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L’agonismo

di Orlando (14/05/2008)

E’ da parecchio tempo che non gareggio, che non prendo parte ad una competizione nel vero senso della parola, ad una corsa nella quale sono stimolato a dare il massimo. Di quel periodo della mia carriera di podista mi mancano parecchie situazioni: gli allenamenti, le trasferte, l’atmosfera delle gare, la competizione, ed in modo particolare la tensione pre gara.

Ci sono momenti della mia vita attuale nei quali desidererei vivere le emozioni che avvertivo poco prima del via di una gara. Per tanto tempo sono andato avanti vivendo negativamente quella tensione che attanagliava il mio corpo e la mia testa quando pensavo alla competizione e quando si avvicinava della partenza.

Ma c’è stato un momento della mia carriera in cui, dopo aver agito con un training mentale specifico, quelle forti tensioni che a volte mi facevano saltare i circuiti nella mia mente, erano diventati momenti nei quali avvertivo piena energia. La tensione pre gara mi dava la carica e l’andavo a ricercare perché sentivo che stavo vivendo delle opportunità particolarmente forti: non pensavo alla competizione come all’occasione di vincere dei premi in denaro, anche se la corsa era il mio lavoro, ma era entusiasmante vivere l’opportunità di mettersi alla prova. Che bello sentire di essere in controllo dei pensieri, delle cose che faceva il mio corpo, di vivere con intensità i decisivi momenti che determinavano la vittoria e, molto spesso, di avvertire che tutto andava per il verso giusto.

In quei frangenti il trascorrere del tempo sembrava più lento; con gli occhi della mente mi vedevo muovere al rallentatore; non avvertito la fatica, o meglio era quel tipo di fatica che pensavo di fare e non di più. Durante la competizione avvertivo con tutti i sensi la presenza dei miei avversari, di come stavano, di cosa avrebbero potuto fare ed era piacevolmente stimolante vivere le opportunità che loro mi offrivano. Se ero più forte di loro il gioco era facile, a volte troppo, e batterli era sì gratificante, ma neanche molto.

Le situazioni che maggiormente mi piacevano erano quelle in cui ero in difficoltà, forse perché sono state quelle che ho voluto allenare di più con la mia testa. In quei momenti sentivo che dovevo mettere a frutto tutte le mie abilità, sia fisiche (e quindi allenate dai tanti chilometri percorsi), sia mentali (e quindi sviluppate con affascinanti viaggi dentro la mia testa).

La soddisfazione maggiore è sempre stata quella di vincere, o comunque di dare il massimo di me stesso, indipendente dal piazzamento, passando per momenti critici. A volte non ci dormivo la notte ripensando alla gara corsa, alle scelte fatte per dare il massimo di me stesso, ed era sorprendente verificare che, se avessi rifatto la gara, avrei ripetuto le stesse cose con la stessa determinazione e sicurezza. Nella mia testa avvertivo di avere le soluzioni per affrontare ogni situazione agonistica, anche quelle perdenti. La peggiore sensazione non era quella della sconfitta; bensì il fatto di non essere stato in grado di esprimere tutto il mio potenziale.

Nelle competizioni “l’avversario” da battere può essere tante cose: le lancette del cronometro che girano sempre troppo velocemente, la distanza da percorrere, le difficoltà del tracciato, i disagi che nascono dentro man mano che lo sforzo aumenta. Ma l’avversario per eccellenza è la persona che ti corre vicino e che sta facendo tutto quello che stai facendo tu; speri che egli “muoia asfissiato” dallo sforzo, che i suoi muscoli si intossichino di acido lattico, che un crampo lo obblighi a fermarsi perché anche tu stai avvertendo queste sensazioni e stai pensando “mors tua vita mea”.

La differenza tra la vittoria ed il secondo posto può essere data dallo stare un passo davanti a lui, e dal mantenere questa distanza fin sul traguardo. Se ci riesci la vittoria ti arride; se non ce la fai non si tratta di una sconfitta, perché sei riuscito a dare il massimo in ogni caso, e a questo punto puoi solo complimentarti con l’avversario perché ha fatto di tutto per metterti nella situazione di dare il massimo che potevi esprimere in quel momento.

Solo una volta, alcuni metri dopo il traguardo, dopo aver fatto i complimenti al mio avversario, gli ho anche detto che era stato un bello str….! Orlando

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