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Insoddisfatto

di Orlando (28/09/2009)

Il week end l’ho trascorso nella zona dei Castelli Romani per uno stage di allenamento a Colonna, dov’era in programma anche una gara di 10km, ben organizzata, alla quale ho voluto partecipare motivato a conseguire una buona prestazione. Il percorso non è da considerare veloce per la presenza di alcune salite è di tratti in falsopiano, tanto che rispetto ad un tracciato pianeggiante si perdono una trentina di secondi. La mia insoddisfazione riguardo la gara riguarda il rendimento non adeguato a quanto mi sarei aspettato, e la causa è da imputare alla mancanza di sensibilità a dosare lo sforzo. Tatticamente sono da bocciare perché non so più dosare le forze e, come un corridore inesperto, parto troppo veloce.

Consapevole di questo rischio ieri avevo deciso di correre con il cardiofrequenzimetro, in modo da fare riferimento all’impegno fisico e non al cronometro, ma si sa che per i primi 5 minuti circa si deve correre a sensazione perché l’organismo ha bisogno di un po’ di tempo per arrivare a regime di gara. In questa prima fase dovevo e volevo correre senza forzare, anche perché dopo qualche centinaio di metri dalla partenza si doveva percorrere una salita di circa 200 metri e quindi non mi sono fatto coinvolgere dalla foga della partenza, seppure fossi quasi in prima fila.

Al transito ai mille metri ero troppo veloce (3’28”), 7-10 secondi sotto il ritmo che mi ero proposto e così ho cercato di rallentare un po’ ed il secondo chilometro l’ho corso in 3’35”, ancora troppo veloce perché la strada era in falsopiano. Che non avessi allentato lo sforzo lo evidenziavano le pulsazioni, tre battiti superiori al limite della mia soglia anaerobica. Anche il terzo chilometro era un po’ più lento (3’41”), ma solo per effetto di un lungo falsopiano perché la FC era superiore di 6 battiti rispetto al limite anaerobico. Nella leggera discesa che mi portava al 4° chilometro avevo deciso di approfittare per far scendere le pulsazioni, e nonostante l’impegno i battiti erano ancora troppo alti (168). A questo punto avevo inteso che il resto della gara sarebbe stato “tutto in salita”. Ed infatti il rendimento è andato progressivamente calando fino al 8°, con dei parziali superiori a 3’50” al chilometro e la FC sempre sopra 170 pulsazioni.

Le gambe erano pesanti per il troppo acido lattico accumulato, avrei potuto spingere ancora come poi ho effettivamente fatto nei tratti in leggera discesa, ma avevo il cuore in gola e quando controllavo il cardio vedevo sempre le pulsazioni che lambivano i 170 battiti. Mi sono ripreso nei 2km finali, ma non ho avevo tanta spinta. Sul traguardo sono transitato in 37’28”, un minuto in più rispetto a quanto speravo, e con tanta fatica.

Le due metà di corsa (18’20” + 19’12”) evidenziano che ho corso proprio da pivello. Se avessi impostato la gara al contrario, partendo a 3’50”, senza dubbio avrei corso con minori disagi e molto probabilmente con un rendimento maggiore.

A fregarmi è l’ansia di cercare la prestazione cronometrica a tutti i costi, e come i podisti inesperti temo che la partenza “lenta” non mi consenta di conseguire il tempo prefissato, cadendo invece nel trabocchetto dell’accumulo di acido lattico.

Senza dubbio la mancanza di competizioni non mi permette di trovare le sensazioni agonistiche. Penso quindi d’inserire un’altra gara prima di correre la maratona, e questa volta spero di essere meno … sprovveduto.

P.S. la foto è stata scattata da Fabio Rea che, giunto al traguardo in sesta posizione in poco più di 33 minuti, ha fatto in tempo a recuperare la macchina fotografica e scattarla… Grazie Fabio!

P.S.2 l'inserimento dei commenti non è ancora attivo.

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XXX – fuori gara

di Orlando (14/09/2009)

Con tre nulli si è fuori dalla gara. La misura d’entrata non conta, anche se si è capaci di superare regolarmente l’asticella posta 30 e più centimetri sopra. E così la russa Isinbaeva ai mondiali di Berlino di fine agosto è uscita di classifica. Alla misura di entrata di quella competizione (4,75) di solito fa il riscaldamento e a 4 metri e 85, che ha sbagliato due volte, è solita fare i salti di allenamento. Tra i suoi supporter c’è chi dice che in allenamento superi misure nettamente superiori, senza particolari difficoltà. Insomma, per chi è solito superare spesso i 5 metri in sede di preparazione, fallire 4,85 è senza dubbio molto demoralizzante, specialmente se si tratta di competere per un titolo mondiale.

La certezza, insomma, non deve mai essere data per scontata perché la giornata storta può arrivare, anche quando si pensa che gli imprevisti non possano affatto capitare.

E ieri è toccato anche a me. In un week end libero da impegni avevo deciso di approfittare per gareggiare in una mezza maratona. Dopo settimane di allenamento e da parecchio tempo senza riferimenti cronometrici ufficiali, visto che la mia ultima competizione risale ad oltre undici mesi fa, volevo verificare in gara la mia condizione di forma. E si sa che quando si è stimolati dal contesto agonistico il rendimento è migliore rispetto a quando si corre da soli. Insomma, ero parecchio fiducioso sul buon esito della prova. Mi ero anche posto intimamente un tempo di riferimento partendo dalle andature di corsa che sono più veloci dello scorso anno di almeno cinque secondi al chilometro.

Qualche dubbio relativo alla possibilità di conseguire il mio obiettivo cronometrico l’ho avuto durante il riscaldamento perché correvo con maggior pesantezza muscolare del solito e con la sensazione di avere il fiato corto. E’ vero che la metà della mattinata non è il mio abituale orario di corsa, ma l’organismo si sa adattare a piccole variazioni di orario. Purtroppo però era un altro aspetto a preoccuparmi: il sole era alto in un cielo limpido e il caldo si faceva sentire ancora prima d’iniziare lo sforzo della competizione. La temperatura alla partenza era superiore di 10° a quella in cui sono abituato ad allenarmi, ma non volevo farmi condizionare troppo da tale aspetto, ma non lo potevo nemmeno sottovalutare. I primi minuti di gara sono sempre interlocutori ed è difficile capire quali possano essere gli sviluppi della competizione, ma se si combinano le proprie sensazioni con la resa, s’intuisce in breve tempo se sarà una giornata positiva oppure no. E al 2° chilometro avevo percepito che l’evoluzione della gara non sarebbe stata come mi ero prospettato, perché il rendimento in relazione alle sensazioni che avvertivo era alquanto inferiore. In tali circostanze si spera intimamente che la situazione migliori, e per favorire la ricerca di sensazioni adeguate ho cercato di modificare il modo di correre. Il chilometro successivo mi aveva dato un po’ di fiducia, ma  gli  assestamenti mi erano costati parecchio in termini di energie. Le successive frazioni di mille metri evidenziavano però che non c’era sintonia tra l’impegno fisico ed il rendimento, e progressivamente mi sono dovuto assestare su di un carico che non fosse eccessivo.

Le aspettative che avevo nella prestazione di ieri sono state disilluse, e come succede sempre in tali frangenti, si vive con un senso di frustrazione. Il rammarico è di aver rarissime opportunità per ricercare altre verifiche. Tutti i fine settimana risultano impegnati.

E pensare che una settimana fa avevo corso così bene come se … Isinbaeva avesse saltato 5 metri!

P.S: alcuni mi hanno avvisato che non è possibile lasciare commenti... spero che il problema venga risolto in fretta

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Dieci anni dopo

di Orlando (07/10/2008)

Dieci anni fa, proprio alla fine della seconda settimana di ottobre, ero a Parigi dopo aver trascorso alcuni giorni ad Eurodisney, e scoprii che si correva la 20km della capitale francese con 30 mila partecipanti. Le iscrizioni erano già chiuse ma riuscii, forzando un po’ la situazione, a farmi dare un pettorale e corsi in 1h05’40”. Una buona prestazione cronometrica perché avevo ripreso ad allenarmi con metodo da poco tempo: nel 1998 ero quarantenne, e rientravo quindi nella categoria master. Quell’anno corsi alcune buone prove, ma dopo poco m’infortunai ed il mese di riposo forzato mi fece scoprire che senza correre disponevo di più tempo per il lavoro, che nel contempo stava gradatamente crescendo.

Da quella corsa di Parigi non ho più preso parte ad una competizione, anche se non ho smesso di correre proprio del tutto, ma un conto è correre ed un altro è allenarsi. Ed il caso ha voluto che domenica 5 ottobre, in occasione di un mio week end libero, mi rimettessi il pettorale per partecipare ad una mezza maratona; visto che da un mese mi sto allenando con metodo ed impegno, ho voluto verificare il mio attuale livello di efficienza.

Prendere parte ad una competizione ufficiale mi ha fatto rivivere sensazioni ed emozioni a lungo abbandonate, iniziando con la cena a base di pasta. Domenica mattina ho dovuto anche fare colazione e siccome non sono più abituato a mangiare prima di correre, ho faticato ad ingurgitare 3 fette biscottate con il miele. Poi via in auto verso Villafranca, vicino a Verona. L’iscrizione, il ritiro del pettorale e del chip, il caffè pre gara ed il riscaldamento, tutte situazioni che non facevo appunto da 10 anni.

E poi la “gara”; non ho avvertito l’emozione pre competizione come poteva succedere una volta, perché gli unici avversari con i quali devo confrontarmi sono il cronometro ed il mio stato fisico. Per quest’ultimo aspetto mi sento piuttosto tranquillo perché ogni allenamento lo svolgo rispettando sempre le situazioni fisiche (vecchiaia compresa), e pur correndo con buon impegno, gestisco a mio piacere ogni sforzo.

Il cronometro invece è un avversario con il quale devo fare sempre i conti, ma non mi condiziona oltremodo visto che quando mi alleno non sempre rilevo i tempi, anche se lo faccio in occasione delle sedute più specifiche.

La voglia di correre a Villafranca era nata nel corso della settimana, quando avvertivo la necessità di fare il punto tecnico della mia condizione di forma attuale. Correndo il mattino presto mi mancano riferimenti specifici, perché i tempi che ottengo non sono quelli che potrei registrare correndo in momenti più favorevoli della giornata. In occasione delle sedute specifiche noto che i tempi migliori mi vengono verso la fine della seduta: nonostante la crescente fatica corro meglio/più veloce perché l’organismo risponde con maggior efficacia. Ad Ilaria avevo chiesto (quando si hanno dubbi si cercano riferimenti esterni nonostante si sia coscienti della risposta) quanto più forte sarei potuto andare se mi fossi allenato per esempio a fine mattinata e non all’alba…

Insomma, a Villafranca cercavo una risposta tecnica e non avendo riferimenti particolarmente accurati mi ero posto questi obiettivi: sufficiente 1h23’; buono 1h22’; ottimo 1h21’.

Per evitare condizionamenti mentali avevo anche deciso di correre senza cronometro, certo che in gara avrei avuto modo di chiedere i tempi di passaggi ad altri podisti, e quando al transito del 3° chilometri alla mia domanda “Quant’è?”  mi fu risposto 45, le mie idee invece di essere più chiare erano ancora più dubbiose. Ho pensato “Voleva dire 11’45” o 3’45?” Ho atteso il 5° chilometro per fare la stessa domanda, e la risposta inequivocabile fu 3’42”. A quel punto avrei dovuto essere euforico, ed invece ho subito mollato le tensioni: stavo correndo troppo forte ed il rischio di saltare era elevato. Ma ero sorpreso di sentire che avrei potuto spingere anche qualche cosa di più, eppure dovevo essere prudente ed aver pazienza, proprio come ho scritto nella newsletter di ieri mattina. Mi sono quindi imposto di rallentare un po’, di ricercare la decontrazione muscolare e di stare mentalmente rilassato ma concentrato.

E’ stato un piacere correre con tale controllo e sentire le gambe girare molto bene, oltre ad avere l’impressione di poter accelerare, ma la gara non era arrivata ancora ad 1/3. Tutto è filato bene fino al 14° chilometro quando ho cominciato ad avvertire i primi segni di affaticamento muscolare. Ciò mi ha fatto capire che un aspetto tecnico da curare sarà la tenuta muscolare (ancora ripetute in salita), e non tanto l’efficienza organica. La crisi è arrivata però tra il 17° ed il 18° chilometro: è stata dura mantenere la tensione, e sono riuscito a farlo essenzialmente con la testa, perché avevo voglia di finire sotto 1h20’ giacché continuavo a percorrere i chilometri in 3’48”. A 2 chilometri dal traguardo le gambe erano spente e mi sentivo pesante, senza energie nelle spinte dei piedi, e sono stato anche superato da due corridori, ma ho considerato questa situazione come opportunità per avere dei punti di riferimento da seguire e cercare di reggere la crescente stanchezza. A 300 metri dal traguardo ho trovato anche la motivazione e le energie per la volata, ed oltre ad aver recuperato le due posizione perse, mi sono sorpreso di avere gambe e testa per esprimere ancora il poco che avevo dentro.

1h19’40” il tempo finale, nettamente meglio di quanto da me previsto. Mancanza di autovalutazione? Penso di no, ma verificare che in gara ottengo prestazioni cronometriche migliori del previsto, contribuisce a farmi capire che i ritmi che riscontro correndo all’alba non sono da valutare in maniera troppo critica.

Continuerò a correre al mattino presto con il piacere che è stato finora, nonostante le temperature siano diventate improvvisamente molto più fresche.

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