Tag

Ultimi post

Ultimi commenti

Diffondi contenuti

Condividi contenuti

De.licio.us
« Koyaanisqatsi | Pagina Principale | Operazione altura »

Amecameca

di Orlando (13/07/2009)

Uno degli aspetti negativi che la corsa ogni tanto mi presenta è la monotonia di allenarmi sempre sugli stessi percorsi. E per fortuna che in seguito alle trasferte per gli stages spesso cambio zona di allenamento e posso frequentare quindi altri percorsi... A dire il vero, quando sono impegnato con un piano di allenamento organizzato come adesso, finalizzato alla maratona, mi concedo poche distrazioni e variazioni di percorso. Per sostenere al meglio le sedute specifiche, in questo periodo un po’ di velocizzazione per migliorare la soglia anaerobica, preferisco non avere le gambe disturbate da sensazioni di appesantimento e stanchezza causate magari dall’aver corso in salita e discesa. Già correre forte mi lascia le fibre muscolari indolenzite e quindi il giorno successivo ricerco un tracciato pianeggiante e scorrevole per favorire la rigenerazione ed il rilassamento. In altri momenti della preparazione non avrei che l’imbarazzo della scelta: di tracciati con salite e discese, su strada e nei sentieri ne avrai davvero tanti. Ma adesso, quando esco da casa prendo la via di destra, non solo perché la discesa m’invita maggiormente, ma proprio perché voglio tornare a casa con le gambe meno stanche di quando parto. Mi riferisco ovviamente a quando svolgo sedute di rigenerazione; in pratica l’allenamento successivo ad una seduta tirata che mi lascia le gambe così indolenzite che sono guai per chi mi tocca le cosce il giorno dopo un allenamento tirato: faccio i salti.

In tali sedute di rigenerazione percorro di solito in un paio di volte la settimana sempre le stesse strade e gli stessi percorsi, ed è inevitabile che qualche volta sia poco motivato a correre. In questo periodo però, anche se il disagio del caldo e dell’umidità potrebbero condizionarmi maggiormente, la situazione è un po’ diversa e meno negativa. Correre in campagna è meno monotono di altri momenti grazie al granoturco. Le pannocchie, ancora verdi, sono cresciute tanto che superano i due metri e ciò contribuisce a farmi avvertire il paesaggio circostante in maniera differente.

Trovo che la limitazione visiva sia un aspetto positivo perché contribuisce a rendere meno dispersivo il panorama. In altre stagioni, specie quelle brulle, mi capita di percorrere rettilinei lunghi un paio di chilometri ed il tempo di percorrenza sembra più dilatato rispetto ad ora. Serpeggiare di corsa tra le sinuose strade di campagna mi fa percepire le distanze in maniera differente. Anche se un chilometro è sempre di mille metri, il fatto che lo sguardo davanti a me sia interrotto dalla barriera della vegetazione mi dà l’impressione d’impiegare meno tempo. Si tratta ovviamente di un’illusione ottica, ma mi piace mantenerla tale e viverla in modo positivo. La stessa illusione l’avverto relativamente alla velocità: transitare ad una distanza ravvicinata rispetto ad alcuni punti di riferimento contribuisce a percepire il movimento come più veloce.

E cosa c’entra Amecameca?

Trent’anni fa, precisamente nell’agosto del 1979, ho trascorso un mese in Messico per una sperimentazione di allenamento in quota. L’obiettivo tecnico e fisiologico era di verificare come il corpo reagisse ad una serie di stimoli svolti in altura. Di giorno ci si allenava a Città del Messico (2650 metri di quota). La notte si viveva sul rifugio Tlamacas, a 4000 metri, sul monte – vulcano Popocatepetl.

I problemi e i disagi erano tanti: per esempio a 4 mila metri non si respirava (ogni tanto si doveva volontariamente fare una respirazione in più, specialmente la notte), la frequenza cardiaca a riposo era superiore a 60 battiti (a casa inferiore a 40) e quando si camminava a passo svelto si arrivava a 160 pulsazioni, le stesse di quando sostenevo una corsa media a livello del mare. Impossibile quindi svolgere qualsiasi allenamento in questo posto, anche se abbiamo fatto due tentativi di seduta a Passo de Cortes, a 3600 metri: al ritmo di 5’20” al chilometro le pulsazioni stavano a 170 e più al minuto.

Per andare in auto dal “Popo” a Città del Messico si impiegavano un paio d’ore all’andata al mattino ed un’ora e mezza al ritorno la sera. La giornata la trascorrevamo al villaggio universitario perché in quel periodo erano in corso le Universiadi, quelle dove Mennea fece il primato del mondo dei 200 metri. Ma per ridurre al minimo i trasferimenti si era deciso di sostenere gli allenamenti nelle campagne ai piedi del “Popo”, e lì i posti per correre erano infiniti.

Parcheggiavamo i pulmini ad Amecameca, una cittadina a 2500 metri di quota e con qualche migliaio di abitanti (perlomeno trent’anni fa), e poi ci inoltravamo nelle campagne. Le strade di terra battuta nera, residuo delle eruzioni vulcaniche (poco lontano c’era anche l’Iztacchuatl), si estendevano per decine e decine di chilometri. E ai margini di queste carrarecce che portavano di casa in casa dei contadini di Amecameca, c’erano campi e campi di granoturco, che ricordo alto come mai in altri posti. Seppur faticando parecchio per i tanti chilometri corsi in altura, ho trascorso davvero un bel periodo. L’unico vero rischio, oltre ad evitare di bere l’acqua delle fontane, erano i cani randagi. Ogni tanto ne sbucava qualcuno, ma conoscendo la psicologia canina, non li ho mai temuti più di tanto.

Ed ancora adesso, quando costeggio i campi di mais, rivivo le emozioni provate allora mentre mi allenavo nelle campagne di Amecameca. E’ passato davvero tanto tempo, ma il profumo del granoturco è sempre lo stesso.

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#

Commenta:




(Inserisci qui l'indirizzo del tuo blog o del tuo sito personale)

Scrivi le cifre che leggi nel box

(In questo modo si prevengono gli invii automatici)