere le sensazioni che nascono quando si è sotto sforzo. Insomma, sarei ancora avvolto nel bozzolo del mio io. Ed invece il mio io sarà travolto, violentato, snaturato e mi chiedo adesso se questo è ciò che voglio.

Tornare a correre la maratona non doveva essere un evento agonistico, competitivo, cronometrico; questo l’ho fatto in precedenza per tanti anni. Tornare a preparare una maratona dopo tanto tempo è stato un ritrovare sensazioni specifiche che nascono quando si affronta una sfida, ma il duello è stato personale, rivolto a ricercare difficoltà e punti deboli che mi stimolavano a reagire. L’evoluzione sportiva dei mesi scorsi è sempre stata positiva, tanto che ho la forte sensazione che il mio traguardo, quello intimo, personale, io l’abbia già raggiunto qualche settimana fa. C’è stato un momento, credo il giorno in cui al mattino alle 5 ho percorso la distanza della maratona, che mi sono sentito appagato. Da allora, l’attesa del 1° novembre si è fatta sempre più lunga, un po’ stancante, tanto che mi ha tolto interesse dell’evento. Avverto forte la sensazione che domenica non correrò per me, ma per la curiosità e l’interesse di altri.

Domenica, comunque andrà la mia corsa, personalmente ne uscirò contento. Ho capito proprio qui a NY che il mio personale traguardo l’ho già tagliato. Il prossimo, quello di domenica appunto, è per altri.

Chissà se al Central Park le emozioni saranno altrettanto piacevoli come il giorno in cui ho ripercorso in solitudine la maratona dopo tanti anni, perché quel giorno l’ho fatto davvero solo per me.

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Potrei essere io

di Orlando (12/10/2009)

Lascio la bicicletta, quella nuova finalmente, nell’area dei mezzi della Rai, e ritorno tranquillamente verso la zona degli arrivi, una ventina di metri oltre il traguardo. Ho appuntamento con i giornalisti di televisioni, radio e giornali per dei commenti inerenti l’andamento tecnico della maratona appena conclusa. Passa una quarantina di minuti dal momento in cui l’ucraino Matviychuk ha tagliato il traguardo e mi soffermo a guardare i corridori che in quel momento passano la linea d’arrivo, e penso che fra tre domeniche toccherà a me.

E’ facile immedesimarmi su quanto avviene lungo il rettilineo della piazza di Carpi pensando che quello potrebbe essere il tratto finale della maratona di NY. I podisti che vi transitano sono ancora radi ed è facile osservare con attenzione il loro stato fisico, cogliere i segni dell’inevitabile stanchezza. Alcuni di loro compiono gli ultimi metri con particolare disagio, ad un’andatura che evidenzia davvero tanta fatica, e con i segni della sofferenza sul volto. Si fermano nei miei occhi e nei pensieri le immagini di tale disagio e la situazione mi causa un senso di preoccupazione.

E’ capitato anche a me di tagliare il traguardo con una falcata molto ridotta, con dei passi che sono diventati molto corti ed incerti non appena avevo tagliato il traguardo, e con lo sguardo che cercava un appoggio dove sedermi per togliere sofferenza ai muscoli di tutto il mio corpo. Questo vorrei non succedesse a me a NY. E’ vero che nel correre la maratona si passa inevitabilmente per momenti di difficoltà, fisiche e psicologiche, e che il superamento di tali ostacoli porta all’innalzamento del proprio livello di autostima. Ci sono però situazioni nelle quali si cerca di non mollare mai, sperando che il traguardo arrivi in fretta, ma ad ogni passo i disagi si fanno sempre più grandi ed il piacere di correre si trasforma in una sorta di sacrificio, una specie di martirio.

Per fortuna che sul traguardo arrivano anche podisti con le braccia alzate, che lanciano un grido di soddisfazione, chissà se per aver migliorato il proprio primato, oppure per aver semplicemente percorso con piacere 42195 metri.

Stare sul traguardo mi fa capire cosa veramente cerco in questo ritorno alla maratona. Mi rendo conto che conseguire una determinata prestazione cronometrica è semplicemente un’ambizione per il mondo esterno, quello pubblico, che valuta la partecipazione alla maratona con lo scandire dei secondi. Questo è stato per tanti anni il mio punto di vista, quello che mi faceva controllare il cronometro non appena arrivavo in prossimità del cartello del primo chilometro, o del primo miglio.

E’ proprio questo invece che non vorrei fare alla mia prossima maratona, sentirmi dentro la frenesia dello scorrere del tempo e la necessità di corrervi contro. Voglio invece avere le energie per guardarmi attorno, per sentirmi crescere dentro l’emozione dell’avvicinarsi del momento della partenza senza che tale sensazione si trasformi in tensione. Vorrei sentire l’euforia di correre per le strade dei cinque quartieri di NY con sempre dentro la bramosia di essere sul traguardo nelle condizioni di percepire con soddisfazione lo sforzo fatto.

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