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Difficile andare d’accordo

di Orlando (14/06/2009)

Le mattine in cui devo svolgere una seduta di rigenerazione non mi preoccupo di come sto; dopo tutto devo correre tranquillo e rilassato, per non aggiungere altro affaticamento a quello che già le mie gambe avvertono. Quasi sempre i muscoli sono indolenziti e stanchi per la tirata del giorno prima. Le mattine in cui invece ho in programma di tirare sono maggiormente attento alle sensazioni del mio corpo, seppur senza enfatizzarle perché se è vero che ci tengo a correre bene, tutto sommato mi accontento di ciò che viene.

Rispetto a quando mi allenavo regolarmente al pomeriggio, oppure a metà giornata, non ho l’opportunità per pensare a come mi sento e a come mi approccio alla seduta: l’affronto e basta. Era molto peggio invece quando avevo molto tempo a disposizione prima di affrontare la seduta specifica: il mio pensiero scappava spesso all’allenamento che dovevo sostenere, tanto che spesso ne subivo i condizionamenti. Andrà bene? Sarà difficile? Ce la farò? E man mano che mi avvicinavo al momento di schiacciare il cronometro questi dubbi assumevano dimensioni sempre maggiori, tanto che quando affrontavo la seduta qualche volte ero mentalmente già stanco.

Adesso invece, da quando mi alzo dal letto a quando premo il cronometro passano 20 minuti circa, un lasso di tempo durante il quale penso poco. La mia testa ha tanti spazi liberi e i dubbi si devono ancora diffondere tra i neuroni. Una cosa è invece certa: decido strada facendo come gestire la seduta ed attendo un po’ di tempo prima di esprimere un qualsiasi giudizio. Siccome ogni allenamento tirato lo affronto con un riscaldamento inadeguato, ma non ho il tempo per fare ogni cosa come da “manuale”, devo aspettare l’ottimizzazione della messa a punto dell’organismo prima di spingere di più sull’acceleratore.

Se si tratta di una seduta di corsa media, il primo chilometro cerco di farlo un po’ sotto ritmo (più piano), ma lo stesso faccio in caso di un allenamento intervallato. Non voglio farmi condizionare dalla situazione, di solito positiva perché le gambe andrebbero più veloci ma la respirazione non è ancora pronta per adeguarsi alla sollecitazione.

A volte succede invece l’opposto. A chi dare ragione in questi casi? Ovviamente è sempre l’aspetto “più debole” ad essere preso in maggiore considerazione ed attenzione. Non avrebbe senso spingere se le gambe per esempio non fossero in grado di seguire il fiato, ma neppure forzare quando sembra che nei polmoni non entri l’aria di cui ci sarebbe tanto bisogno. Ma di solito sono le gambe ad essere in difetto: pesanti, gonfie, legate, grosse e sembrano trovare a fatica quell’agilità necessaria per correre bene.

Qualche volta sono invece i muscoli a dover aspettare il fiato. “Piano” sembrano dire i polmoni alle gambe ed è questa, forse, la sensazione migliore, meno gravosa da accettare perché si corre non al massimo impegno. Sentire di aver le gambe che hanno margini d’incremento dello sforzo è tutto sommato piacevole.

Durante gli allenamenti poche molte mi trovo in una situazione di equilibrio, di bipartitismo bilanciato. Per arrivare a tale favorevole e positiva situazione, è il “moderatore” che deve agire con particolare diplomazia. Equilibrare le forze in gioco non è facile perché, se il coordinatore è attratto, o meglio distratto da stimoli esterni, l’equilibrio non si trova. Se il cervello è smanioso di verificare l’esito del cronometro, non si troverà mai una situazione equilibrata. Deve essere proprio una di quelle splendide giornate quando si è davvero in gran forma, nelle quali gambe e polmoni lavorano in perfetta sincronia e all’unisono perché il coordinatore sia soddisfatto della collaborazione di muscoli e fiato. In allenamento c’è sempre da moderare la supremazia dell’uno sulla debolezza dell’altro. “Resisti; vedrai che passa” è il suggerimento che il cervello passa ai muscoli. “Dai, ancora qualche minuto e poi è finita” è il messaggio che invece arriva ai polmoni.

Badare a tutto ciò che avviene in un corpo sotto sforzo non è affatto poca cosa. Si deve anche agire per non peggiorare eventuali situazioni critiche, evitando di perdere il controllo dell’assetto di corsa. Devo ricercare e mantenere un assetto di corsa che sia economico, efficace, anche quando le circostanze non sono ottimali. Allo stesso tempo è necessario che il comandante deputato al controllo di tante situazioni non sia vittima di un ammutinamento, come in quelle giornate in  cui le cose sembra non vogliano andare proprio bene.

E spero sempre che non si metta di mezzo il piede a indicarmi che c’è una vescica che si sta formando, oppure il fegato che sta soffrendo, o la milza che ha degli spasmi. Oppure che bisogna bere perché le cellule sono assetate, o le fibre muscolari che necessitano di glicogeno. O un ginocchio che fa i capricci.

E c’è chi dice che correre sia noioso…

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