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100km del Sahara – Cosa rimane del deserto

di Orlando (14/03/2009)

 

 

Ho lasciato passare il week end prima di ripensare alla trasferta della 100km del Sahara. Dopo aver ritrovato il mio ambiente famigliare, ho lasciato che gli eventi della scorsa settimana si sistemassero, nella mia testa soprattutto. Avessi deciso di scrivere delle impressioni appena rientrato a casa, sarei stato condizionato dall’entusiasmo e dall’euforia dei saluti con tutti i partecipanti. Ora sono solo davanti al mio PC, compagno di trasferta al quale ho affidato le precedenti note del blog.

Volessi rivivere le sensazioni della trasferta potrei avvalermi delle emozioni che suscitano le foto che ho scattato. In questo modo potrei ricostruire un percorso cadenzato con la precisione di un orologio. Ma sarebbe uno strumento inappropriato: tra le sabbie il tempo non è affatto intrappolato dalle lancette. A tal proposito ho avvertito un forte contrasto quando sono atterrato a Fiumicino. L’aeroporto di Djerba è stato aperto alle 14, quando ci siamo imbarcati noi. Al controllo dei passaporti, il funzionario ha cambiato la data del timbro proprio davanti a me. A Roma invece c’era una frenesia di movimento in contrasto con quanto avevo vissuto nella settimana precedente, tra le dune.

Per ripensare al deserto, alle sensazioni dei giorni trascorsi in un ambiente diverso, mi sono affidato a ciò che ha fortemente condizionato la trasferta: la luna. Nel deserto le sensazioni sono nettamente differenziate: il giorno e la notte, il sole e la luna, il caldo ed il freddo.

Questi contrastanti elementi si avvertono in maniera decisa, ma trovo che il giorno, il caldo, il sole siano troppo violenti. La luna invece è non solo romantica, ma affascinante perché la puoi guardare direttamente. Si lascia ammirare, apprezzare, corteggiare. Tutt’al più il sole che potrei ricordare è quello notturno: Sirio, la prima vera stella che appare in cielo la sera. Al tramonto adesso è Venere la più luminosa, ad ovest, ma non brilla di luce propria.

Quante luci notturne abbiamo guardato quando si faceva buio… Mi ero portato anche il binocolo e l’atlante per guardare le costellazioni, ma la pallida luce della luna non mi ha permesso di penetrare adeguatamente l’oscurità dell’universo.

Il deserto è piacevole quando luna e sole si passano il compito d’illuminare le strade. Il giorno invece ha lasciato segni forti, tutto sommato accettabili quando si adotta il comportamento degli animali. Stare rintanati fintanto che si può guardare tutt’attorno senza socchiudere molto gli occhi. Gli amici corridori invece si sono comportati all’opposto, illogicamente, ma c’era un motivo, anzi due: la sfida con il deserto e con sé stessi. Ci sono stati momenti, specialmente durante la maratona, in cui ho visto tanti soffrire, attraversare assolate distese di sabbia con lo sguardo fisso sui propri passi, a cercare la risposta alla domanda che si stavano ponendo. Avrebbero dovuto guardare avanti per scorgere la pista tracciata, magari per assaporare la bellezza rude ed aspra del deserto. Ma ciò che cercavano in quei momenti non era certo una cosa artistica, ma l’affermazione di sé stessi nonostante tutto attorno a loro fosse contro.

E quando chiedevo se andava tutto bene, mi hanno sempre risposto di sì. Falsi. Quasi niente stava andando bene. Lo si vedeva, lo si capiva. “Ma che stupida domanda mi fai?” mi sarei aspettato come risposta. Sarebbero stati più credibili se mi avessero riferito che il caldo era asfissiante, che il sole spaccava la testa, che le gambe stavano obbedendo ai comandi di un cervello ebete, insulso, alimentato dalla linfa dell’orgoglio. Possibile che il dolore dei piedi non fosse superiore alla forza di volontà? Ma certo. Ma nella testa di chi affronta impegni di tale portata prevale un solo pensiero: ce l’ho fatta. Nonostante tutto. Sì, anche perché nei momenti post gara non vedevo podisti spostare il proprio corpo attorno al villaggio senza evidenziare handicap fisici.

Al deserto si deve pagare un prezzo, anche piccolo, ma per apprezzarlo intimamente è necessario un piccolo sacrificio.

Il deserto ci ha concesso di respirare la sua magia, di incamerare emozioni e sensazioni caratterizzate dagli elementi che gli appartengono.

Se abbiamo la convinzione di averlo battuto, superato, vinto, ci sbagliamo. Il deserto si è già dimenticato di noi. Dei nostri sforzi, del nostro impegno, del nostro sudore non è rimasto nulla. La luna lo può confermare. Dall’alto lo può vedere. Del nostro passaggio non c’è traccia. Le dune di sabbia sono ritornate candide com’erano prima arrivassimo noi.

Il deserto mi ha però concesso una serie di regali. L’ho visto, toccato, assaporato, annusato, respirato. A questo punto nessun vento potrà cancellare quanto porto dentro di me.

Foto e sensazioni al link http://www.orlandopizzolato.com/it/670.html del mio sito

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100 km del Sahara – Quarta e ultima tappa

di Orlando (12/03/2009)

Ieri sera sono andato a dormire con il falò che, al centro dell’accampamento, stava finendo di bruciare. Non era tardi ma erano già quasi tutti a dormire. La stanchezza si fa sentire, anche se la terza tappa non è stata particolarmente impegnativa, tutti preferiscono quindi riposare.

Questa notte ho dormito meglio delle altre volte, e quando apro gli occhi mi sento riposato. Intravedo la luce della luna ancora un po’ alta nel cielo e capisco che è ancora presto. Rinuncio a guardare l’ora e rimango infagottato dentro il sacco a pelo. Ho le braccia fuori e non avverto particolare disagio, anche se sono sempre ben coperto. Dopo un po’ però mi alzo perché devo andare a fare pipì.

Il cielo è luminoso per la luna piena, ma scorgo in alto sia Giove sia Saturno. La luna tramonta verso le sei e mezzo e presumo impieghi ancora un’ora per sparire all’orizzonte. C’è ancora tanto silenzio attorno a me, anche se i beduini che ci accompagnano, accampati ad un centinaio di metri, hanno già acceso il fuoco per preparare il tè. L’altra sera me lo hanno offerto e l’ho bevuto con piacere: caldo e all’aroma di menta.

Resto qualche attimo lì fuori, ma poi rientro. M’infilo dentro il sacco ma non richiudo la cerniera della tenda. La luna che scende si accende di un bel giallo carico. Scatto alcune foto ma vengono mosse. Lascio quindi perdere. Mi metto le cuffie ed ascolto la musica. Per fissare i ricordi di questa trasferta e farli penetrare bene dentro di me sto ascoltando le musiche di Enrique Iglesias, quelle del suo ultimo disco: Insomniac. La sua calda voce è appropriata all’ambiente in cui sono e le musiche sono piacevolmente ritmate, sempre in secondo piano rispetto alla sua voce. Ascolto la musica ad un discreto volume: mi sembra che l’atmosfera di questi giorni penetri più in profondità dentro di me. Non sono solo i ricordi della mia presenza nel deserto che devo fissare; alcuni brani di questo disco mi suscitano le emozioni per continuare a scrivere con la giusta carica la storia che sto sviluppando con particolare trasporto.

Prima che la luna tramonti esco dalla tenda per fotografarla. Questa volta c’è più luce perché il sole sta per sorgere e le foto vengono bene. Mentre mi abbasso per cogliere meglio l’inquadratura, noto che poco più avanti ci sono piccole impronte di un quadrupede. Dopo colazione le faccio vedere a Fathi. Mi dice che sono quelle di un fennec, una volpe del deserto. Mi fa effetto pensare che sia arrivata ad una decina di metri dalla mia tenda.

E poi parte l’ultima tappa, infastidita da un forte vento contrario che si è alzato poco prima del via e che spazza la pista con tanta sabbia. La corsa dopo una decina di chilometri però piega completamente ed il fastidio e il disagio del vento si riducono considerevolmente. In testa, oltre all’immancabile Jorge Balle, c’è Fanton Loris che sta dando il meglio di se per recuperare circa 3 minuti e mezzo per posizionarsi al secondo posto in classifica generale. Il distacco cresce a vista d’occhio. In occasione di un lungo rettilineo gli inseguitori si vedono veramente lontani. Grazie al consistente distacco, con l’autista Carlos ci fermiamo perché ad un centinaio di metri dalla pista vediamo due femmine di dromedario con i loro piccoli. Una sta allattando ed il suo piccolo ha ancora il cordone ombelicale attaccato. E’ una coppia che vive libera. Tutt’attorno, per quanto si può vedere, e si tratta di uno spazio enorme, non c’è proprio nessuno. Un punto suggestivo dove passa la corsa è il forte romano di Ksar Ghilane, dal quale prende il nome l’oasi lontana meno di quattro chilometri. Per arrivare ai ruderi romani della costruzione i corridori si arrampicano su di una collina, e da lì possono vedere l’oasi. Prima di arrivarci devono però attraversare un lungo erg, una serie di piccole montagne russe di sabbia.

L’arrivo non rappresenta solo il punto finale necessario per stilare la classifica, sia di tappa sia generale, ma è l’apoteosi per tutti i corridori. Maggiori sono le fatiche che essi hanno dovuto affrontare e superare, tanta più grande è l’euforia che li assale quando superano la linea. L’atmosfera del dopo corsa è molto appassionata, come molto calda è anche la giornata. Com’è stato per le due tappe precedenti, la temperatura ha lambito i 30°.

Per la cronaca il tedesco Balle, che vanta un primato di 2h33’ in maratona conseguito una decina di anni fa, ha vinto anche questa edizione, la quarta della sua carriera.

Lo sforzo del padovano Fanton è stato premiato con il secondo posto in classifica generale. I due sono arrivati mano nella mano all’ultima tappa. L’ultimo posto del podio l’ha conquistato il danese Petersen. L’altro padovano, Cavallaro, fortemente condizionato da un problema muscolare, ha lottato per mantenere il quinto posto.

Tra le donne, la pugliese Luisa Zecchino ha bissato la vittoria dello scorso anno.

L’undicesima edizione della 100km del Sahara è stata caratterizzata da un percorso più duro e selettivo rispetto a quelle precedenti, e con la personale impressione che questo tipo di tracciato sia più attinente allo spirito della manifestazione. E’ stata un’edizione caratterizzata dalla fatica generale per la tanta sabbia incontrata nelle quattro tappe.

L’assenza della tappa in notturna, organizzata nelle precedenti edizione, non è mancata ai partecipanti. La fatica è era adeguatamente sufficiente.

Mi sono divertito a condividere con tutti l’entusiasmo per questa corsa. Personalmente le sensazioni sono state forti, non maggiori della volta precedente ma nemmeno inferiori. Sicuramente più ricche perché l’esperienza precedente mi ha consentito di dirottare le mie attenzioni verso altri aspetti. Anche questa volta il deserto mi ha ammaliato e catturato. Se per un aspetto lo senti arido, aspro, duro, dall’altra ti riserva emozioni forti specialmente quando guardi attorno a te e non vedi niente. Il nulla che ti circonda lo devi però toccare e quando lo vivi con tutti i sensi, ti affascina, ti cattura, ti fa innamorare.

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100 km del Sahara – Terza tappa

di Orlando (11/03/2009)


In questo periodo la notte non è mai completamente buia. La luna piena sparge una diffusa luce pallida tutto attorno al villaggio, tanto che di notte si cammina tranquillamente senza il supporto della pila. E la luna tramonta, creando uno spettacolo affascinante, quasi contemporaneamente al sorgere del sole. Ciò avviene alle 6.30 circa, ed è a quell’ora che il villaggio si risveglia. La notte è fredda ma dentro il sacco a pelo non c’è alcun disagio. Solo sul viso si sente un fresco pizzicore e tale sensazione impigrisce nel tirare fuori il corpo intero. Alle 7 le note di Aisha ("amore mio" in arabo) si diffondono nel campo a stimolare quelli che non sono ancora in fila per la colazione. Il tepore della tenda ristorante invita a stare comodamente seduti con le mani a coppa ad accogliere una tazza di bollente caffè nero.

Le discussioni sono ovviamente inerenti alla tappa della giornata. Dopo lo sforzo elevato dei tanti chilometri e della tantissima sabbia di ieri ("ramlah" è la parola araba più comune che si usa tra gli ambienti per indicare la sabbia. Un po' come avviene per gli eschimesi con riferimento alla neve, la sabbia ha numerose denominazioni) si accetta volentieri, e con tanta ironia, la contenuta distanza di oggi. Sono previsti 15 chilometri; meno dei 18 previsti. Decisione nata dall’intenzione di non stressare eccessivamente i già stanchi podisti.

L’attesa della partenza è piuttosto lunga e si fa passare il tempo, chiacchierando ovviamente. Sono le 10 quando partono 146 corridori; 4 si sono ritirati, a causa di precarie condizioni di forma. Ciò mi obbliga, come successo già ieri a metà giornata, a cedere il mio posto in auto ad uno degli infortunati. Procedo il resto della tappa sul quad dell’apripista. L’esperienza è piacevole, anche entusiasmante perché si è in presa diretta con il paesaggio e l’ambiente. Peccato per il rumore che rompe il naturale stato di quiete di queste assolate, infinite, apparentemente statiche e silenziose distese di sabbia. Si procede con tanti sobbalzi, alcuni veramente rischiosi. E’ una via di mezzo tra lo sci e la cavalcata.

Quando il muso della moto punta verso il basso pianto i piedi per inarcarmi con la schiena ed assorbire l’impatto. Altre volte devo spostare il corpo lateralmente per controbilanciare il peso quando, nel salire le dune, si scivola verso il basso. Carlos, spagnolo di Madrid, preferisce seguire la corsa stando di lato rispetto alla pista, e la via che percorriamo è piena di asperità. Alla fine della giornata la schiena duole, ma non posso lamentarmi quando in giro non c’è un podista che cammina bene.

Anche oggi sono andato sulle nuvole, per due volte. Ci siamo arrivati dopo 8 chilometri di corsa. Il primo chilometro della gara ci ha portati fuori dal catino dove la corsa era arrivata ieri, e nel quale abbiamo trascorso la notte, peraltro molto umida perché sulla tenda c’era veramente tanta condensa. I successivi 7 si sono sviluppati sulla pista, che abbiamo abbandonato per salire sull’erg. Com’è stato anche ieri, affrontare la grande duna di sabbia fa vivere emozioni particolari. La sabbia sembra neve, ma non mi riferisco al colore, sebbene in questa zona sia tornata meno rosea, bensì perché avvolge le ondulazioni del terreno dando un senso di rotondità e morbidezza. E tutta la distesa di “ramlah” è intatta. Viene voglia di scendere dalla moto e mettersi a correre a piedi scalzi. E questo pomeriggio l’ho anche fatto; la sensazione è veramente piacevole perché la sabbia è morbidissima e calda. Rientrato al campo mi hanno consigliato di tenere sempre le scarpe. Il motivo l’ho capito guardando sul fondo di una bottiglia di plastica che un ragazzo del personale aveva in mano: uno scorpione vi girava.

Passato il primo erg i corridori hanno percorso ancora un paio di chilometri sulla pista che hanno abbandonato un po’ dopo. Il secondo erg era doppio in altezza rispetto al primo, e molto più vasto, ed una volta dopo averlo scollinato, in basso, lontano un chilometro, c’era il traguardo di Bibane.

Spinti dalla morbida discesa il traguardo è arrivato rapidamente. Lo ha passato per primo ancora Jorge Balle, questa volta in evidente difficoltà per l’eccessivo sforzo profuso ieri in maratona. Molto vicino, a meno di trenta secondi, gli è arrivato Fanton che in classifica ha recuperato alcuni posti.

foto di proprietà o pertinenza di Zitoway prelevate su autorizzazione di Zitoway dal sito www.100kmdelSahara.com

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