Tehachapi
Quella mattina ero salito in macchina lasciando il mio sguardo attaccato ad uno di quei panorami che ti ricordi per tutta la vita. Ed era un paesaggio così suggestivo che una parte di questo lo uso ancora quando faccio il rilassamento mentale e voglio visualizzare un posto tranquillo e sereno. Sullo sfondo si stagliavano le imponenti montagne della Sierra Nevada, in California, mentre in primo piano, appena fuori dal motel nel quale gli unici ospiti per quella notte eravamo stati noi, c’era un laghetto che mi verrebbe da indicare come alpino, ma eravamo appunto in California. Ad ogni modo, era un piccolo specchio azzurro di un’intensa tonalità, come quella del cielo che trovi solo nelle giornate fresche del primo autunno e che è così limpida da sembrare non aver un fondo. Prima di percorrere, con la Toyota Corolla che avevo noleggiato a Phoenix, la sinuosa strada dell’Owen Valley, avevo fatto un giro tra quelle montagne, certamente alte ma che sembravano un po’ sproporzionate dopo che per un paio di giorni avevo visto tante piante, tutte così alte che un palazzo di 10 piani poteva essere considerato basso in loro confronto. Come un pollicino perso tra i boschi in quei giorni avevo raccolto delle pigne enormi, che consideravo cadute dalle sequoie, così grandi che con un paio avevo riempito un lato della valigia. L’altro era invece pieno di fossili e così il leggero peso delle une equilibrava la pesantezza degli altri. Le cose da vestire? Non sarebbero tornate a casa. In questi viaggi di fine stagione podistica, che quasi sempre facevo a metà autunno, portavamo abiti sportivi, soprattutto tute usurate che abbandonavamo di motel in motel. Riguardo le pigne, avevo chiesto informazioni ad un ranger che mi aveva riferito che quelle enormi non erano affatto delle sequoie, ma dei cosiddetti “sugar pine”. Mi fece poi vedere le pigne delle sequoie: erano grandi come due… olive, anche se mi veniva da indicare qualcos’altro! Insomma, le proporzioni non era affatto rispettate. Nel pomeriggio ero sceso verso la piana di Bakersfield ma senza alcun progetto di dove saremmo andati e, sotto un semaforo appeso in cielo con chissà quali fili, che in quel momento ci faceva l’occhiolino rosso, ci siamo chiesti: “Si va a destra o a sinistra?” A destra ci si sarebbe inondati del verde della piana di Santa Clara. A sinistra ci si sarebbe insabbiati nel deserto del Mojave. La risposta non chiarì la situazione perché io optai per la prima scelta, mentre Ilaria per la seconda. E mentre l’occhio rosso era diventato verde decisi di andare a sinistra. M’intrigava ciò che stava scritto su un cartello segnaletico: Fig Orchard. Per questo posto però non ci passai; avrei dovuto fare una deviazione dalla strada principale e non potevo concedermi divagazioni. Non pensate che il limite me lo avesse imposto Ilaria, sebbene mi avesse lanciato uno sguardo che diceva tante cose e che solo le donne sanno esprimere in certe circostanze. Non potevo girare verso il curioso paese perché sul cruscotto della Toyota ammiccava da tempo una lucina arancio che, più passava il tempo, più mi sembrava diventasse grande. La benzina era veramente poca e quando si scorazza tra i deserti americani si deve essere molto parsimoniosi sull’acceleratore perché non si sa mai quando si può fare benzina. Intanto il cielo si era arricchito di quei caldi colori che ti fanno sentire un romantico anche quando non lo sei, ma io più che guardare il bel tramonto buttavo spesso l’occhio sulla lancetta del serbatoio e con insistenza chiedevo ad Ilaria, che controllava la cartina geografica, quanto mancava per poter sperare di trovare un distributore. Con il dito indice seguiva lentamente una striscia nera in mezzo a tanto color giallo che si stendeva sul foglio di carta che teneva sulle ginocchia. “Fra un po’ dovremmo trovare un centro abitato. Sulla cartina sono segnate due case” e come altre volte era successo, le due case segnate sul foglio erano proprio due, ed anche ben ripartite: una a destra e l’altra a sinistra della strada. Ma niente distributore e così l’incontro dei nostri sguardi esprimeva il disagio di una situazione incerta.
“E se finisce la benzina?” “Metterò le scarpe da corsa e farò qualche chilometro (ormai però si ragionava in miglia).” “Forse c’è un’altra possibilità” disse Ilaria. “Sulla cartina sono disegnate ancora due case.” “Fra quanto?” “Dieci miglia circa.” “C.… Speriamo duri (la benzina ovviamente).”
Ed intanto procedevo ad una velocità così contenuta che se fosse passato un ciclista impegnato in una cronometro, mi avrebbe superato e distaccato. Nelle discese toglievo ovviamente la marcia per far scendere i giri del motore e risparmiare carburante. Arriviamo al “paese” e le prime due case, sulla destra, erano abitazioni. In fondo all’ampia curva che piegava verso sinistra c’era una luce più diffusa delle altre, e quando mancano alcune decine di metri scorgo che è un bar. Ma non è sufficiente. Ad ogni modo decido di fermarmi. Alla mia richiesta di dove fosse il distributore più vicino, l’anziano baffuto signore che indossava la classica camicia a quadratoni infilata dentro dei jeans a salopette, apre due ampie porte di legno di una costruzione scura. A scuola avevo imparato che quella era una “barn” (fattoria), ma invece dietro quelle due vecchie grandi ante, in mezzo allo stanzone, c’era una pompa di benzina. Non potevo proprio definirlo un distributore. Sembrava invece più una di quelle pompe per l’acqua che si azionano con una leva laterale a stantuffo. Poco importava. Avevo riempito il distributore e ciò era quello che contava di più per quel momento. Adesso si doveva trovare anche un posto dove dormire e mangiare, in ordine di importanza ovviamente perché in macchina qualche cosa da sgranocchiare c’era sempre. Si era fatta notte. Il cielo era tanto scuro e li attorno si vedeva solo tanto buio, ma il vecchietto rivolto ad Ilaria aveva detto che non lontano da lì c’era… “C’è cosa?” “Hai capito cosa ha detto?” “Io no. E tu?” “Ha masticato una parola o due, che sembrava il nome di un chewingum.” “Pensavo capissi l’americano.”
E mentre discutevamo su cosa avesse detto, a fianco della strada, immerso nel buio pesto, era passato un treno. Forse due. Magari anche tre. Caspita non finiva più.
“Ma quanti vagoni erano?” ”Boh. Tanti.” “Contali.” “Come faccio, non si vede niente.” “Ma sono tanti.” “Di più.” “Eccolo là il paese.” “Sembra grande.” “Si.” “Ecco il cartello.” “Cosa c’è scritto?” “Tehachapi.” “Come?” “Hai capito bene.” “In che senso?” “Guarda che non è veneto, imbecille!”
Al primo motel, un Best Western, c’era la scritta in rosso fosforescente “No vacancy”. E così anche al secondo motel (ci siamo chiesti chi poteva fermarsi in quel posto sperduto…) Al terzo invece, appena oltre il binario del treno c’era posto. Non era un gran ché, ma per una notte ci si poteva adattare.
“Chiedi come si pronuncia “Tehachapi.” “te à cia pi” dice il vecchietto che ci da le chiavi della stanza. “Sembra un padovano.” “E’ una parola indiana” ed aggiunge che il paese è ben conosciuto in California. “E’ che si trova lontano dal Veneto, altrimenti sai quanta gente verrebbe qua. Altro che ““”A”corsa all’oro”. Sarebbe pieno di veneti convinti che sia la terra …”.
Ci racconta che il paese è famoso per la ferrovia perché quei treni lunghi, per arrivare alla quota del paese, devono compiere dei grandi giri, ed uno di questi è proprio fuori il paese. E’ famosa anche per gli impianti eolici. E poi c’è la prigione della California. Non sto a tirarla lunga, ma abbiamo mangiato al ristorante del bowling, dove mi sono sentito osservato come in pochi altri posti. Il dramma è stato la notte. Dal sonno venivamo richiamati dallo scampanellio che anticipava l’arrivo del treno. E che treno! Quando passava vicino al motel, a non più di 50 metri dalla nostra stanza, tremava tutto per qualche decina di secondi. La faglia di Sant’Andrea non era poi lontana da lì, ma in camera sembrava di esserci proprio in mezzo e nel momento di una scossa di terremoto. La mattina presto, molto presto perché decisi di lasciare quell’infernale posto dove avevamo dormito davvero poco, ho avuto la forte impressione che il letto non fosse dove l’avevo visto quando sono andato sotto le lenzuola. E giuro che di notte non ho fatto niente. Avrei anche potuto approfittare con tutte quelle … vibrazioni. Anche il mobiletto del frigobar era fuori posto. E mentre in auto lasciavamo l’indimenticabile Tehachapi, incrociamo un altro treno. Un Santa Fe.
“Conta i vagoni.” “Trentasei, trentasette, trentotto…







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